"Gli esuli"
di Francesca Battistella
Il vecchio autobus correva nella campagna brulla sollevando
nugoli di polvere che, penetrando attraverso i finestrini aperti,
copriva di uno strato sottile passeggeri e bagagli. Qualcuno aveva
provato a chiudere i vetri, ma era stato inutile. Sopra la testa dell'autista,
un calendario di foggia occidentale indicava la data del giorno: 13
aprile 1975. Le pagine si sollevavano e ricadevano seguendo, senza
un ritmo preciso, le correnti d'aria in una buffa e angosciante parodia
dello scorrere inesorabile del tempo.
Nell'autobus, alcuni passeggeri dormivano e gli insetti si posavano
ovunque, indisturbati.
Da alcuni minuti Azaria seguiva la danza di una mosca tra i baffi
dell'uomo seduto sul lato opposto del corridoio. Benché scacciata
dalla sua mano sonnolenta, la mosca tornava ogni volta alla carica.
Adesso si teneva in equilibrio su un pelo ispido e sembrava concentrata
sulla voragine semi aperta della bocca. Azaria osservava affascinata
la scena. Come doveva apparire quello spettacolo di buio profondo
al piccolo insetto?
Sua madre le toccò il braccio: "Smettila di fissare quell'uomo.
Non sta bene."
"Ma sta dormendo."
"Non importa. Non sta bene lo stesso."
Azaria fece spallucce e si concentrò sul panorama. Avevano
lasciato da poco il villaggio di Ain el-Roumaneh, dove erano andate
a trovare la nonna ammalata. Per una donna viaggiare da sola era disdicevole,
così quella mattina Azaria era partita di buon’ora con
sua madre.
La famiglia di Azaria, composta da suo padre, suo fratello maggiore
e sua madre, viveva in un campo profughi della capitale. Abitavano
una baracca di un'unica stanza, costruita con fogli di compensato
inchiodati fra loro. Nel campo l'acqua scarseggiava e d'estate le
riserve si esaurivano in fretta, costringendo gli abitanti a lunghi
periodi di sete e sporcizia. Erano arrivati nel paese quattro anni
prima, scacciati dalla Giordania dopo le sommosse provocate dal Fronte
Popolare Palestinese e dai massacri che avevano decimato il suo popolo.
Azaria aveva una vivida memoria del suo ultimo settembre in Giordania,
della violenza, della paura.
Chiuse gli occhi e si lasciò cullare dal movimento dell'autobus.
Ben presto si addormentò. Dimenticò l'uomo seduto lì
accanto, dimenticò la mosca e le sue acrobazie, dimenticò
sua madre, la Giordania e il sangue nei rigagnoli delle strade. Sognò,
solo quello.
La svegliò uno scossone, il rumore degli spari, le grida dei
passeggeri. L'autobus era fermo al centro della strada e uomini dal
volto coperto lo circondavano. Sparavano lungo le fiancate e attraverso
i finestrini. Si girò intontita a guardare l'uomo alla sua
destra. Al posto del viso era rimasto un grumo di sangue nel quale
biancheggiavano frammenti d'osso. Su tutto, volava impazzita la mosca.
Gli uomini erano saliti a bordo e continuavano a sparare. Li vide
finire i passeggeri seduti ai loro posti, le mani alzate in un ultimo,
disperato, gesto di difesa. Fu allora che sua madre la spinse con
violenza per terra, sotto la lunga gonna, gettandole addosso lo scialle
e coprendola col paniere ormai vuoto. Si sentì soffocare, ma
non si mosse. Si ricordò di Amman e dei racconti dei superstiti.