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Schegge di anima imperfetta. Una lunga lettera d'amore

Sergio Consani

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ISBN: 978-88-7418-786-7

12,00 €

Lettere 207 | p.74 | ed. 2012

Schegge di anima imperfetta" è, come dice il sottotitolo, una lunga lettera d'amore.
Sergio Consani, scrittore, sceneggiatore e musicista livornese, è l'autore di questo particolare percorso intimistico. Un cammino però che non vuole rimanere imbrigliato nel consueto racconto della vita dello scrittore, perché questa è una lettera, una vera lunga lettera dedicata ad una figlia. I problemi che nascono tra genitori e figli dopo la sconfitta di un matrimonio sono molteplici, e l'autore, anche lui non immune da certe problematiche, ha voluto rivolgersi "pubblicamente" a sua figlia, coinvolgendo altri ragazzi e altri padri che, per un motivo o per un altro, si sentono vicini all'autore.
Quindi questa sesta opera di Sergio Consani non è un romanzo, e neanche una biografia, ma qualcosa di più, qualcosa che scopre i punti deboli di un padre e le sue angosce, il dolore per la lontananza dalla propria figlia, l'impossibilità di amare fino in fondo. E se i figli sono spesso egoisti, i padri, quelli separati e allontanati dalla casa in cui una volta si respirava solo amore, devono adattarsi ad una vita che li costringe alla solitudine e al mendicare un po' di affetto. Ed è così che nascono i sensi di colpa, la paura di sbagliare, la consapevolezza che siamo imperfetti. E i figli non amano la nostra imperfezione.
Se questa lettera era nata per essere semplicemente spedita ad una ragazza di 23 anni, l'autore, andando avanti nella scrittura, si è reso subito conto che le sue parole potevano rappresentare un modesto appiglio per tanti padri che si trovano nella sua stessa situazione. Ecco perché è stata pubblicata.

Consanimin

Sergio Consani è nato a Livorno nel 1950. Sin da bambino la musica è l’elemento artistico che determina il suo futuro. Dopo aver frequentato le Scuole Superiori dell’Istituto Tecnico di Livorno inizia la sua carriera di professionista come batterista. Le prime esperienze importanti con un quintetto livornese rafforzano le qualità musicali di Consani. Un anno sulle navi da crociera con lo stesso quintetto, in giro per il mondo, dai Caraibi al Venezuela, dal Messico alle Hawaii, poi la sua vita continua negli Stati Uniti. Cinque anni vissuti tra Los Angeles, Miami e New York e un’esperienza musicale di tutto rispetto: nella Compagnia Nazionale di Grease, al CoconutGrovePlayhouse di Miami, un passaggio in uno dei teatri di Brodway, gruppi jazz, studi di registrazione.
Terminata l’esperienza oltreoceano Sergio Consani torna in Italia e sceglie Roma. Il gruppo dei Pandemonium dell’Rca lo chiama e lui resta con loro per cinque anni, partecipando a un Festival di Sanremo. Intanto lavora anche con la Cinefonica di Roma, un’associazione di musicisti che suonano nelle colonne sonore dei film realizzati in Italia e all’estero. La Cinefonica chiude, ma nasce l’Unione Musicisti. Consani lavora per loro, ed è qui che inizia a suonare con Ennio Morricone, Nicola Piovani, Luis Bacalov, Riz Ortolani, Stelvio Cipriani, Pino Donaggio, Roberto Pregadio e molti altri.
Nel frattempo nasce la passione della scrittura e, stando vicino a così tanti artisti di alto livello, si avvicina al cinema. Scrive un lungometraggio per una produzione di Pupi Avati, “La prima volta”, poi una soap opera e in seguito una sit-com. Sergio Consani scrive per il teatro una commedia insieme a Antonio Gerotto, dal titolo “Il posto”, debuttando nel Teatro Agorà di Roma nel 2010.
Nel 2012 scrive “Dall’Homo Sapiens all’Homo Facebook”, un monologo musicale teatrale e debutta al Teatro Vertigo di Livorno e alla Fortezza Vecchia.
Insegna scrittura creativa e, insieme a Marco Conte (attore) e Luca Dal Canto (regista) ha formato la Scuola di Cinema Vertigo dove insegna sceneggiatura cinematografica.
Ha un gruppo jazz il “Jazzin’ in Blue Jeans Quartet”, con il quale fa concerti e spettacoli teatrali.
Inoltre, da un anno, è proprietario di un portale web www.laportadeltirreno.itoccupandosi perciò di piccola imprenditoria… creativa.

Siamo al sesto libro… ce ne vuole parlare?
“Schegge di anima imperfetta” è, come dice il sottotitolo, una lunga lettera d’amore, dedicata a mia figlia. Conflitti tra genitori separati e figli, incomprensioni, errori, delusioni, dolore, molto dolore. Senza dimenticare mai la speranza, però. Ero partito con l’idea di scrivere una semplice lettera, poi, strada facendo mi accorgevo che le mie parole potevano essere d’aiuto anche a chi, come me, vive le stesse problematiche, e quindi ho deciso di raccogliere le mie esperienze e pubblicarle.

