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La traccia

Paolo Barili

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ISBN: 978 88 7418 888 8

12,00 €

Foglio 62 | p. 123 | ed. settembre 2014

“Panico e torpore insieme lo pervasero.
Sapeva che doveva fare assolutamente qualcosa, ma il suo corpo sembrava fluttuare in questo liquido viscoso e congelato.
Il freddo, se possibile, era diventato ancora più intenso e paralizzava, oltre a tutte le sue membra, anche ogni suo pensiero.
Come aveva fatto a trovarsi in questa situazione?”

barili

Paolo Barili è nato a Badia Tedalda in provincia di Arezzo, quinto di cinque figli e, dal 2001, risiede a Viterbo. Laureato in Scienze Biologiche, il 2/07/1993 presso l’Università degli Studi di Urbino con votazione finale di 110/110 e lode, ha svolto varie professioni fino a quella, a partire dal 2003, di consulente in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro presso la CNA di Viterbo, curando il settore relativo alla formazione in merito all’organizzazione e alla docenza vera e propria dei corsi. Sposato con Deborah dal 2001, è padre di Viola (11 anni) e Benedetta (9 anni) e riconosciuto “capo-alfa” di Giò, l’affettuoso cane cocker nero focato. Da sempre affezionato a Badia Tedalda, il proprio luogo di origine, alle persone, tradizioni e spirito del posto, ha fin da bambino partecipato con entusiasmo e responsabilità alle varie iniziative culturali del paese che con il tempo si sono avvicendate. Con “La traccia” è alla sua prima esperienza nel mondo della narrativa, pur essendo, da sempre, un grande appassionato di musica, letteratura, cinema e arte in ogni sua espressione.

1) Da dove trae ispirazione un autore nello scrivere il proprio libro?
Nel mio caso è difficile stabilire esattamente come nasca e il perché si decida di mettere per iscritto la storia da raccontare e, in parte, anche la propria vita. Probabilmente, è un qualcosa che era già dentro di me e che, stimolato dagli eventi esterni e dalle proprie attitudini e passioni, decide di uscire fuori per cercare di regalare anche agli altri le stesse emozioni che l’autore prova nello scrivere.

2) Di cosa narra “la traccia”?
E’ il racconto di un viaggio di ritorno a casa tra un padre e il proprio figlio (Emanuele e Pietro), fronteggiando varie difficoltà a partire da un’imponente nevicata che caratterizza il paesaggio esterno fino a fronteggiare strani fenomeni e apparizioni, non sempre razionalmente spiegabili. Il tutto accompagnato da un adeguato sottofondo musicale che diventa parte integrante e protagonista del racconto stesso.

3) Come possiamo definire il romanzo e a quale genere letterario potrebbe appartenere?
Il libro si rifà a tutte le opere dove c’è un viaggio e, quindi, la necessità di mettersi in rapporto con situazioni particolari, altre persone ed eventi. Non è un vero e proprio thriller, così come non corrisponde in pieno ad un fantasy. Di entrambi i generi possiede alcune caratteristiche ma cerca di percorrere la via classica del romanzo di narrativa mantenendo alto il ritmo del racconto e la tensione.

4) Quali opere e quali autori ti hanno maggiormente influenzato nella stesura di questo romanzo?
Sono da sempre un grande appassionato di musica, letteratura, cinema e arte in genere, nelle sue varie forme ed espressioni. L’andamento del romanzo ha un ritmo trascinante e i tempi quasi cinematografici o, perlomeno, in questo modo cercavo di immaginarlo mentre lo stavo scrivendo. Così come rileva Alberto Santucci, Sindaco di Badia Tedalda nella sua prefazione al libro, c’è probabilmente qualcosa di Edgar Allan Poe, autore che apprezzo tantissimo e che sono onorato di inserire tra le mie possibili influenze.

5) Potrebbe esserci in futuro un seguito, una Traccia 2?
Anche in questo caso, è difficile da stabilire con certezza perché in futuro tutto può accadere. In questo periodo, sono più interessato ad elaborare una storia che si svincoli e sia diversa rispetto questa mia opera prima, pur cercando di mantenerne alcune caratteristiche che mi appartengono e, spero, mi rendano riconoscibile in chi avrà la bontà di leggerlo.

