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Biografia non autorizzata

Claudio Beghelli

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ISBN: 9788874189496

12,00 €

Libri | p. 87 | ed. ottobre 2016

''Il mondo finisce. Il mondo dell'innocenza finisce col delitto, quello della fiducia finisce col tradimento. Il mondo della relazione anche finisce: e finisce perché (quasi sempre) l'amore finisce, anche se proprio non dovrebbe...
Anche per il drammaturgo il mondo finisce: perché anche il dramma ha un inizio ed una fine. Bene: per il protagonista di questo lavoro il mondo finisce. Infatti egli determina (o condetermina) quasi tutti i summenzionati modi di dare fine. Eppure non finisce, perché basta un dialogo od un cenno allusivo, magari ad un cardellino, ed il bisogno di tutto quello che è stato si fa invocazione. E una invocazione non finisce.'' -Davide Giusti-

Claudio Beghelli è nato a Bologna nel 1982. Parallelamente agli studi in filosofia, coltiva, da qualche anno, un multiforme lavoro culturale. Dal 2004 al 2011 ha collaborato con il Prof. Celli anche in qualità di segretario e addetto stampa e organizzatore culturale. Interessato al teatro di narrazione, nel 2005 crea la compagnia Teatro delle Ceneri (ora ribattezzata in Compagnia Cincopan-Beghelli), ed è co-regista e interprete di numerosi spettacoli. Tra questi ricordiamo: "Qualcuno era.. - Marx, Gesù e i gabbiani ipotetici", attualmente in tounée per ta terza stagione; "Il caso di Alessandro e Maria", di Gaber/Luporini, allestimento creato con Cristina Carrisi (2015/'16); "La nuda verità", monologo scritto nel 2015/'16 dall'autore medesimo, per la regia di Francesca Calderara. Tra le sue pubblicazioni: i contributi critici al volume di Giorgio Celli "La zattera di Vesalio e altri drammi"; il dramma psicoanalitico "Il caso dell’uomo dei lupi" (Prospettivaeditrice, 2010). Nel 2013 dà alle stampe il volume "L’animale che immagina – Frammenti di un’autobiografia intellettuale" (Prospettivaeditrice), che contiene alcune conversazioni, sinora inedite, avvenute tra l’Autore e Giorgio Celli, di cui si è conservata registrazione per volere del Professore stesso. Sempre nel 2013, cura il saggio “Le parole con il loro dolore. Il poeta è un artigiano. Appunti sulla scrittura poetica di Vittorio Franceschi”, apparso come prefazione al libro di versi dello stesso Franceschi "Tre ballate da cantare ubriachi e altre canzoni". Nel 2014 pubblica la 'commedia semiseria da leggersi come un romanzo', scritta con Matteo Cincopan,“Il centenario” (Prospettivaeditrice). Nello stesso anno scrive e pubblica il 'documentario per il teatro' “Le strade raccontano. Roma 1943-'44”, (Prospettivaeditrice), rappresentato più volte con successo da Roberta Mattei e dalla Compagnia del Teatro della Dodicesima (Roma). Altri suoi lavori (soggetti, recensioni, racconti) sono comparsi su diverse riviste.