Lei è anche musicista, vero?
Sì, ho iniziato la mia carriera come musicista, ho vissuto negli Stati Uniti cinque anni e lì ho suonato in diversi gruppi jazz, nella Compagnia Nazionale di Grease, sulle navi da crociera, in studio di registrazione… Poi sono tornato in Italia, a Roma, e come batterista ho suonato per anni con nomi illustri: Ennio Morricone, Nicola Piovani, Luis Bacalov, tanto per citarne alcuni. E adesso, qui a Livorno, la città in cui ho fatto ritorno e dove sono nato, scrivo e ho il mio quartetto jazz.

E la scrittura quando si è affacciata nella sua vita?
Quella è nata più tardi. Parecchio più tardi. Ho pubblicato il mio primo libro nel 2000. Ma è stata una grande scoperta, perché inizialmente ho avuto la possibilità di avvicinarmi alla scrittura per il cinema, tanto che ho iniziato con lo script di un lungometraggio per una produzione di Pupi Avati. “La prima volta” è il titolo. L’anno scorso ho debuttato anche con uno spettacolo teatrale dal titolo “Il posto”, scritto da me e Antonio Gerotto. E quest’anno il palcoscenico ha visto un monologo musicale scritto da me, dal titolo ironico “Dall’Homo Sapiens all’Homo Facebook”.

Quali sono i suoi sogni?
Di sogni ne ho solo uno, ed è quello di vedere il mio libro fare effetto su mia figlia. E risolvere gli attriti, insomma. Le altre cose sono frutto di ciò che mi invento ogni giorno, di ciò che creo, e quando queste cose si concretizzano mi sento bene. Sognare è facile, realizzare i sogni invece è estremamente complicato e può essere molto deludente.

Lettori e scrittori: sembra ci sia un divario netto. Lei cosa ne pensa?
Penso che sia vero. In Italia si legge pochissimo, e gli scrittori, o presunti tali, pare siano in netta crescita. Direi quasi che il numero dei lettori è inversamente proporzionale al numero degli scrittori. Il fatto è che spesso si pubblicano libri pieni di errori, di refusi, di frasi strampalate. Un attento editing sarebbe necessario prima di dare un libro in pasto al pubblico. Una volta si poteva comprare un libro a scatola chiusa, cioè, come succedeva anche a me, guardavo la copertina, il titolo, le prime righe e poi lo compravo senza sapere chi fosse l’autore. E quasi sempre, al di là del genere che poteva piacere o meno, era una buona lettura. Oggi si rischia troppo a comprare l’opera di un autore sconosciuto senza che almeno qualcuno non te l’abbia suggerito. Bisogna combattere un po’ questa superficialità. Però questo non succede con le case editrici serie.

Dica, per chiudere, la prima cosa che le viene in mente.
Bisogna riscoprire il gusto della lettura. Dalle parole degli altri si possono imparare tante cose positive, e la vita migliora. È l’ignoranza la bestia nera di una società.

