<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>prime pagine di Daniela Marcantonio Prospettiva editrice
 

 

"Aleksej Nikolaevic Tolstoj e gli esordi della fantascienza sovietica"
di
Daniela Marcantonio

 

Aleksej Nikolaevič Tolstoj (1883-1945) è conosciuto in Italia per il romanzo storico Petr pervyj (1930), rimasto incompleto, sul sovrano "riformatore". Non tradotti in lingua italiana e poco noti sono, invece, i due romanzi "utopico- fantascientifici": Aelita (1922) e Giperboloid inûenera Garina (L'iperboloide dell'ingegnere Garin, 1925), che costituiscono l'oggetto del presente lavoro. Rare sono, anche nel nostro paese, le monografie dedicate a questo scrittore.
Ivan Bunin così descrive il conte Aleksej N. Tolstoj:
"uomo mondano, sempre alla moda, conversatore allegro ed interessante, osservatore acuto e raffinato, dotato di uno spirito vasto e penetrante".
Tolstoj è, infatti, uno scrittore eclettico e versatile dallo stile energico e discorsivo. Durante gli anni di esilio volontario (1918 - 1923), vissuti tra Parigi e Berlino, assimila la science fiction (in voga negli anni '20 nell'Europa occidentale, ma ancor più in America), a cui riesce magistralmente a dare un'impronta personale, tanto da creare un genere letterario nuovo e complesso: la naučnaja fantastika. Ciò non deve stupire: la forte inclinazione dell'autore verso il "fantastico" è ben evidenziata in tutte le sue opere, dai racconti ai romanzi, dalle fiabe agli aneddoti. Infatti afferma Roger Calois che il fantastico nasce dalla fiaba, la fantascienza nasce dal fantastico.
Tolstoj sceglie, quindi, di ritornare in Unione Sovietica e di mettere la sua arte al servizio del regime; scelta, questa, che gli procurerà fama e ricchezza in Russia, ma impopolarità e critiche al di fuori di essa. Nasce il romanzo Aelita, classificato oggi come "fantascienza". Esso rappresenta il mezzo del suo rientro in Patria, l'accettazione senza riserve della situazione politica del Paese, il cambiamento del suo modo di scrivere, che sarà sempre più mirato al soddisfacimento delle esigenze del potere sovietico. Ben si adattano a questa nuova scelta di vita le parole, che in una lettera Majakovskij scrive a Gor'kij:
"Il conformismo e la cortesia servile, l'attività di leccapiatti, leccarubli e ogni altro lecca, molti la chiamano «realismo sano». Anche noi siamo realisti, ma non col muso piegato in giù". Ma cosa spinge Tolstoj a tanto servilismo? è un comunista convinto o semplicemente un patriota sincero? Nell'impossibilità di dare risposte concrete a tali interrogativi, sono convinta che l'unica motivazione certa, che ha mosso le scelte dell'autore, rimane l'immenso amore per tutto ciò che è russo.