Con un po’ d’emozione ed un leggero sottofondo musicale dei migliori Litfiba d’epoca, oggi (domenica 31 agosto 2014) in questo preciso istante (alle ore 11:40) mi appresto a scrivere la prefazione a quest’opera prima di Paolo Barili, un bel libro che sinceramente consiglio a tutti, un gran bel lavoro appassionante e coinvolgente, oggi onorato da una vera e propria pubblicazione editoriale dopo essere stato artigianalmente auto-prodotto dall’autore… un autore che per il sottoscritto è assolutamente particolare e del tutto speciale: un Grande Amico che ha vissuto assieme a me tutti quei momenti belli e brutti ma fondamentali e irripetibili che vanno a formare una persona ancora adolescente e ne definiscono l’identità, la personalità e le aspirazioni; momenti inquadrabili storicamente negli anni ottanta (gli anni delle scuole superiori e dell’università) che ci hanno lasciato dentro ricordi importanti incancellabili, le cosiddette “tracce indelebili” - per citare testualmente le parole di Paolo - che ci accomunano e ci legheranno per sempre. Cercando di essere quanto più possibile imparziale e oggettivo ed archiviando a priori la sterile diatriba tecnicistica sul confine tra romanzo breve e racconto lungo, dirò - senza tema di smentita - che a mio modesto parere “La traccia” del Dottor Paolo Barili ha senz’altro il respiro, la struttura, l’articolazione e la dignità propria di un romanzo. Certamente un po’ più corto di “Guerra e pace” (1.945 pagine), meno impegnativo de “I fratelli Karamazov”, ma indubbiamente romanzo… e che romanzo! Scorrevolissimo e coinvolgente che ti acchiappa subito e non ti molla più, trattenendoti piacevolmente nel suo ritmo narrativo incalzante e mai banale che appassiona e sorprende ad ogni pagina. Ha qualcosa del giallo, ma non è un giallo; forse ha piuttosto i tempi di un thriller cinematografico, di certo è connotato da una musica di sottofondo pressoché costante che in certi episodi sembra addirittura percettibile dalle orecchie del lettore, è caratterizzato da una particolare attenzione alle descrizioni di ambienti, paesaggi e stati d’animo e - sicuramente - mi ha fatto rivivere alcune emozioni provate leggendo i racconti di Edgar Allan Poe, in un miscuglio d’ingredienti di prima scelta sapientemente dosati ed amalgamati dal carattere sensibile e determinato, dalla simpatica vena ironica e dalla grande cultura (a trecentosessanta gradi) dell’autore, cultura che - sotto voce e senza alcuna ostentazione - permea e impreziosisce tutto il romanzo. Nel frattempo il gradevole doppio C.D. “Viva Litfiba” edizione limitata del 1997 lascia il posto ai mitici virtuosismi del Banco del Mutuo Soccorso, nel bellissimo pezzo simil-classico con ouverture di clavicembalo che si intitola guarda caso “Traccia”, componimento tanto amato da me e da Paolo, da Massimo e Giovanni, da Enzo e Luca, e più in generale da tutta la Time Loser Band (i Red Times del romanzo) di cui ebbi l’onore d’essere, tanti anni fa, la voce cantante. Mentre sto scrivendo ripenso lucidamente a quei tempi, a tutti i membri del nostro gruppo, a come eravamo vestiti nella serata del debutto in Piazza dei Tedaldi, subito dopo la pizza da Luciano, dove Mirco (uno dei due tastieristi del gruppo) ci estasiò con la famosa barzelletta “Sei Perseo? Trentaseo!”: Alberto al microfono, Paolo alla chitarra elettrica, Enzo alla batteria (che imparò a suonare bene in solo due settimane), Luca e Mirco alle tastiere, Augusto (l’Omo) al basso e la Manuela (Mema) con le altre ragazze ai cori… tutti vestiti per l’impegnativo debutto con blue-jeans, scarpe da tennis, maglietta t-shirt bianca, cappellino da tennis avorio e bretelle di vari colori secondo le disponibilità personali e familiari: ricordo che le mie erano blu scure... stop! Questo bellissimo primo romanzo di Paolo Barili a detta di alcuni si legge tutto d’un fiato. Io, per la verità, ho impiegato