Avrei potuto iniziare con cara topolina mia, Kikki, o Silvietta. Ma ora sei grande, il prossimo marzo compirai ventitré anni, e tu da tempo ti senti donna, e forse preferisci essere chiamata, da me, con il nome proprio senza vezzeggiativi.
Vezzeggiativi che quando eri piccola amavi tanto.
L'unica cosa che mi spinge a mettermi qui a scrivere senza pensare a quante pagine riempiranno queste mie parole, è l'amore. L'amore che si prova quando si è padri.
È dura la vita dei figli dei separati. Mi sforzo di capire, ma provo non poca difficoltà, perché io ho avuto dei genitori che, fortunati loro, hanno accettato di buon grado le parole finché morte non vi separi. Formula che ormai, visti i tempi, è cambiata.
Stupidi coloro che dicono che al giorno d'oggi i bambini o i ragazzi sono "abituati" al nuovo stato di cose, alla società che è radicalmente cambiata, all'idea che tanti compagni di classe vivono la stessa situazione e quindi mal comune mezzo gaudio. No, non è vero. Il dolore dei figli dei genitori separati è forte anche oggi, nel terzo millennio, checché se ne possa dire.
Avevi sei anni quando il matrimonio fra tua madre e me è naufragato come una piccola barca in balìa di onde incontrollabili, e sei anni sono pochi per capire le ragioni per cui tuo padre e tua madre non possono più stare insieme, che l'amore se n'è andato, fulmineo, così come era arrivato il giorno in cui ci conoscemmo. Ma questa è una storia sulla quale non voglio soffermarmi, per delle semplici e banali ragioni: da un punto di vista umano credo di aver ragione io se le cose non hanno funzionato, ma la controparte, non essendo presente, non ha possibilità di replica, quindi se ne risentirebbe. 
È inevitabile che faccia correre il mio pensiero a quando eri davvero piccola, a quando cioè il tuo amore per me era istintivo e sentivi il bisogno di essere protetta come un cucciolo. Io e tua madre eravamo il tuo punto di riferimento, ti attaccavi al suo seno e succhiavi con gusto il suo latte, dormivi spesso vicino a noi, sentivi le nostre carezze, e quando piangevi nella tua culla sapevi che uno di noi sarebbe venuto da te per vedere quello che non andava. Il pianto, a pochi mesi di vita, non è altro che un richiamo per esternare il proprio disagio, di fame, di dolore o solo perché il tuo pannolone è zuppo di pipì.
Ma tu non puoi ricordare, è evidente. Quei ricordi sono registrati in qualche parte nascosta del tuo cervello, sono lì, addormentati, ma esistono. Ci vorrebbe una terapia regressiva per andare a scavare nei misteriosi meandri dei ricordi infantili. Ma non è il caso.
E allora, se quei momenti qualcuno te li ricorda, è come se li rivivessi, perché tu ci credi a quello che ti dico, sai bene che non ti mentirei mai. Forse ti ho fatto tante promesse, che poi non sono riuscito a mantenere, ma mentire mai, non mi sono mai permesso di farlo con te.
Avevi appena tre mesi e io ti tenevo sulle mie ginocchia mentre suonavo il pianoforte. Eri lì, beata, ad ascoltare con le tue orecchie attente e ancora acerbe suoni sconosciuti, modeste melodie che componevo per te. A dire il vero la tua anima aveva già recepito dei suoni quando eri ancora in grembo: ti facevamo ascoltare il Bolero di Ravel, poggiando gli auricolari della cuffia su quel pancione dentro al quale ormai cominciavi a stare scomoda. E come ti muovevi quando sentivi quella musica, sembrava quasi ci ringraziassi per farti compagnia. Sì, perché forse un po', là dentro, ci si sente soli, forse c'è troppo silenzio e quando sta per scoccare il nono mese si inizia il conto alla rovescia per lanciare finalmente un urlo al mondo.
Quando nascesti la prima cosa che fece tua madre fu quella di contarti le dita delle mani e dei piedi, come a sincerarsi che fossi bella e sana e che ogni elemento del corpo fosse al posto giusto. Andava tutto bene, eri bella, con la faccetta rossa e, come disse un'infermiera, eri tale e quale a me. Poi, col tempo, hai cominciato a somigliare anche alla tua mamma, e allora c'era chi diceva è tutta suo padre, chi invece esclamava è la copia di sua madre. Vuol dire allora che avevamo fatto un buon lavoro facendoti somigliare ad entrambi, perché tua madre è sempre stata una bella donna, alta e magra, ed io un bell'uomo. Potevi nascere un rospo con due genitori così?
I tuoi primi sorrisi erano per noi, i tuoi primi due amori siamo stati noi, noi ti abbiamo dato la vita, qualcosa per la quale dovresti ringraziare il tuo destino per averla avuta. Non è poco. Non tutti hanno il privilegio di nascere, forse ci sono milioni di anime che girovagano chissà dove in lista di attesa, che si dicono pronte per fare una nuova esperienza e che invece devono aspettare anni, decine di anni, secoli. E tu dunque eri pronta, libera di scegliere dove andare, dove nascere, da chi nascere, in quale luogo, quali genitori. Hai scelto noi, e una ragione, a noi sconosciuta, deve pur esserci.
Tu sei stata concepita una sera in cui il mio amore per la donna che mi stava accanto era vero e puro. Era una di quelle notti in cui tutto sembrava orchestrato per lasciar correre via pudori e paure, una di quelle notti in cui fuori non fa né caldo né freddo e il tepore delle lenzuola ti fa stare bene. Una notte in cui la luna è alta, piena, complice. Una notte perfetta. Sapevamo, sentivamo che non potevi non essere concepita, anche se non potevamo sapere se saresti stata una femmina o un maschio. E forse neanche tu lo sapevi, perché l'anima in attesa di rinascere non ha sesso, aspetta di entrare lì, in quel piccolo universo racchiuso nel grembo materno per poi farsi forgiare dalla natura.
E neanche ci interessava se tu fossi maschio o femmina, anche se, in cuor mio, l'idea di avere una bambina era il desiderio maggiore. Forse perché un figlio maschio ce l'avevo già, da un'altra donna, che tu non hai mai conosciuto se non attraverso alcune foto.

