"Amore in saldi"
di Flavio Venditti
"Di martedì… Non è un venerdì 17, ma promette poco lo stesso!" guizzò nella sua mente come il baluginio di una stella morente.
"Sta già lì, scommetto!" si disse ridacchiando.
Strinse le mani sul volante e si sollevò a guardarsi nel retrovisore.
'Promessi Sposi'. E' così che li chiamavano, e non era certo un complimento, quello!
"Tutta gelosia!" farfugliò. Ma non se ne curava, anzi si compiaceva di quella invidia grassa, ci sguazzava, ci stava come un viscido funghetto nel suo olio. E quando capitava, si teneva il mento con tre dita, reclinava appena il capo col vezzo di una femminuccia: "Ma io, Emilio Parisi, professore, sono Renzo o Lucia?" con sarcasmo fulminava chi si provava a farci dello spirito.
Non poteva però negare che era impaziente. Quel momento lo aspettava come si aspetta l'ultimo esame: euforia e ansia ben miscelate nel suo cuore. Dosi pressoché uguali, a volte più dell'una, a volte più dell'altra. Valevano, insieme, il nerbo acconcio a scaraventarsi alle spalle l'ozio barboso di vacanze senza scosse, uguali a tante altre passate e non vissute.
"Stavolta no, vedrai!" Così era iniziata: un'innocente scommessa, un giochino tutt'al più, ma ora, stava scivolando verso un'ossessione sottile, cocciuta…
"Perché quando la linea dell'amore sulla tua mano è tutta sgangherata, hai voglia a dire che avere una donna è facile! Una donna, o ti cade ai piedi senza tanti ghirigori o non sei attraente!". Non ammetteva altre ipotesi, Emilio. Che una donna potesse essere conquistata, proprio come si assalta un castello, con pazienza, ostinazione, astuzia, era una eventualità che prendeva in considerazione solo quando pensava a Mario, un suo amico non molto piacente eppure donnaiolo di prim'ordine. Essendo però l'unico tra le sue conoscenze ad avere quella fortuna, lui lo calcolava nella categoria delle eccezioni.
"E io, sono attraente, io?"
Le alterne vicende della sua vita sentimentale non avevano dato risposte esaustive alla questione. Era la sua narcisa ossessione. In attesa di scoprire comunque una verità, poteva tuttavia arrendersi? E la signora Ricozzi si era trasferita a Ceprano, qualcuna doveva per forza prendere il suo posto! Già, questo era il dilemma: chi?
Dallo stereo acceso in auto, 'What a wonderful love' e Armstrong, 'Animo!' gli suggerivano, con la dolcezza di mamma che canta una ninnananna.
Arrivò davanti all'edificio scolastico e gli venne da sorridere, pensando al Fascistissimo. Il Fascistissimo, per via dell'architettura millantatrice e un po' hollywoodiana tipica del ventennio, quando fu costruito, e per quella scritta 'dux' che una mano nostalgica aveva lasciato in vita: decenni d'incuria, tuttavia ancora leggibile, proprio al di sopra del decrepito portone d'ingresso, ad ammonire tutti che son dure a morire certe idee… Il Fascistissimo, soprattutto, perché due basse estensioni laterali, una a destra, l'altra a sinistra del tarchiato corpo centrale, davano all'insieme architettonico un aspetto alquanto bizzarro: richiamava alla mente la parodia del Duce, il profilo mitico dell'uomo impettito e con le mani ai fianchi, a 'cannata ciociara'.
Ma la linea del tetto terrazzato, orizzontale e piatta, mancava della testa.
"San Benito Decollato" biascicò con un filo di voce, come, per questo, l'aveva ribattezzato lui.
Alzò lo sguardo.
Alle spalle della scuola si drizzava, alta e puntuta, la rupe su cui poltriva il vecchio borgo di Roccadacre, spaparanzato al sole come una lucertola su un sasso, e la collina dal basso dava l'idea di un gigante ritto in piedi, una sorta di Polifemo quale dev'essere apparso a Ulisse nel suo antro; al di sotto si stendeva l'abitato di Acre, e le case ammucchiate ai piedi del monte, assomigliavano a un gregge di pecore quando si accostano tra loro per la pioggia, e il cielo era terso lassù, azzurro, senza il più piccolo sbuffo di bianco, ma in quella semplicità, coglieva la perfezione, Emilio!
Scese, si accese una sigaretta: "Questa, me la gioco a poker" sentenziò. Da incallito giocatore che 'spizzica' la carta, e la lascia spuntare lentamente per aver tempo di riflettere, ruotò lo sguardo in cerca di un'auto nuova, da cui trarre favorevoli auspici, quasi le forme dell'una anticipassero quelle dell'altra, la proprietaria.
Niente di nuovo.
"Ma ch'è venuta a piedi?" provò a scherzare.
S'imbatté in Sandra, una collega che fumava sotto il portico. Dovette salutarla. "L'educazione, sai com'è…" Quante volte, ragazzo, si era vergognato della riluttanza, della scarsa attitudine della gente del Sud a usare parole quali 'grazie, per favore, prego', delle risposte aspre e cafone al forestiero di passaggio! Ci coglieva arretratezza culturale rispetto all'evoluto Nord, e gli faceva male, ci soffriva.
Non le dette però la mano.
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