<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>prime pagine di Vittorio Baccelli Prospettiva editrice
 

 

"Una terra per Siran"
di Manuela Avakian

 

Mancavano pochi giorni a Natale e le gare erano già aperte. Siran era in fibrillazione: i suoi “Sare burmà” dovevano essere indiscutibilmente più buoni dei “Khurebia” fatti da Azad, la sorella maggiore. Doveva anche battere la madre, esperta nella preparazione di “Pakhlavà” e “Khadaif”. Quest’ultima, pur trovandosi in un altro continente, partecipava a questa gara natalizia con le figlie lontane con grande impegno.
A guardarle, nessuno si sarebbe immaginato tanta passione per l’arte culinaria, - tutte e tre così minute, esili. Siran, in modo particolare, sfiorava l’anoressia. Per un’altezza di 1.64 non era mai riuscita a superare i 42 chili, tranne che nel corso della sua gravidanza. Anzi non aveva mai voluto superare quel suo peso forma.
D’altronde, era figlia dell’epoca di Twiggy e aveva trascorso lunghi anni cibandosi di caffè, sigarette e poco più di due biscotti o una mela al giorno. E ora stava lì, in cucina, soddisfatta della stabilità raggiunta in termini di pelle e ossa, noncurante dei lunghi capelli precocemente ingrigiti, del volto altrettanto frettolosamente segnato. Mentre lavorava la pasta della sua specialità natalizia con una forza poco adatta alla sua corporatura, Siran udì la porta sbattere ma, intenta a non lasciarsi distrarre, continuò anche quando lo sentì entrare in cucina.
Di colpo, in un arco di tempo che più tardi, nei suoi ricordi, si sarebbe ridotto in un attimo, avvenne il fatto.
Sentendosi l’alito del marito sul collo , si voltò con uno scatto, irritata e pronta ad urlare “Puzzi di vino. Vattene.” Ma questa volta non fece in tempo a fiatare.
Un bruciore alla tempia e un forte senso di nausea l’assalirono facendola volare di un paio di metri dapprima su una delle sedie in cucina e poi giù per terra, prima lei e poi la stessa sedia su di lei.
“Stronza! Così impari a fare l’intellettuale del cazzo con me,” urlò l’energumeno e trascinandosi con passo incerto verso il salotto si accasciò nella poltrona di fronte al camino acceso.
L’aveva colpita alla testa con una spranga di ferro, la stessa che un minuto dopo adoperava, come se niente fosse, per sistemare la legna accesa.