Mesi e mesi senza vederti, senza parlarti. Inconcepibile, ma questa è la realtà. Sembra un secolo, e chissà quanto altro tempo ancora passerà prima che ti deciderai ad accettarmi di nuovo. Accettarmi. Neanche fossi un padre violentatore, delinquente, assassino, cattivo, senz'anima. E neanche riesco a spiegarmi la ragione di tanto astio, di rancore sordo e impossibile per te da esternare con il coraggio che dovrebbe contraddistinguerti. Non fosse altro per l'intelligenza che hai.
Sono pochissime le persone che, nel corso della vita, s'incontrano e si amano. 
Si può amare un uomo o una donna, e spesso questo sentimento negli anni si modifica, fino a diventare amicizia nel migliore dei casi, odio, in molti casi, o indifferenza nel peggiore dei casi. Ma si sa, questo sentimento intorno al quale si tessono le tele di intrecci spontanei, o clandestini, o d'interesse non è quasi mai eterno. La letteratura e il cinema c'insegnano. Potrebbe essere eterno, ma oggi, in questa società così malata e malandata le speranze si attenuano fino a diventare così flebili da non crederci più. Difficile dare la colpa a qualcosa o a qualcuno in particolare se questi amori attuali non durano, anche se le ragioni potrebbero essere mille: i messaggi sbagliati della televisione, l'economia che non funziona, i genitori che lavorano, entrambi, l'insicurezza per il futuro, l'arrivismo, l'ambizione, la voglia di evadere dalla routine.
Si può amare un fratello o una sorella, un bene che ha però dei limiti se uno dei due ferisce l'altro, se commette atti di basso valore morale, se lo tradisce o lo inganna. Può innalzarsi un muro tra due fratelli, spesso insormontabile, altre volte più fragile, dove l'orgoglio con il tempo perde forza e la ragione riesce a sgretolare mattoni fatti d'argilla. L'amore fraterno, se gelosie e piccole cicatrici di quando si è piccoli non prendono il sopravvento, può durare a lungo, anche fino alla morte, ma nessuno scommetterebbe un centesimo che può resistere per sempre. 
Per gli zii e i cugini è un discorso a parte: in questa ragnatela fatta di fili di sangue più annacquato e meno resistenti alle intemperie, si corre su un binario che fila via come una linea retta costellata di punti deboli. Per loro c'è più affetto che amore, simpatia, predisposizione. La loro mancanza non si fa sentire molto, il sentimento provato equivale all'acqua increspata di un lago, senza fremiti né battiti di cuore.
I nonni invece giocano un ruolo importante nella nostra vita di bambini, ma quasi mai il sentimento di grande affetto provato è uguale per tutti e quattro. Anche in questo caso si sente di più il nonno materno piuttosto che quello paterno, oppure la nonna paterna piuttosto che l'altra. C'è poco da spiegare: prevale l'istinto, il modo in cui un nonno si dedica al nipotino, i sorrisi e le carezze elargiti, la bontà, la voglia di sentirsi partecipe alla sua vita.
Tu non hai conosciuto mio padre. Lui è morto due anni prima che tu nascessi. Una strana coincidenza fu che quando tua madre era incinta, il suo ginecologo stabilì una data presunta del parto: il 9 marzo. 
Stesso giorno in cui tuo nonno morì. Ne rimanemmo colpiti, ma poi decidesti di rimanere qualche altro giorno in più immersa nel tuo liquido rassicurante e alle 10.30 del 12 marzo – era di domenica – il mondo ti dette il benvenuto.
Mio padre, felice che io avessi trovato una donna in gamba e intelligente, era già ammalato, e quando sposai tua madre, a dicembre, lui era felice, felice che forse questa volta avrei trovato un mio equilibrio sentimentale. Tre mesi dopo ci lasciò, e forse, se fosse stato ancora in vita, alcune cose sarebbero state diverse. In positivo. E lui sì che ti avrebbe amata.
Poi si può amare anche un amico o un'amica, ma sono rare le amicizie che durano molto a lungo. Qualcuno ci riesce a mantenere solido il rapporto con una persona conosciuta sui banchi di scuola, o a una festa o chissà dove, ma di solito c'è sempre qualcosa, soprattutto in giovane età, che divide e ognuno prende la propria strada, fa altre scelte di vita e inevitabilmente si trovano altri amici. È bella però l'amicizia, quella vera, quella dove tu dài e ti viene dato, vuoi bene e ti vogliono bene, soffri e l'amico ti ascolta e soffre con te. 
Ecco, questa è la cerchia ristretta di persone che ti possono amare, chi di più chi di meno, per un mese o un anno o per sempre. Ma io, che sono padre, non ho limiti, così come neanche un figlio dovrebbe averne. Io amo te che sei mia figlia incondizionatamente, anche se mi ferissi mille volte, anche se tu mi dicessi che mi odi, anche se mi uccidessi. 
È l'unico amore, quello di un genitore, che dura per sempre, in eterno, oltre la dimensione umana, oltre Dio, le nuvole, i cieli, l'impossibile.
Ma quanti errori piccola mia fa un padre. Ne fa a bizzeffe, a volte se ne rende conto, altre volte no. Ma – e adesso dico davvero qualcosa di scontato – se un padre fa degli errori lo fa sempre a fin di bene.
Non mi venire a dire adesso che non tutti sono uguali. Certo che non lo sono. Ci sono anche padri che se ne fregano dei figli, che li violentano, che addirittura abusano di loro sessualmente, che li picchiano, li condizionano, li torturano. Ma io parlo della normalità, dell'essere umano che possiede un equilibrio, e cioè della maggioranza. Non posso e non voglio soffermarmi su una percentuale di cui io non faccio parte e che è l'unica stecca rotta di un ombrello sano. Sì, perché nonostante tutto è ancora il bene a prevalere in questo mondo di merda, un mondo in cui il male fa di tutto per accaparrarsi il primo posto e che di una medaglia d'oro si vanterebbe fino alla fine dei tempi.
Parlavo di errori. Se dovessi fare un elenco rimarresti sbalordita nel notare quanti siano, ma ti sorprenderebbe anche la mia sincerità nello stilarli. Non è semplice mettersi lì, con l'anima allo scoperto, e parlare con se stessi, strappare pezzi di passato, lavarli, renderli dignitosamente puri, scandagliare il percorso accidentato di una vita intera, odiarsi in alcuni casi, commuoversi, rimproverarsi. E tutto questo senza speranza. Il passato è una manciata di sabbia gettata in aria, che si disperde e si mischia ad altra sabbia quando ricade. E il vento la porta via, ogni granello è un pezzo di esistenza, uno stralcio di tempo che non esiste più, un frammento di ricordi che non puoi modificare.
Con il senno di poi, anch'io, come la maggior parte degli uomini, mi rendo conto che avrei potuto evitare di commettere una gran parte di quegli errori che hanno determinato il corso della mia vita, ma se non si sbagliasse non impareremmo mai. Inutile dire che s'impara attraverso le cazzate, le sviste, le incomprensioni e il dolore. Sbagliare per poi capire è il lasciapassare per raggiungere la vecchiaia con quel minimo di saggezza che non ci farà morire né arrabbiati né stracolmi di frustrazioni.
Vivere, nel bene e nel male. Vivere è la parola d'ordine. Una vita troppo contenuta, limitata dalle regole spesso rigide, alimentata dalla paura del futuro, osservata da lontano senza agire innalza muri invalicabili e offre solo un apparente senso di felicità, di realizzazione. Ma per chi vive in questo modo, prendendo spunto da una chiosa di un noto scrittore, le ore passano lente e gli anni volano.
Ecco che ti ritrovi con le ossa doloranti, le rughe, i capelli più radi, tanti anni sulle spalle in più e la sensazione che ti manca qualcosa, che tra le tue mani non c'è che il vuoto e nei tuoi pensieri scorre un rigagnolo di ricordi. Forse sei circondato dai tuoi familiari, hai messo al mondo dei figli che a loro volta ti hanno fatto diventare nonno, e allora adagi le tue riflessioni su un cuscino morbido riempito di sicurezze, quelle che non ti hanno fatto vivere ma che faranno vivere gli altri.
Nel caso in cui, andando contro tutto e tutti, decidi di non seguire alla lettera le regole, ogni avvenimento, ogni incontro e qualsiasi situazione si presenti sulla via del tuo destino, segneranno indelebilmente il tuo spirito. 
Ho sempre fatto quello che volevo, allergico al potere, alle ingiustizie e ai soprusi, poco incline al rimanere "violinista di terza fila", inimicandomi molta della gente che ho incontrato in questi sessant'anni suonati di vita. Qualcosa si deve pur pagare se scegli di essere quello che sei. Una scelta. Spesso è una scelta quella di essere se stessi, molte altre volte è il carattere che determina cosa fare o cosa non fare. Conosco persone di indole pacifica, umili, pacate, con poche ambizioni che si lasciano scivolare nella semplicità delle cose, accontentandosi del lavoro che trovano, di fidanzarsi nell'età giusta, quella canonica, sposarsi, fare figli, guardare la televisione, fare qualche vacanza, andare a pranzo dai suoceri la domenica, votare, pagare le tasse, lucidare la macchina e comprarsi vestiti alla moda.
Io sono esattamente l'opposto di questo genere di persona. Non che li critichi, anzi, a volte mi rammarico di non essere come loro, per non aver avuto quel genere di concetto semplice della vita che forse non porta a niente, ma almeno in qualche modo ti fa voler bene da tutti. Neanche il mio modo di essere porta a qualcosa, perché alla fine si muore tutti, e se non sei un genio che lascia impronte incancellabili e il tuo nome non entra nella storia, prima o poi tutti ti dimenticano. Perciò, il mio concetto intricato della vita è solo qualcosa di diverso e basta, senza che per questo sia migliore dell'altro.

