<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>prime pagine di Vittorio Baccelli Prospettiva editrice
 

 

"Intimo abbecedario "
di Sasa Perugini

 

PAROLE


Deodorante dei pensieri. Mi gocciolano nelle orecchie, mi strisciano dentro come lumache sbavando un rilucente strascico di dissertazioni in cui mi battezzo perplessa, aspettandomi un esorcismo. Matriarche più severe delle bocche che, abitudinarie, le ruttano fuori in gorgoglii che hanno l’odore degli umori cautamente stipati nel pozzo del proibito. Posso forse scrivermi ripetendo ciò che mi ha già parlata? Le parole sono più di ciò che dicono, raggirano la mente, maliziose, assecondando maldestre comunicazioni. Ricerca biblica, quella del dialogo, specialmente stasera, che quando finalmente ti ho parlato tu, confuso, non hai capito. Il corpo intuisce, ma la mente spiega e per spiegare, usa le parole. Ieri abbiamo parlato al telefono a lungo. Abbiamo parlato per cercare di rassicurarci e ricreare una nuova immagine di noi stessi. Eppure certe telefonate mi lasciano in bocca sapore di sigaretta e cena mal digerita, perché ho paura di perderti e allora inizio a generare parabole a lieto fine in cui mi racconto come dover essere. Senza riposo.

Le parole di Carlo fanno male. O è la sua voce? Animula vagula blandula. Cara piccola Arianna, vorrei poterti soffiare le mie parole nel cuore e placare il tuo pianto di spavento. Quante volte e poi quante ancora ti sei osservata nasconderti dietro alle parole, e hai filmato gli altri abbuffarsene come fossero torte di panna e scaglie di mandorle, con quel piccolo sbaffo di schiuma bianca che restava appeso al labbro. Ti veniva quasi da toglierlo, ma poi ti ritiravi a parlarti dentro. Tante coperte di lana hai tessuto con le parole e ci hai spento fuochi, e ti sei riscaldata e hai nascosto il corpo al tuo sguardo giudicatore. Le parole che vorresti sono quelle per cui vivi. Prega allora: prega una preghiera di cuore, senza parole. Prega per imparare ad ascoltare piuttosto che per essere ascoltata.

Tre lingue e tre anime: parlo le parole che sono e vengo parlata dalla mancanza. Ti rincorro, con le parole, ti leggo e ti scrivo per estenuare i pensieri che porteranno la mano a procurarmi quell’unico istante di quiete in cui, finalmente, le parole si spengono. Ieri le ho incontrate, le tue parole, all’appuntamento previsto. Mi hanno annusata come un sommelier che degusti diffidente un vino di altre terre, mi hanno bagnata di me, come una fragola tagliata a metà. E adesso il silenzio mi sembra un grembo di mamma.