<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Daniela Attilini Prospettiva editrice
 


Simone Scataglini parla del suo
"Dolcemente spietato"

Dolcemente spietato è il titolo del suo romanzo d’esordio. Una storia di violenze sessuali perpetrate in famiglia. Come mai ha scelto di raccontare una vicenda dalle tinte così forti?
Credo che nessuno scrittore abbia la possibilità di scegliere ciò che scrive. Ogni storia ha una vita propria; si genera e prende forma da sé; il compito dello scrittore è semplicemente quello di travasarla sulla carta.
“Come mai ha scritto una storia del genere?” è la domanda che mi viene rivolta più spesso. Rispondo, di solito, con un’altra domanda: “Perché non avrei dovuto scriverla?” Sembra che per alcune persone vi sia un limite agli argomenti da trattare; come se certe tematiche fossero “proibite”. Questo è, a parer mio, assolutamente ridicolo.

Per quale motivo, secondo lei, molte persone hanno difficoltà a trattare certi argomenti e si sentono addirittura indignate quando qualcuno ne scrive?
Perché hanno paura. Hanno paura di leggere qualcosa di reale e maledettamente attuale. Non hanno il coraggio di affrontare le tante verità scomode che purtroppo ci circondano e con le quali veniamo a contatto ogni giorno.
È molto più facile leggere il divertente libro dell’ennesimo furbo comico che, non sazio del successo televisivo, si atteggia anche a grande scrittore, no?

Può riassumere in poche parole il suo romanzo d’esordio?
Dolcemente spietato è la storia un giovane angelo caduto nel fango. La rocambolesca odissea di una bambina di nove anni in fuga dall’orco scoperto in suo padre. Una piccola rondine fuggita di gabbia che ora affronta un mondo violento e osceno, alla disperata ricerca della sua innocenza perduta.

Come inizia a scrivere una storia?
Io credo che nessuno scrittore si metta al tavolino dicendo: “Bene, ora scrivo di questo, ora scrivo di quello”. Quel che uno scrittore sa della propria storia quando inizia a scriverne è relativamente poco, e non ha nemmeno importanza. Importante e veramente interessante invece è quello che scopre mentre lavora al proprio racconto.
Per me, perlomeno, funziona così. Parto sempre da un’immagine. È così che mi vengono in mente le storie da scrivere; sono immagini, che mi attraversano il cervello nei momenti più impensati e che, una volta giunte dentro alla mia testa, non se ne vanno fino a che non mi sono deciso a scriverne, e a volte non se ne vanno neanche a romanzo finito.
Per quel che riguarda Dolcemente spietato, ad esempio, cominciai a vedere notte e giorno, dentro alla mia testa, l’immagine di una bambina che camminava sul ciglio di una strada. La bambina non doveva avere più di dieci anni, portava sulle spalle uno zainetto e aveva sul viso l’espressione travagliata di una donna matura in fuga da una vita d’inferno. Cominciai a pormi domande sulla bambina: chi era, perché si trovava lì, sul ciglio di una strada, come mai era tutta sola, come mai aveva uno zainetto sulle spalle e quell’espressione addolorata in viso. E, magia delle magie, pian piano cominciarono ad affiorare le risposte. Capii che era la figlia di un alcolizzato piuttosto violento, capii che quell’orco di uomo era giunto persino a toccarla nella maniera più sporca che esista, capii che lei si trovava sul ciglio di una strada perché stava fuggendo. Capii molte cose, e continuai a capirne mano a mano che la storia prendeva forma, come se si stesse scrivendo da sola.


Crede che la lettura possa influenzare lo scrivere?
Indubbiamente sì. Ritengo che, almeno all’inizio della carriera di uno scrittore, i suoi lavori siano un mix di tutte le letture che ha fatto. È inevitabile e non è necessariamente un male, anzi. Come un discepolo che mette in atto gli insegnamenti del proprio maestro prima di elaborare qualcosa di suo. C’è solo un modo, a parer mio, per ottenere uno stile puro (ma è poi veramente possibile? Non ne sono così sicuro, a dire il vero): continuare a scrivere, e scrivere, e scrivere.

Cosa le piace leggere?
Io amo leggere di tutto. Ho adorato Kerouac, Nabokov, Hemingway, Poe, ma non è strettamente necessario rispolverare vecchi (ma eterni!) classici per leggere un buon libro. Ci sono moltissimi autori bravi anche al giorno d’oggi. Io amo leggere una storia che sia bella, e ne vengono scritte tutt’ora. E una storia, per essere bella, deve saper fare quel per cui è nata: evocare immagini, trasportare il lettore in un altro posto, in un altro tempo. Allontanarlo dalla realtà durante quelle poche ore in cui è in treno, quei venti minuti su di un autobus, quei dieci minuti della ricreazione a scuola.
La scrittura è uno degli strumenti più potenti che esistano. È una magia immensa, non credete? Io ne sono convintissimo. Si tratta di magia.