"Una terra
per Siran"
di Manuela Avakian
Mancavano pochi giorni a Natale e le gare erano già
aperte. Siran era in fibrillazione: i suoi “Sare burmà”
dovevano essere indiscutibilmente più buoni dei “Khurebia”
fatti da Azad, la sorella maggiore. Doveva anche battere la madre,
esperta nella preparazione di “Pakhlavà” e “Khadaif”.
Quest’ultima, pur trovandosi in un altro continente, partecipava
a questa gara natalizia con le figlie lontane con grande impegno.
A guardarle, nessuno si sarebbe immaginato tanta passione per l’arte
culinaria, - tutte e tre così minute, esili. Siran, in modo
particolare, sfiorava l’anoressia. Per un’altezza di 1.64
non era mai riuscita a superare i 42 chili, tranne che nel corso della
sua gravidanza. Anzi non aveva mai voluto superare quel suo peso forma.
D’altronde, era figlia dell’epoca di Twiggy e aveva trascorso
lunghi anni cibandosi di caffè, sigarette e poco più
di due biscotti o una mela al giorno. E ora stava lì, in cucina,
soddisfatta della stabilità raggiunta in termini di pelle e
ossa, noncurante dei lunghi capelli precocemente ingrigiti, del volto
altrettanto frettolosamente segnato. Mentre lavorava la pasta della
sua specialità natalizia con una forza poco adatta alla sua
corporatura, Siran udì la porta sbattere ma, intenta a non
lasciarsi distrarre, continuò anche quando lo sentì
entrare in cucina.
Di colpo, in un arco di tempo che più tardi, nei suoi ricordi,
si sarebbe ridotto in un attimo, avvenne il fatto.
Sentendosi l’alito del marito sul collo , si voltò con
uno scatto, irritata e pronta ad urlare “Puzzi di vino. Vattene.”
Ma questa volta non fece in tempo a fiatare.
Un bruciore alla tempia e un forte senso di nausea l’assalirono
facendola volare di un paio di metri dapprima su una delle sedie in
cucina e poi giù per terra, prima lei e poi la stessa sedia
su di lei.
“Stronza! Così impari a fare l’intellettuale del
cazzo con me,” urlò l’energumeno e trascinandosi
con passo incerto verso il salotto si accasciò nella poltrona
di fronte al camino acceso.
L’aveva colpita alla testa con una spranga di ferro, la stessa
che un minuto dopo adoperava, come se niente fosse, per sistemare
la legna accesa.