"Discarica
d'amore"
di Ernani Natarella
Partimmo con i cuori aridi e grinzosi come castagne
secche. La consapevolezza della fine era vicina tanto quanto i nostri
cuori erano distanti. Le gomme della macchina si piegavano in continuazione
e aderivano all'asfalto seguendo le curve di una strada che portava
verso alte montagne; alte, ma mai alte quanto quelle nate tra il confine
dei nostri caratteri.
I silenzi più assordanti, gli sguardi evitati, le parole strangolate
tra labbra che da troppo tempo non ne toccavano altre, erano grosse
palate rubate alla terra per scavare la fossa dove riporre quel cadavere
putrefatto che era il nostro amore.
Partimmo. Partimmo ugualmente, nonostante tutto. Forse solo per sotterrarlo
lontano. Forse solo per confondere il suo fantasma, nella speranza
che non ci avrebbe seguito nelle nostre vite disgiunte.
Guardavamo lontano dai nostri finestrini e non riuscivamo a vederci.
Sentivo le lancette di un orologio interno che battevano il tempo
a ritroso in un triste countdown.
Quando non ti ricordi neanche più il motivo che ti ha fatto
cogliere quel frutto e gustare il dolce che conteneva, quando non
ti ricordi il motivo che ti ha fatto innamorare, ha ancora senso soffrire?
Eppure soffrivamo. Soffrivamo fisicamente. Piccole manine, livide
e sporche, ci torcevano le budella. Di chi saranno mai state? A chi
saranno mai appartenute se non a un destino infame.
Non vedevamo l'ora di dircelo. Non vedevamo l'ora di farla finita.
Ma tutto questo ci fu negato.