<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>prime pagine di Gabriele Sannino Prospettiva editrice
 

 

"L'amico extraterrestre"
di Gabriele Sannino

 

La storia che mi accingo a raccontare ha per molti versi dell'incredibile.
E' tale perché non è propria di questo mondo, e taluni esseri umani - oramai troppo tali da non credere a null'altro se non alla triste e spesso brutta realtà che li circonda - non riusciranno mai a crederci, anzi, dirò di più, forse non riusciranno neanche ad leggerla. A sentirla.
Molta gente ormai è chiusa nei propri confini, nei propri recinti fisici e mentali, e non vuole più immaginare. Sognare. Non vuole più… sperare.
Non vuole più credere a niente che non sia loro tangibile e verificabile al momento.
Ma a volte la realtà che ci circonda è talmente lontana e inimmaginabile che non può essere toccata, né verificata istantaneamente.
Questo però non vuol dire che non esista.
Questa storia, infatti, è per tutte le persone che, come me, hanno avuto un'esperienza straordinaria nella loro esistenza. Un'esperienza fuori dei soliti schemi, un'esperienza non certo irreale.
Perché il concetto di realtà, della nostra realtà quotidiana - e di questo ne sono ormai certo - è solo nella nostra fantasia.
Tutti viviamo di fantasia. Proprio tutti. E' questa è una beffa universale per tutti i cinici di questo pianeta, categoria che ogni giorno di più vede ingrossare le sue fila, fatte di ciechi e sordi.
E' dalla fantasia che nasce la realtà, ma è anche da quest'ultima che nasce nuova fantasia: nuovi modi di vedere il mondo, di immaginarlo, magari migliori di questo.

Tutto iniziò durante la mia infanzia. Tenera e felice, ma anche dura e malinconica.
Quando ero bambino venni spedito in un orfanotrofio, dove crebbi fino alla maggiore età. Esattamente a Plovdiv, in Bulgaria.
Arrivai lì, in quel posto, quando avevo otto anni, dopo che un terribile giorno mio padre mi lasciò per sempre: un camion aveva perso il controllo e si era schiantato proprio su di lui, che nel frattempo proveniva dall'altra corsia.
La mia coscienza e i ricordi erano già sviluppati, perciò ricordo nitidamente quando arrivarono i poliziotti e bussarono alla porta di casa, intenti a comunicarmi la pessima notizia.
Lo spettacolo che si trovarono di fronte fu altrettanto terribile. Avrebbe accapponato la pelle a chiunque.
Avevo appena preparato come di consueto il pane per il mio papà. Lo avevo appena sfornato, pronto e croccante su una tavola - purtroppo - sempre poco imbandita a causa delle nostre precarie condizioni economiche. Lo preparavo ogni sera, mentre aspettavo che tornasse da lavoro; era il mio modo per rendermi utile dato che rimanevo solo a casa tutto il giorno. Mio padre, spesso, portava con sé frutta, verdura e formaggio, che comprava a buon mercato da un suo amico che possedeva un terreno nelle vicinanze di casa nostra.
A volte, se ne avevamo la possibilità economica, preparavo anche qualcosa in più.
Eravamo molto poveri e mio padre, per riuscire a pagare l'affitto di casa e mandarmi a scuola, faceva il muratore. A suo dire era un lavoro davvero usurante, ma si guadagnava un po' di più rispetto agli altri lavori.
Quando gli agenti mi videro, uno di loro mi guardò e mi chiese se fossi solo in casa.
Gli risposi di sì, in quanto mia madre era morta anni prima per colpa di quella che al tempo definivo semplicemente "la brutta malattia". Del resto mio padre mi aveva sempre detto così.
La malattia, naturalmente, aveva ed ha un nome: tumore al fegato.
Uno degli agenti, entrando in casa e vedendo quella tavola così povera ma nel contempo così dignitosa ed amorevole, scoppiò a piangere, mentre io proprio non riuscivo a capire cosa stesse per accadere.
Chiesi all'altro agente, un po' più misurato nelle emozioni, che cosa fosse successo, e lui mi prese in braccio, tra le sue nerborute braccia, e mi diede un bacio grandissimo.
Poi mi guardò, dicendomi che papà aveva voluto raggiungere la mamma e che ora erano entrambi felici, a vegliare su di me e sul mio futuro.
Iniziai a piangere. Non volevo per nulla al mondo che anche mio padre andasse via, in quel posto, perché da lì non tornavano e io non li avrei più rivisti.
Continuai a piangere ininterrottamente e i poliziotti proprio non sapevano che pesci prendere.
Ricordo solo le mie urla:
- No, papà, almeno tu, torna da me! Almeno tu!
Ero disperato e soprattutto ero già cosciente di una cosa: ero praticamente solo al mondo.
I miei, infatti, erano la mia unica famiglia, in quanto i loro fratelli, i miei zii, erano scappati fuori dalla Bulgaria e non potevano tornare. Il nostro, a quel tempo, negli anni ottanta per l'esattezza, era un regime e non era così semplice scappare e ritornare. Bisognava rendersi irrintracciabili.