Prefazione


A un’anima candida


“Uomini fummo, ed or siam fatti sterpi”
Con chi parliamo? ...Egregio editore, come Lei sa... Eh, non c’è niente di intelligente, pure sogghignando, da dire riguardo a un massacro. Ognuno... Si suppone che sia morto, da non dir mai più niente, o da non voler più niente di nuovo, e per sempre. Ogni cosa si suppone che sia molto quieta dopo un massacro, e sempre lo è, eccetto che per gli uccelli. E cosa dicono gli uccelli? Tutto quello che c’è da dire riguardo a un massacro, cose come “Puu-tii-wiit?”. Oppure con gli uccelli parliamo noi: Lodo...? Lodo, tu che vedi tutto di lassù. Tu forse lo sai.
Insomma, pare che noi parliamo da soli. Nei drammi? Nelle paure? Di certo nelle solitudini. L’essere che Pasifae, la figlia del dio Sole, aveva partorito dopo che, rinchiusa per suo desiderio in una finta vacca, era stata montata da un bianco toro consacrato a Poseidone, si trovò, dopo lunghi anni di un sonno confuso trascinato dai servi... e le cui innumerevoli intricate pareti erano di specchi, tanto che l’essere stava accovacciato non solo davanti alla sua immagine, ma anche all’immagine delle sue immagini. Vide davanti a sè un’infinità di esseri fatti come lui, e si girò per non vederli più. Alterità: bisogno di alterità. Bisogno, siccome ciò che non è bisogno, non è reale. Il bisogno di acqua, è reale. Il bisogno di aria nei polmoni, è reale. Non il bisogno di normalità. Chi è, normale? Quello di quiete, semmai. La malattia: già... La malattia non è una prerogativa esclusiva dei malati, seppure colpiti da patologie invalidanti: seppure come che ‘se mio nonno aveva le ruote, allora era un tramway’ (pronunciato alla bolognese: tramvai). No. Per ragioni banali. Intanto perché noi siamo perennemente, biologicamente, malati; pieni di germi, di virus, in una condizione di equilibrio metastabile: ed il Professor Di Battista, debitamente chiamato in causa da Beghelli, potrebbe testimoniarlo con abbondanza. Non solo perché siamo costantemente in bilico, e possiamo facilmente prima del mezzogiorno di domani avvertire quella stretta al petto che ci fa dubitare della nostra sicurezza e della nostra salute. Non solo per la condizione di incompiutezza che le religioni del libro pongono all’origine delle origini del peccato. Ma perché è così. Non è razionale. Forse non è neanche reale, ma è così. La paura, il timore, la malattia, il peccato, la colpa, l’impotenza. Convivere con l’impotenza: ciò è la vita. Convivere con l’impotenza,
ma anche convivere con la bellezza struggente ed infinita. Questo è la vita. Con la inenarrabile e singolare peculiarità dell’essere altrui. Di fronte. Claudio Beghelli si affida a un ‘noir’: quale più evidente ed insensata svisatura di senso? In un testo nero ci deve essere un cattivo.
O perlomeno un cattivello. O se non altro un dispettoso.
Con chi parliamo? Niente! Con gli angeli, ovviamente.
Con le ombre: tutti i giorni. Con gli uccelli, sì con gli uccelli. E gli uccelli contraccambiano il sentimento sardonico con cui ci rivolgiamo a loro. Anche se... Lodo, tu forse lo sai... A volte parliamo molto seriamente con gli uccelli. Ed agli uccelli chiediamo di ritrovarci quello che noi non possiamo più avere: il fulcro del centro del bisogno. Perché la malattia campeggia in questo dramma?
Per fregarci. Bastano poche righe a cavallo del quadrosesto, e la malattia prende il posto che essa può avere.
Mentiamo, non mentiamo? Il teatro è finzione! Tuttavia in tutto quanto prende a muoversi ed a fluire come una
delicata melodia, entro la prosa normalmente piana, spigolosa e spessa del Beghelli, questo basta ad avvisarci di un fatto incontrovertibile, che governa la nostra possibile felicità. Tutto si compie secondo le leggi ferree del dramma, a meno che... L’ombra di Enzo, il protagonista di questa biografia non autorizzata, appare, tenue, ad accompagnare una donna amica che ne riferisce i discorsi: “La mia condizione esistenziale dimostra che dio, la provvidenza, qualsiasi teodicea o teleologia, sono tutte puttanate da teologi o da filosofi che han grande fiacchezza di ingegno e molto tempo da buttar via”...”A meno che dio non sia un sadico torturatore e guardone - o uno scienziato, ma di quelli senza scrupoli che praticano la dissezione sulle creature vive fregandosene del loro dolore; uno che gioca con noi come topi in un labirinto, cambiando a suo piacere le regole del gioco in corsa”...”Perché non c’è disegno divino che possa giustificare il mio stato. L’uomo non è fatto per vivere inchiodato ad una sedia”.
Ma poi Claudio Beghelli scrive:
“Ciascuno cresce solo se sognato. Io sono l’uomo che hai immaginato in me”.
E scompaiono gli sterpi, ovvero prendono la forma che veramente hanno.
È vero? Non è vero? È un pretesto? Sicuramente vi è una violenza potente, di cui la prima frase costituisce la premessa, il preludio, se si vuole. E la seconda, che potrebbe apparire soltanto un ovvio corollario logico, costituisce invece un suggello, ferreo, che nega vieppiù secoli e secoli di tradizione filosofica di entrambi i capi del continente eurasiatico. E spinge chi scrive queste righe ad arrestarsi di botto, senza dar seguito alle molte riflessioni ulteriori che il testo di Claudio consente ed ospita.

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