"Querelle"
di Piero Buscemi
1
Dovremmo fermarci un giorno. Tutti. Con le nostre idee diverse e guardarci
negli occhi.
Dovremmo comprendere le nostre luci e le nostre notti, i nostri pensieri
e le nostre pazzie. I nostri desideri e le nostre paure.
Dovremmo maneggiare con cura la saggezza, disposti ad affidarla a
chi ce la richiede, senza che qualcuno dalla tomba ci annunci che
dalla sua parte si sta meglio.
Dovremmo tacere con la voglia d’eventualità che sia per
l’ultima volta, ubbidienti esecutori, figli illegittimi dell’istinto.
Un giorno, dovremmo. Solo fermarci.
L’avrei fatto da qualche tempo, se non fossi rimasto troppo
a lungo a riflettermi sui versi opachi da nascondere. Se non li avessi
trasformati nella solita canzone che ci sottrae l’anima, esaltandomi
in un memoriale di ritorno nostalgico.
La solita, implosa nelle mancate reazioni a catena, nella penombra
che tinge i giorni. Cantata, o stonata, per quietare la veemenza e
la presunzione d’affermare che il mondo continuava ad infierire
contro me.
Mi sarei sentito più coerente, mandando a fare in culo tutto
quanto. Anche le cose che un tempo, ostentavano un diverso valore.
Avevo allontanato definitivamente anche quest’altro pensiero
e le persone che mi erano rimaste accanto. Avevo sentito la nausea
di continuare a sprecare parole con ulteriori rintronati della mia
vita.
Neanche il tempo riusciva più a ritmarmi il suo passaggio ed
ogni tanto, potevo permettermi lo scialo di fingere di non accorgermi
della sua presenza, anche quando ero costretto a farlo.
Anche nei momenti particolari e riservati, quando improvvisavo un’imbarazzante
scelta di vita, restavo esecutore solista d’oratoria contemplativa.
Seduto sui gradini di una scalinata che conduce ad una casa sconosciuta,
aspettavo da masochista preveggente, “sconosciuti” infastiditi
che mi suggerivano di andarmene.
Solo quando mi sono ritrovato sopra il treno che mi riconsegnava al
mio paese, ne ho riscoperto l’esistenza. Il tempo e la sua lama
a doppio taglio, con il quale avevo trascorso le giornate ad oziare
sui libri universitari del mio destino da studente in cerca di posizione,
dimenticando di contare quelle che rimanevano alla successiva sessione
d’esami.