Mi rivolgo a te, e di conseguenza a tutti i figli e ai padri separati, non per trovare una giustificazione alle mie mancanze, bensì per far capire ad altre migliaia di figli di separati e soprattutto a te, che anche noi padri abbiamo un cuore. Pura retorica, ma la retorica è semplice da decifrare, come i proverbi o gli aforismi, e io desidero innanzi tutto essere capito più che giustificato.
C'è una sostanziale differenza tra essere capito ed essere giustificato. In quest'ultimo caso si è a conoscenza dei propri sbagli e ci si augura che le persone alle quali abbiamo fatto qualche torto ci perdonino e legittimino gli errori. Nel primo caso invece è molto più difficile che chi ha subìto il danno lo analizzi e comprenda le ragioni per cui chi lo ha provocato era nell'impossibilità di fare diversamente a causa di un DNA misterioso.
Io ti ho amata sin dal primo momento che ho sentito il tuo cuore battere, il giorno in cui tua madre fu sottoposta a una delle prime ecografie. Eri già una persona, un essere umano vivente, protetta dal liquido materno dentro al quale tornerei volentieri, lontano dalle brutture di questo mondo che sgretola tutto, che non si cura di niente e cambia le cose in peggio.
Il ritmo del tuo cuore, costante e rassicurante con i suoi battiti perfetti, mi dava un senso di euforia. Ci dissero che quasi sicuramente eri femmina, ma io in quel momento, nella mia mente, tolsi la parola quasi: ero certo che sarebbe nata una femmina.
Per sei anni non ho mai fatto errori con te, fino al giorno in cui io e tua madre ci siamo separati. Ma sarebbe meglio dire che non ho fatto errori fino a che non hai raggiunto l'età per capire che altri padri, nella stessa situazione, si sono comportati meglio di me.
Fino a sei anni dunque la fiducia che avevi in me era totale, sapevi – o meglio, sentivi – che tuo padre avrebbe fatto qualsiasi cosa per proteggerti, per alleviare un semplice mal di pancia, un dolore di denti, un brutto voto a scuola, un litigio con un'amichetta. C'ero, ero presente, ero un padre vero, come tanti altri. 
Poi, silenzioso e subdolo come un rettile, s'insinuò tra me e tua madre un altro uomo. Non gliene voglio più di tanto a colui che per anni è stato un amico e che, con sua moglie frequentava la nostra casa: l'amore, quando arriva, non guarda in faccia niente e nessuno.
Io e tua madre non ci amavamo più da tempo, è bene dirlo, e man mano che i mesi passavano il mio interesse per lei veniva sempre meno. Sai, per tenersi ben stretta la propria compagna o il compagno bisogna dare molto, capirla, darle tenerezza, ascoltarla, sorrisi, attenzioni. E io invece era da un bel po' che non la facevo più sentire la donna dei miei desideri. Non conosco esattamente la ragione per cui abbia rinunciato ad amarla da un certo punto in poi, ma posso dire che non c'è una causa particolare che abbia determinato questa sorta di rottura, bensì potrei dire che questo benedetto amore ha iniziato ad affievolirsi lentamente, senza possibilità di ritorno.
Litigavamo molto io e lei, quasi sempre, per stupidi motivi, anche per un bicchiere rotto o una chiave persa. Litigavamo in modo idiota, ne sono consapevole. 
Quando quel 5 giugno lasciai definitivamente la casa, la nostra casa, con il mio scooter, una valigia e il computer, sapevo che non avrei mai più rimesso piede là dentro. Fu per sua volontà, perché ormai si era innamorata di un altro uomo, e di solito chi se ne va è il padre, quasi mai la madre.
A te dissi che papà si sarebbe trasferito in un altro appartamento per motivi di lavoro, perché attraversare Roma ogni giorno voleva dire perdere almeno due ore per andare e altre due ore per tornare. Naturalmente era una bugia, solamente per prendere tempo, per trovare poi un modo per dirti la verità. Cioè che non sarei più tornato a casa.
Fu una fortuna trovare Riccardo, quel signore gentile che cercava qualcuno con cui condividere la sua casa. Te lo ricordi? Era uno scenografo, una persona generosa, altruista, buona, gentile (e a lui, con una parte della sua storia, ho dedicato un libro). Mi trovai subito bene con Riccardo, e lui mi vedeva che soffrivo, che mi era difficile sopportare la tua lontananza, e mi dava conforto con le sue parole. La sera spesso ci mettevamo sul divano a sorseggiare un buon whisky che non mancava mai nell'armadietto della cucina, con il suo cane che dormiva vicino ai suoi piedi, e ci raccontavamo le nostre storie. Mi ha visto piangere tante volte Riccardo, un giorno ha persino temuto che volessi farla finita. Ricordo che ero seduto al computer nella mia camera, ma le mie mani erano immobili, il mio sguardo non era concentrato sul monitor, bensì oltre i vetri della finestra, verso il cielo.
Mi chiese come mi sentissi, mi si avvicinò, mi guardò in faccia e mi propose di andare con lui a fare una passeggiata. Gli risposi di no, e lui mi disse di stare tranquillo, di non pensare a fare qualche sciocchezza. Mi aveva letto nel pensiero, anche se non so se avrei mai il coraggio di uccidermi davvero.
Fu forse in quei giorni che capii che non era vero che non amavo più tua madre, ma che c'era qualcosa che avremmo dovuto rivedere prima di distruggere il nostro matrimonio. Ma lei ormai era persa tra le braccia di un altro che, come avevo previsto, non era e non poteva essere l'uomo della sua vita.
Tu dormivi nella mia stanza, in quella poltrona letto che ha fatto il giro del mondo, tante sono state le volte che ho cambiato casa. Una poltrona letto che avevamo comprato per la nostra casa, anche se non ricordo la ragione per cui la prendemmo e per chi servisse. Ora quella poltrona l'ho gettata via, non volevo più che mi seguisse, non volevo che mi accompagnasse nella mia nuova casa nella quale adesso vivo. E confesso che mi è venuto un nodo alla gola quando, smontata e smantellata, l'ho gettata in un cassonetto.

