"Sulle onde, cercando di non affogare"
di Mario Bianchedi
Sbucò tra i canneti in quello sciabordio impregnato di nebbia. La nebbia era un utero di garza velata da confondere il cielo, l'acqua e le menti di uomini, donne e bambini dalle preghiere tenere e violente in quella valle alla foce del Po. Quella valle, tra Taglio della Falce, la Romea laggiù, e i suoni ovattati, era il regno dei vivi e dei morti di anime stanche, slabbrate da un dio perduto, confuso o smarrito, alla deriva. Apparve come un vagabondo alla deriva, quell'uomo dalla faccia spersa sulla barca dal fondo piatto. Mi trovavo lì con una troupe sulla strada di un reportage per la tv. Nel delta del Po, dove tutto si confonde tra i canneti, gli scanni, in un amplesso tra l'acqua, il cielo e il vento che finisce il suo viaggio sull'isola di Scano Boa.
Un nome dal suono gentile, da evocare scenari di fiabe dai colori sereni, eppure è una lingua di sabbia avvolta da miserie, magie e violenze, in grembo al confine del mondo. Così raccontò Scano Boa, Toni Cibotto, in quel suo romanzo del '96 dove la caccia allo storione era un canto alla solitudine dei vinti, arresi alla vita. Canto, nenia o lamento, che ammainò il vecchio pescatore dall'accento romano, una ragazza di nome Flavia "buttata nella vita come si gettano le cicche mezze spente sul ghiaino dei binari" e un cane "bastardo e felice", Adolfo di nome.
La chiatta lambiva ora il silenzio, abbandonata nell'incanto di una nebbia di prima mattina che inghiotte la sera, tra gli occhi appannati. Conobbi qui Mario Bianchedi. Un uomo dalla faccia innocente di bambino sulla barba incolta di un vecchio. Era lì, alla deriva, senza meta, rapito dal mistero in quella valle dagli sciabordii tenui, dai tuoni repressi. Mi disse che "il delta va visto in silenzio, a bassa voce". Un canto senza tempo. Mario portò lo sguardo oltre il nulla di nebbia, per dirmi, dopo un po', che "il Delta del Po è un mondo senza fine come la nebbia. Ricorda lei - mi chiese poi - quella pagina del Mulino del Po, dove Bacchelli, parlando della nebbia, dice: Ed ecco la nebbia, col suo bianco tenebrore, stagnò umida e greve, punse frigidamente, quando il vento la scosse a folate; e parve vasta come il mondo e senza fine…?"
Un incontro voluto dal caso, mi portò sulle orme di un uomo alla deriva su una barca di palude. In quell'utero di nebbia, frontiera senza confini, sembrava di toccare con mano l'utopia della libertà.
Mario e Gilberta - femmina fiera e solitaria - avevano fatta la tana, alla foce del Po, nella casa dove Mario Soldati aveva girato nel 1954 il film La donna del fiume. Un film con una storia, sottratta alla vita di quei posti, da Moravia e Flaiano, i dialoghi di Franchina, Flaiano, Bassani, Pasolini, Vancini, Altoviti, Soldati... Sophia Loren era la Nives. Una ragazza, umile, fiera e selvaggia, dalla bellezza che colpiva come un cazzotto. La Nives, lavorava le anguille tra le miserie del tempo. Qui visse una storia d'amore senza via di fuga, tra la melma e i canneti, passioni e deliri, abbandoni e vendette, nel corollario di una morte impietosa. Tonino, bambino di due anni, figlio di quell'amore che il padre balordo aveva rubato alla Nives, affogherà tra i canneti in questa valle alla foce del Po. Il lamento di Sophia Loren aleggerà nel tempo tra i canneti, a ridosso di Scano Boa.
Mario e Gilberta, nel loro girovagare, in un viaggio alla ricerca dell'anima, avevano scovato la casa abbandonata, al Taglio della Falce, ai bordi di uno specchio d'acqua tra il margine a sud del Bosco della Mesola e i canneti della foce del Po di Volano. Si approda qui camminando lungo una carraia sterrata, che si snoda furtiva oltre l'idrovora Giralda, fino al rifugio laggiù. Mario e Gilberta decisero in un batter d'occhio e la volontà di mettere su casa nel rifugio abbandonato, divenne la realtà quotidiana nei giorni a seguire.
Quella casa, per la gente di valle, era ormai "la casa della Sophia presa da due signori strambi venuti da fuori". Mario si inventò una vita da pescatore, che ben presto accantonò. Mario e Gilberta, in quel posto ai confini del mondo, si riempivano gli occhi di tramonti, di nebbie e di albe, da vedersi in silenzio perché "il delta va visto in silenzio".
Ma quel silenzio veniva aggredito sempre più. I visitatori sguaiati della domenica, iniziarono ad arrivare anche di lunedì. E l'acqua della foce prendeva sempre più il colore del piombo. La foce del dio fiume si affermava sempre più come la discarica terminale del Po. Mario e Gilberta iniziarono a battere i pugni contro l'avvelenamento delle acque, nell'indifferenza spesso degli uni e degli altri del posto. Tra la rassegnazione della gente di laguna costretta ai soprusi dalla notte dei tempi.
Un mattino mi trovai lì, quando un pescatore - mi pare, di nome Doriano - con un calcio si fece un varco aprendo la porta. Non disse nulla e appoggiò sul pavimento un bidone che serviva per la nafta, ora pieno di anguille, aggrovigliate negli ultimi movimenti sinuosi, verso la fine. Il buon uomo le spaccò e marinò quei rocchi di carne che pulsavano ancora, in un recipiente colmo di una mistura composta di olio, prezzemolo, cipolla, scalogno, sale, pepe, basilico e una punta d'aglio triturato. Probabilmente, anche per quell'uomo del posto, le lamentele nei confronti di un'acqua ammalata, erano beghe promosse da gente che non aveva altro cui pensare nella vita.
Un giorno arrivai al Taglio della Falce e trovai il vecchio rifugio, abbandonato. E Mario? E Gilberta? Li avrei ritrovati in uno stazzo, sul pendio di una collina, un poco più su la foce del Coghinas. Un nuovo rifugio, nella terra aspra e soave del mirto. Un nuovo approdo, nel viaggio senza tempo alla ricerca dell'anima, nell'utopia di libertà. Una ricerca mai assopita, nelle orme del viaggio.