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Tutte le cose sono uno

Lella De Marchi

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ISBN: 9788874188734

12,00 €

Lettere 254 | p.117 | ed. marzo 2015 | Vincitore premio BrainGNU narrativa 2013

“Non voglio avere niente dentro agli occhi. Nessuna distrazione. Soltanto l’eco delle cose che lontane s’intrecciano tra loro. Voglio quell’immagine sola dentro agli occhi. Sentirla riaffiorare. Riemergere dal buio.
Sempre più. Innalzarsi tra l’eco di tutte quelle cose. Risplendere. Voglio l’istantanea. L’insieme delle cose. Il luogo in cui le cose si sommano in un punto. Il punto in cui tutte le cose sono uno. Lo scatto unico. Dove ancora esisti. Il tuo principio e la tua fine.”

Lella De Marchi, poetessa e scrittrice, vive a Pesaro. Ha pubblicato un libro di racconti Racconti Nove (2008) e due libri di poesia: La Spugna (2010) e Stati di amnesia (2013). Ha ottenuto molteplici riconoscimenti sia con l’edito che con l’inedito. Suoi testi compaiono in riviste e antologie di letteratura e poesia. Organizza e partecipa a festival e reading letterari in tutto il territorio nazionale.“Tutte le cose sono uno” è la sua seconda prova narrativa.
www.lellademarchi.it

Siamo seduti ad un tavolo di legno a quattro posti di una birreria di Brigton. Da appena qualche minuto. L’uno di fronte all’altro. Perché non si è seduto al mio fianco, penso. Beviamo due Guinness scure da boccali grandi di vetro spesso con il manico. Mentre beviamo, noto un po’ di schiuma densa e biancastra sul suo labbro superiore, concentrata nell’angolo di sinistra. La cosa mi fa un po’ ridere, e un poco mi disgusta. Comunque, non posso dirglielo, di quella goccia rimasta sul suo labbro. Non lo conosco abbastanza, per prendermi questa confidenza. Allora lo fisso su quel punto, sperando se ne accorga. Ma lui non se ne accorge, o finge di non accorgersene. Forse teme di fare una brutta figura. Siamo qui per parlare di cose molto serie che ci riguardano. Ciao, mi chiamo Karl. Tu non mi conosci, neanche io ti conosco. Ma sono tuo fratello. Tua madre era anche mia madre. Vorrei incontrarti. Ci vediamo da Harry’s alle sette. Hai detto, prima di riattaccare, come se parlassi ad un amico con il quale hai in programma la libera uscita del mercoledì sera. Sono arrivato all’appuntamento con un po’ d’anticipo. Mentre lo aspettavo, già seduto, guardavo oltre la finestra a riquadri della birreria. Fuori, c’è una nebbia fitta che avvolge tutte le cose. E’ un ottobre tutto grigio, oggi. Per arrivare, ho preso l’autobus, per non rischiare incidenti con la macchina. Sull’autobus c’era una signora anziana con i capelli bianchi raccolti sulla nuca e i fianchi larghi, che camminava a fatica. Mi ricordava mia nonna. L’ho aiutata a salire i gradini dell’autobus e le ho ceduto il mio posto. Non tutte le signore anziane che incontro sull’autobus mi ricordano mia nonna. L’ho aiutata a salire i gradini dell’autobus e le ho ceduto il mio posto. Non lo faccio sempre. L’imprevisto turba profondamente. E conduce il pensiero a farsi un bel giro avanti e indietro intorno al tempo presente. Se ci fosse il sole, penso, o mezzo metro di neve fosse scesa su Brigton, o se piovesse e tuonasse e lampasse, se avessimo deciso d’incontrarci in un giardino con un lago con le papere gialle o sulle macchinine ad autoscontro del Luna Park o in una fabbrica abbandonata dell’Alsazia, al mercato della frutta o in un negozio di dischi della Records, se avessimo ordinato del vino rosso o una coca cola o del gin della grappa o del vino bianco, oppure qualcosa da mettere sotto i denti, una bistecca delle patate fritte del pesce in scatola o un gelato o una torta coi canditi, ci diremmo le stesse cose che ci stiamo dicendo ora? Guarderemmo le cose che ci sono accadute da questa angolatura? Ci penso. Le cose che sono già accadute e poi un po’ improvvisamente piovuteci addosso, sono le uniche che ci legano, fino ad ora. Possiamo davvero guardarci da un’altra angolatura? Il suo tamburellare continuo con i polpastrelli della dita sul ripiano del tavolo mi innervosisce un po’. Perché ho accettato d’incontrarlo, penso. Sono già abbastanza nervoso ed impegnato. Vorrei fuggire via. O non avere mai risposto alla sua telefonata. Intanto, guardo le sue mani. Le seguo muoversi. Le fisso, mentre si muovono. Cercando tragitti mai vissuti. O familiari. Cercando tragitti mai vissuti o familiari nelle mani di uno sconosciuto. Ha le dita grosse e nodose, e le unghie non proprio curate. Molto corte, e un poco consumate. Io nascondo le mie, sotto il tavolo, appoggiandole sulle ginocchia. Sono lunghe ed affilate. Lisce. Io sono uno scrittore. Al massimo mi viene il callo sull’indice della mano destra, ad incrinarne lievemente l’armonia d’insieme. Poi mi fissa di continuo dentro agli occhi, con quei suoi occhi scuri e profondi. Sembra un felino che abita la savana. Vuole imbarazzarmi o nascondere il suo, di imbarazzo? In ogni caso, io sfuggo in continuazione quello sguardo, ruotando senza sosta gli occhi e centrandoli in una serie di oggetti fuori della sua visuale. Così, ogni tanto, sposto l’argomento della nostra conversazione.

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