Ogni tanto mi chiedevi quando sarei tornato a casa, e io, ogni volta, avevo un tuffo al cuore, il mio stomaco si stringeva come in una morsa. Ti rispondevo a monosillabi, cercando di non darti una risposta vera: mi sembrava di ingannarti ancora di più.
La verità te la dissi un giorno che andammo in quella bella piscina nascosta in mezzo al verde, alla periferia di Roma, non lontana dalla nostra casa. Ero seduto su una sedia a sdraio, tu eri lì sul prato a giocare, ti chiamai deciso a non illuderti più. 
Sei anni, avevi solo sei anni. Avevi un costumino colorato, senza il pezzo di sopra, perché ancora il tuo seno non ne voleva sapere di sbocciare ed era ancora presto, troppo presto. Eri abbronzata, con i tuoi bei capelli scuri e gli occhietti vispi e intelligenti. Ti presi dolcemente per le spalle e ti avvicinai a me, eri in piedi, e il tuo viso era vicino al mio. Avrei preferito morire in quel momento, non affrontare il tuo sguardo, non conoscere i battiti del tuo cuore, non sapere quello che avresti provato. Mi guardavi e non sapevi cosa stavo per dirti, eri ancora fiduciosa, speravi che prima o poi, finito quel lavoro lontano da casa, sarei tornato.
Non potevo più tergiversare. Cercai un tono sicuro, ma sentii la voce che mi si spezzava quando ti dovetti confessare che tra me e tua madre c'era qualcosa che non andava, che qualche volta succede che le coppie non funzionano, che si prova a incollare di nuovo i pezzi rotti ma è inutile andare avanti. 
Papà non può più tornare a casa. 
Furono queste le mie parole. Ti uscirono alcune lacrime che io ti asciugai con la punta delle dita, mi abbracciasti e continuasti a singhiozzare per un po', sommessamente, non come una bambina, ma come una donna consapevole. Eri già cresciuta di dieci anni con quelle poche parole che ti avevo detto. E saresti diventata ancor più donna da lì a poco con tutto quello che hai vissuto in seguito.