due sedute o più precisamente due “stesure” visto che la mia posizione prediletta per leggere è steso nel letto con il guanciale raddoppiato sotto la testa ed il lapis pronto per le annotazioni sopra la pancia subito dietro il libro: sabato notte 30 agosto ho letto tutta la prima parte e domenica 31 alle ore 2,08 di mattina ho completato la piacevolissima lettura. Avete mai provato a leggere un’opera completamente inedita di una persona amica che conoscete personalmente molto bene? Non sono cose che capitano tutti giorni ed anche l’approccio alla lettura non è scontato. Non mi vergogno a dirlo: erano alcuni mesi che avevo “La traccia” sopra la mia cassapanca-comodino, lì in attesa di essere letto. Perché non lo leggevo? Perché ero troppo impegnato nella campagna elettorale (1ª bugia): in effetti sono stato molto impegnato da marzo a fine maggio nell’ennesima campagna elettorale che mi ha portato ad essere rieletto sindaco di Badia Tedalda per la terza volta con un gruppo completamente nuovo di cui sono estremamente soddisfatto per motivazione e impegno sinora dimostrati. Ma non era questo il motivo. Allora perché non lo leggevo? Perché appena rieletto sindaco ero troppo impegnato ad amministrare il comune col nuovo gruppo di assessori e consiglieri comunali (2ª bugia): sono stato sicuramente molto impegnato nel “rodaggio amministrativo” col nuovo gruppo, ma non era neanche questo il motivo. Perché allora non lo leggevo? Perché dovevo completare letture religiose e di storie della vita di santi (3ª bugia): da tempo le mie letture sono prevalentemente a tema religioso e proprio in questo periodo sto leggendo “L’Evangelo come mi è stato rivelato” di Maria Valtorta (che consiglio di vero cuore), ma neppure questo era il motivo. Dopo una sorta di auto-psicoanalisi ho capito quale fosse la ragione vera per cui non mi decidevo mai a leggere “La traccia” e la spiegazione è pressappoco questa: quando vuoi veramente bene ad una persona, temi che quella possa soffrire o dispiacersi per una qualsiasi cosa. Ecco, quando si pubblica un romanzo ci si espone molto ed io avevo paura di leggerlo nel timore che quell’opera prima, cui Paolo tanto teneva, non fosse sufficientemente bella o ben scritta! Di fatto non volevo leggere il suo libro perché temevo per lui, ma questo timore grazie al cielo s’è dissolto ed è svanito di colpo dopo aver letto le prime dieci godibilissime pagine. Per non troppo tediare pongo fine a questa mia strana prefazione, senza voler dimenticare nell’ordine: a) l’importanza ed il mistero della vita; b) i magnetici occhi nero petrolio del “piccolo” Pietro; c) gli ipnotici occhi giallognoli del Grande Lupo Gengis Khan che nel romanzo sulla neve non lascia traccia mentre nella realtà degli allevamenti ovini ed anche bovini del Comune di Badia Tedalda di tracce ne ha lasciate eccome anche di recente. Come io e Paolo, giovani ragazzi appena automuniti, la sera in macchina ascoltando musica e parlando di tutto e di più non ci decidevamo mai a salutarci per andare a letto… così adesso non mi decido a completare questa prefazione perché avrei ancora altre mille cose da aggiungere. Scendendo a compromesso ne dirò solo cinque: 1) come sindaco di Badia Tedalda sono onoratissimo che un badiale d.o.c. come Paolo Barili abbia scritto il suo primo romanzo e lo abbia ambientato tra i tornanti innevati del nostro incantevole paesaggio montano; 2) sempre come sindaco sono felice che per la presentazione di questo libro sia stato utilizzato per la prima volta in assoluto il bellissimo salone multifunzionale dell’agognato “Museo Comunale dell’Alta Valmarecchia Toscana”, finalmente completato, inaugurato e aperto al pubblico; 3) come Amico di Paolo sono molto contento che questa occasione ci abbia fatto rincontrare e stare di nuovo per ore molto bene assieme dopo tanto tempo.

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