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Limoli Marcello

Marcello Limoli è nato il 16 maggio 1952 a S. Michele di Ganzaria, un piccolo paese dell’entroterra catanese dall’apparenza insignificante. In realtà, per lunghi anni, nel dopoguerra, S. Michele ha rappresentato una sorta di antitesi culturale e politica alla più nota Caltagirone dove nacquero don Luigi Sturzo e, con lui il Partito Popolare (poi DC), e il famigerato Mario Scelba, non innocente ministro degli Interni, quando il primo maggio 1947 si consumò la strage di Portella delle Ginestre. All’epoca  San Michele venne definita la “Stalingrado di Sicilia” per l’asprezza delle lotte dei contadini che occupavano la terra. Questi erano guidati da un personaggio straordinario, più volte sindaco negli anni seguenti,  Paolo Faillaci: promettente dirigente del PCI dell’epoca, ma troppo anticonformista e non allineato per non entrare presto in rotta di collisione con la burocrazia del partito.
In questo ambiente Limoli si è formato politicamente anche nella sua idiosincrasia (pur militante di sinistra, se si vuole, estrema) verso le burocrazie di partito. In seguito, diplomatosi in un Istituto Tecnico di Catania, ha scelto la via dell’emigrazione, prima in Svizzera e Germania, un breve passaggio a Milano, e quindi nel Veneto, dove tutt’ora vive e lavora come operaio, piuttosto che sottostare ai riti della raccomandazione per comprarsi l’agognato “posto sicuro”.
Sposato negli anni ’70 ha avuto due figlie da questo matrimonio e, successivamente, un’alta figlia da una convivenza. Attualmente single ormai stagionato.
Nessun precedente letterario se non una lenta, quasi archeologica, ricerca sulla parola scritta a partire dall’inizio degli anni ‘90: come se nello scavo, la parola, emergendo, potesse illuminare un itinerario del senso dell’esistenza.

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Sogno della città

Collana "Almanacco" n° 7

 

ISBN 978-88-7418-352-4
Pagg.147
Prezzo € 10,00

In un’epoca a cavallo tra una società contadina e patriarcale al tramonto e i nuovi miti del progresso, Bastiano Lo Cascio, un giovane contadino siciliano, abbandona la sua terra avara di speranze per inseguire il proprio sogno che non è semplicemente quello di una vita più agiata.
La storia è narrata da un vecchio contadino, una sorta di Virgilio (o forse Caronte) e simbolo di un mondo arcaico che scompare, che con sguardo lucido osserva la mutazione epocale in atto, mentre accompagna il ragazzo nel suo spiccare il volo verso il mondo nuovo.
In questo tragitto il “cunto” del vecchio procede a ritroso, sprofondando nel passato fino alle origini di un paesino immaginario (ma non troppo) della Sicilia centro-orientale. A partire da alcuni eventi storici il suo “cunto”, mentre sul treno il viaggio del ragazzo procede in una sorta di realtà sognante, si dipana tra leggende e la storia della famiglia del protagonista, tra il dialogo immaginario con un nobile decaduto e le singolari considerazioni sulla vita e sul mondo del vecchio contastorie.
Fino all’impatto con le volte metalliche della stazione centrale di Milano che inebria l’immaginazione di Bastiano. A questo punto, una sorta di officiante dei riti del Progresso prende in mano il ruolo di narratore per condurre il ragazzo alla scoperta delle meraviglie del Benessere. La molla che spinge ad emigrare è solo il bisogno economico, o, nel profondo, un’immagine ineffabile spinge inconsapevolmente alla scoperta di nuovi orizzonti dell’anima?