In quel periodo ero un musicista tra i più bravi sulla piazza di Roma. Non a caso suonavo con Ennio Morricone, Nicola Piovani, Luis Bacalov e facevo parte dell'Unione Musicisti di Roma, che oggi non esiste più. Colonne sonore, spettacoli teatrali, tournee in giro per l'Italia… insomma, tutto ciò che un musicista può desiderare per sentirsi completo. A parte i soldi. Certo, perché alla fine i soldi non erano mai sufficienti, e lavorare in sala di registrazione con i grandi maestri non era direttamente proporzionale alla loro fama: ci pagavano con compensi sindacali. Così come quando andavamo a suonare nei teatri. Eppure facevo parte di un'orchestra diretta da un vincitore di un Oscar, abbiamo calpestato i palchi del Sistina, del Metastasio, dell'Alfieri e di decine di altri. Ma noi musicisti eravamo solo degli esecutori, bravi, ma pur sempre esecutori, e se il conto in banca di questi illustri e dotati compositori cresceva sempre di più, noi rimanevamo costantemente con il conto in rosso.
Quando mi separai da tua madre, uno di questi famosi compositori e direttori d'orchestra, con il quale avevo sempre avuto un buon rapporto ai limiti dell'amicizia, un giorno non capì un certo mio nervosismo. Mi rendo conto di essermi lasciato catturare dall'irrequietezza e dalla rabbia che avevo dentro di me, e, durante un'accesa discussione con suo fratello riguardo a un indelicato trattamento nei confronti di noi musicisti, m'incazzai oltre misura. Il fratello di questo compositore di cui per correttezza non faccio il nome, faceva da manager, ma in realtà era un tipo che viveva di rendita con i proventi di un garage regalatogli da chissà quale membro della famiglia. Un manager di nome, vissuto sempre all'ombra del fratello più famoso, incompetente e apparentemente buono. Il mio senso della giustizia venne fuori anche in quel momento, feci le mie rimostranze, e si incrinò il rapporto tra me e loro. A quel punto mancava però un vero pretesto per farmi fuori dal loro giro. Pretesto che si presentò poco dopo. Quel periodo era tremendamente difficile per me, la ferita della separazione non si era assolutamente rimarginata, il dolore di non averti più accanto e l'idea di non avere più una famiglia mi faceva stare male. Stare male, molto male. Mi chiamò Amanda Sandrelli e mi propose di suonare con lei per un mese, a Roma, lungo la sponda del Tevere, in uno di quei punti dove l'estate si suona, si balla, si fanno un numero infinito di spettacoli. Accettai con grande piacere, oltretutto quei soldi mi sarebbero serviti per rimettere un po' in sesto le mie tasche vuote. Ma successe che "il maestro famoso" mi disse che proprio il giorno in cui debuttavo con Amanda, c'era da fare un concerto, un unico concerto a Roma. Io gli dissi che non potevo perdere un mese di lavoro per un solo concerto. Gli proposi di preparare un batterista, così che mi avrebbe sostituito. D'altra parte anche con altri musicisti era già successo che qualcuno avesse un impegno più consistente, per cui molti di noi avevano dei sostituti, dal violoncello al sassofonista, dal pianista al primo violino. 
Ma con me era un'altra storia. Così preparai il batterista e non fui più chiamato.
Me la sono legata al dito la storia con questo vincitore di un Oscar, ma perdente nella vita e nel suo modo egoistico di affrontare il suo prossimo. Si vanta di essere di sinistra, ma in realtà la sua è solo un'etichetta, il suo mondo è completamente ristretto ad un numero esiguo di sostenitori; sostenitori che lo adulano, lo seguono con la bava alla bocca, gli fanno piaceri, si complimentano con lui giorno dopo giorno. E il maestro gode di questo strascico di lumache che al loro passaggio lasciano tracce biancastre di piaggeria. 
Fu in quel momento che decisi di abbandonare la musica.
Allora già scrivevo. Amavo scrivere. E puntai su questa nuova avventura.
Inizio travolgente. Un film per una produzione di Pupi Avati. Niente male. Poi la pubblicazione di un libro.
Ma soldi sempre pochi.
E i soldi servono.
I soldi saldano o incrinano i rapporti. Se ce li hai il rapporto ha possibilità di sopravvivere, se non ce li hai, il rapporto è destinato a morire.
Paradossalmente anche il rapporto fra me e te stava inesorabilmente agonizzando per colpa del denaro.
Sì, perché io non ti ho mai fatto fare una vacanza decente (parole tue), non ti ho mai fatto regali costosi. Invece i genitori dei tuoi compagni hanno sempre avuto la possibilità di regalare loro viaggi, scooter, cellulari, computer, vestiti firmati. Io no. Io ti ho sempre regalato piccole cose, scelte con il cuore, ma mai all'altezza dei regali delle tue amiche. E le vacanze… le vacanze a Livorno, dalla nonna, a casa della nonna, il solito mare, le solite cose. Niente Maldive, Cuba, Egitto, Grecia.
Livorno. Solo Livorno.
Ma giocavamo sempre insieme sulla spiaggia. A pallavolo, a fare castelli di sabbia, a carte. E poi a casa a Monopoli, alla Play Station, a qualsiasi cosa tu volessi, anche con le Barbie o i Polly Pocket.
Ecco, oggi mi fai pagare anche questo. 
E lo capirai un giorno lontano, quando forse sarai madre, quando vedrai i tuoi figli crescere e ti accorgerai delle esigenze che avranno, e se tu non potrai tener fede alle loro esigenze ne soffrirai. Come ci ho sofferto io. Perché ai figli vorresti dare il mondo, il sangue, te stesso. E qualche volta non ci si riesce.
Perdonami. Non sono stato capace di essere come i genitori dei tuoi amici.
Ma per fortuna tua madre ti ha dato anche questo. Maldive, Cuba, Egitto, Grecia. Lei sì che puoi amarla di più, lei sì che è stata capace di essere un vero genitore, dandoti tutto il possibile, non facendoti sentire inferiore ai tuoi amici, sacrificandosi con il suo lavoro, con il suo negozio. Ti ha dato tutto, ed è giusto che la ami di più. È giusto? Non lo so… chi può dire che lo sia?

