"La notte
del capodoglio"
di Fausto Tanzarella
A dire il vero il capodoglio entra in questa storia
assai di straforo e suo malgrado, nella specie di un meraviglioso
esemplare che nella primavera del '23 finì con l'arenarsi sulla
spiaggia della città di Levanza e la cui testa impagliata,
dopo vicissitudini varie, si ritrovò a fare bella mostra infissa
nella scalcinata parete di una miseranda osteria dove, come vedremo,
riuscì a tornare di qualche utilità.
Ruolo più determinante riveste la notte, non una qualsiasi
ma la notte del 1° febbraio del 1950, durante la quale in quell’osteria
accaddero cose spiacevoli e singolari, almeno per un posto tranquillo
quale era e, tutto sommato, è ancora Levanza.
Ma prima di arrivare a quella notte conviene fare un passo indietro,
cioè alla sera del 31 gennaio e concentrare la nostra attenzione
sull'avvocato Gerardo Spotì, che usciva dal suo studio in piazza
Garibaldi alla solita ora, le venti o poco più.
E' luogo comune che al sud non faccia freddo, macchè…
Diciamo che l'inverno dura meno, ma quando decide di mettere i denti…
E quella sera un grecale irruento spazzava dal lastricato foglie e
cartacce, avvolgendole in improvvisi mulinelli; da dietro la cattedrale
di S. Pancrazio, che sovrasta la piazza, giungeva il cupo ruggito
di un mare irascibile e l'aria, piena di sale, penetrava nel naso
come grappoli di spilli.
Piazza Garibaldi era, all'epoca, un luogo dignitoso e consueto nel
panorama urbano del nostro Sud, abbastanza ampia, a forma rettangolare,
circondata da decorose case o modesti palazzotti mai più alti
di due piani, intonacati in bianco ma anche in rosa o di una tenue
tinta di giallo; prendeva forza da due moli di gran corpo: la cattedrale
già ricordata ed il municipio, un edificio barocco di colore
bruno, con panciute ringhiere di ferro ai balconi e fregi leonini
sul portale.
A quell'ora il luogo era deserto e non c'era da stupirsene, la gente
per bene in serate come quella se ne tornava a casa presto, per mettersi
a sedere davanti ad una minestra calda e poi accanto al braciere colmo
di carbonella ardente, con un buon bicchiere tra le mani.
Spotì pensava invece con fastidio al suo programma per le ore
che lo aspettavano. Anche lui, per la verità, era atteso da
una buona cena, preparata con amore da Teresina, l'anziana governante
che l'aveva visto nascere, quarantadue anni prima; il problema era
il successivo appuntamento al circolo dei "Signori" per
la partita di scopone. L'idea di doversi nuovamente avventurare in
quel gelo, dopo aver gustato il tepore della casa, per trascorrere
una noiosa serata in compagnia di mediocri giocatori, non lo entusiasmava.
Tuttavia non poteva sottrarsi: la domenica precedente aveva vinto
la bella somma di diciottomila lire al dottor Cardone, al cavalier
Pisicchio e al suo collega avvocato Riccio. Si era dovuto impegnare
a concedere rivincita il giovedì successivo, una defezione
sarebbe stata disonorevole. Doveva rassegnarsi e sperare di non ritrovarsi,
al suo rientro a casa, con qualche migliaio di lire in meno e un raffreddore
in più.