"Scrivendo
un libro"
di Gabriele Sabatini
Capitolo primo
- No, stavolta no, non puoi vincere tu, non possiamo continuare ad
esistere io e te. Farneticava, in parte, ma farneticava. Basta, addio,
dico addio ad una donna che non mi ha mai amato, nella quale ho creduto
a lungo. Solo Dio sa quanto ti ho bramata, solo Dio può conoscere
quello che ho dentro in questo momento. Ammesso che Dio esista, chiaro.
Potrei lasciarti facendoti davvero male, negli anni ho fatto soffrire
molta gente e figuriamoci se mi creerei problemi nel distruggere la
tua immagine adesso, ma non ne ho affatto l’intenzione, perché,
vedi, non meriti tante parole, non meriti di esser lasciata, meriti
di esser abbandonata, di essere distrutta, con tutto ciò che
sei e con tutto ciò che rappresenti. Ma non ne ho voglia, o
magari non me la sento, per me è la stessa cosa, è solo
che ho un immane senso di schifo nei tuoi confronti, nei confronti
di quello che abbiamo e stavamo per costruire. Vedi, tu sei tutto
quanto il male che questa società possa rappresentare; sei
meschina, viscida. No. Non devo parlare più, non devo sprecare
più fiato per te.
La guardò con odio, la guardò come se le stesse per
sparare. Odio.
- Ti prego Giorgio…
- Silenzio! Non puoi, non hai il diritto di replicare, né di
parlarmi! Ti detesto perché rappresenti il conformismo, perché
rappresenti la falsità del “bel mondo”. Ricordi?
Rimanesti sbalordita e affascinata nel vedere le immagini del ballo
a Parigi.
- Che ballo?
- Avanti, quello a cui parteciparono tutti i figli dei ricconi, i
principi di mezza Europa. Oddio! Detesto quando fai finta di non capire!
Ma sai perché eri attratta da tutto quello? Perché sono
l’incarnazione della falsità che rappresenti. Tutto quello
sfarzo, per poi scoprire che di vero, di sincero, di profondo, non
hai niente.
I due rimasero in silenzio per un po’, Giorgio davanti a Chiara,
Chiara davanti a Giorgio. Giorgio davanti all’immagine che s’era
fatta di Chiara, Chiara davanti all’immagine che s’era
fatta di Giorgio.
Non parlarono per cinque minuti, sembravano due statue di gesso, e
la cornice dietro di loro trasmetteva staticità, inamovibilità.
Colorato, terribile quadro da cui nulla muove. Non poterono discostarsi
l’uno dall’altra perché ad entrambi mancava la
forza.