Eppure Livorno, la città in cui sono nato, ti piaceva. Certo, non ha le spiagge bianche di qualche isola caraibica o di lontane coste incontaminate, però ti piaceva fare il bagno in queste nostre modeste acque. E soprattutto ti piaceva farlo con me, giocare con me, ridere e scherzare con me. Avevi fatto anche amicizia con una bambina, quella che si metteva le dita nel naso e si divertiva ad assaggiare il gusto delle sue schifosissime caccolette. Ti veniva da ridere, ma la sua era una forma di esibizionismo, dovuta a chissà quale mancanza affettiva.
E poi c'era tua cugina, anzi, la tua biscugina, con la quale sembrava potesse nascere una bella amicizia. Ma eravate troppo diverse; lei un po' egoista e accentratrice, tu timida e introversa. È durato poco, perché un giorno lei ti ha esclusa da una partita a pallavolo sulla spiaggia, sembrava avesse preferito le sue amiche, e tu ci sei rimasta male e le hai tenuto il broncio. Avevi ragione. Anche quella volta che lei si mise al tavolo a giocare a carte con le sue amiche, escludendoti per la seconda volta. Il bello è che non lo faceva per farti un dispetto, ma solo perché non ci pensava. Ancora peggio, poiché ha dimostrato di non avere quel tipo di sensibilità che piace a te. E io sono assolutamente solidale con il tuo pensiero. Ma era una ragazzina, come te, e quindi giustificabile. Anche suo padre ha un carattere gioviale, aperto e con una certa dose di egoismo, non materiale, ma dell'anima. Ma è solo perché la sua vita è stata diversa dalla mia, senza per questo che la mia sia meglio della sua. Ma forse è troppo facile giudicare, in fondo bisognerebbe saper leggere bene le loro anime, capire, approfondire. Tanto ho fatto che adesso, io e mio cugino lavoriamo insieme. Siamo due piccoli imprenditori, che si occupano e preoccupano di un portale web, che cerchiamo di far crescere, che ci può far guadagnare. E a me, stai sicura, non darà alcun calcio negli stinchi, perché ho letto la sua anima, so chi è, so che non può tradirmi. Così come io non tradirò lui. In quanto a sua figlia, ora che è grande, non è certo più come qualche anno fa: è simpatica, allegra, matura, diversa. A volte certi atteggiamenti che noi non condividiamo, scaturiscono da qualcosa che non conosciamo, ma si sa, quando siamo giovanissimi siamo tutti un po' egoisti, viviamo per crearci una personalità, ci si scontra con il mondo, si cerca di innalzare muri di difesa, si va contro tutto e tutti. Perciò, se anche tua cugina avesse sbagliato, non è poi così grave: anche tu, allora, ne hai fatti di errori, non credi?
Con mio cugino invece, anche se prima ho fatto di lui un quadro che lì per lì non era troppo positivo, le cose vanno bene, perché rispetto la sua personalità, ci parlo, mi spiego, comunichiamo. Siamo diversi, molto diversi, ma in fondo un po' ci compensiamo, io imparo da lui e lui impara da me. E se dobbiamo dirci qualcosa – anche in modo abbastanza critico – lo facciamo, perché il silenzio non porta a niente, mentre mettere a nudo le nostre anime non può che fare bene a te e a chi ti sta accanto. E poi ho capito che anch'io ho parecchi difetti, quindi perché criticare troppo gli altri quando invece ci sarebbe tanto bisogno di guardarci un po' per conto nostro?
La pagliuzza e la trave… il grande Maestro insegna…

Livorno in genere non offre molto, ma l'estate è piena di vita, i locali si animano, la sera si fa tardi, ci sono spettacoli nelle piazze, spettacoli teatrali, Effetto Venezia, bancarelle, mercatini. L'aria è calda, ma c'è sempre quel venticello che viene dal mare e che ci fa soffrire meno il caldo afoso. È una citta come tante altre, meglio di tante altre, peggio di altre. La gente è aperta, anarchica, sincera, ha un gran senso dell'umorismo, ti accoglie senza batter ciglio. Ma ci sono anche quelli che coltivano il proprio orticello e non vogliono che nessuno vi entri. Sono gli egoisti, gli opportunisti, quelli che credono che

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Schegge di anima imperfetta. Una lunga lettera d'amore

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Sergio Consani

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