<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>prime pagine di Vittorio Baccelli Prospettiva editrice
 

 

"Querelle"
di Piero Buscemi

 

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Dovremmo fermarci un giorno. Tutti. Con le nostre idee diverse e guardarci negli occhi.
Dovremmo comprendere le nostre luci e le nostre notti, i nostri pensieri e le nostre pazzie. I nostri desideri e le nostre paure.
Dovremmo maneggiare con cura la saggezza, disposti ad affidarla a chi ce la richiede, senza che qualcuno dalla tomba ci annunci che dalla sua parte si sta meglio.
Dovremmo tacere con la voglia d’eventualità che sia per l’ultima volta, ubbidienti esecutori, figli illegittimi dell’istinto.
Un giorno, dovremmo. Solo fermarci.

L’avrei fatto da qualche tempo, se non fossi rimasto troppo a lungo a riflettermi sui versi opachi da nascondere. Se non li avessi trasformati nella solita canzone che ci sottrae l’anima, esaltandomi in un memoriale di ritorno nostalgico.
La solita, implosa nelle mancate reazioni a catena, nella penombra che tinge i giorni. Cantata, o stonata, per quietare la veemenza e la presunzione d’affermare che il mondo continuava ad infierire contro me.
Mi sarei sentito più coerente, mandando a fare in culo tutto quanto. Anche le cose che un tempo, ostentavano un diverso valore.
Avevo allontanato definitivamente anche quest’altro pensiero e le persone che mi erano rimaste accanto. Avevo sentito la nausea di continuare a sprecare parole con ulteriori rintronati della mia vita.
Neanche il tempo riusciva più a ritmarmi il suo passaggio ed ogni tanto, potevo permettermi lo scialo di fingere di non accorgermi della sua presenza, anche quando ero costretto a farlo.
Anche nei momenti particolari e riservati, quando improvvisavo un’imbarazzante scelta di vita, restavo esecutore solista d’oratoria contemplativa.
Seduto sui gradini di una scalinata che conduce ad una casa sconosciuta, aspettavo da masochista preveggente, “sconosciuti” infastiditi che mi suggerivano di andarmene.
Solo quando mi sono ritrovato sopra il treno che mi riconsegnava al mio paese, ne ho riscoperto l’esistenza. Il tempo e la sua lama a doppio taglio, con il quale avevo trascorso le giornate ad oziare sui libri universitari del mio destino da studente in cerca di posizione, dimenticando di contare quelle che rimanevano alla successiva sessione d’esami.