Simone Scataglini parla del suo
"Dolcemente spietato"
Dolcemente spietato è il titolo
del suo romanzo d’esordio. Una storia di violenze sessuali perpetrate
in famiglia. Come mai ha scelto di raccontare una vicenda dalle tinte
così forti?
Credo che nessuno scrittore abbia la possibilità
di scegliere ciò che scrive. Ogni storia ha una vita propria;
si genera e prende forma da sé; il compito dello scrittore
è semplicemente quello di travasarla sulla carta.
“Come mai ha scritto una storia del genere?” è
la domanda che mi viene rivolta più spesso. Rispondo, di solito,
con un’altra domanda: “Perché non avrei dovuto
scriverla?” Sembra che per alcune persone vi sia un limite agli
argomenti da trattare; come se certe tematiche fossero “proibite”.
Questo è, a parer mio, assolutamente ridicolo.
Per quale motivo, secondo lei, molte persone hanno difficoltà
a trattare certi argomenti e si sentono addirittura indignate quando
qualcuno ne scrive?
Perché hanno paura. Hanno paura di leggere qualcosa
di reale e maledettamente attuale. Non hanno il coraggio di affrontare
le tante verità scomode che purtroppo ci circondano e con le
quali veniamo a contatto ogni giorno.
È molto più facile leggere il divertente libro dell’ennesimo
furbo comico che, non sazio del successo televisivo, si atteggia anche
a grande scrittore, no?
Può riassumere in poche parole il suo romanzo
d’esordio?
Dolcemente spietato è la storia un giovane angelo
caduto nel fango. La rocambolesca odissea di una bambina di nove anni
in fuga dall’orco scoperto in suo padre. Una piccola rondine
fuggita di gabbia che ora affronta un mondo violento e osceno, alla
disperata ricerca della sua innocenza perduta.
Come inizia a scrivere una storia?
Io credo che nessuno scrittore si metta al tavolino
dicendo: “Bene, ora scrivo di questo, ora scrivo di quello”.
Quel che uno scrittore sa della propria storia quando inizia a scriverne
è relativamente poco, e non ha nemmeno importanza. Importante
e veramente interessante invece è quello che scopre mentre
lavora al proprio racconto.
Per me, perlomeno, funziona così. Parto sempre da un’immagine.
È così che mi vengono in mente le storie da scrivere;
sono immagini, che mi attraversano il cervello nei momenti più
impensati e che, una volta giunte dentro alla mia testa, non se ne
vanno fino a che non mi sono deciso a scriverne, e a volte non se
ne vanno neanche a romanzo finito.
Per quel che riguarda Dolcemente spietato, ad esempio, cominciai a
vedere notte e giorno, dentro alla mia testa, l’immagine di
una bambina che camminava sul ciglio di una strada. La bambina non
doveva avere più di dieci anni, portava sulle spalle uno zainetto
e aveva sul viso l’espressione travagliata di una donna matura
in fuga da una vita d’inferno. Cominciai a pormi domande sulla
bambina: chi era, perché si trovava lì, sul ciglio di
una strada, come mai era tutta sola, come mai aveva uno zainetto sulle
spalle e quell’espressione addolorata in viso. E, magia delle
magie, pian piano cominciarono ad affiorare le risposte. Capii che
era la figlia di un alcolizzato piuttosto violento, capii che quell’orco
di uomo era giunto persino a toccarla nella maniera più sporca
che esista, capii che lei si trovava sul ciglio di una strada perché
stava fuggendo. Capii molte cose, e continuai a capirne mano a mano
che la storia prendeva forma, come se si stesse scrivendo da sola.
Crede che la lettura possa influenzare lo scrivere?
Indubbiamente sì. Ritengo che, almeno all’inizio
della carriera di uno scrittore, i suoi lavori siano un mix di tutte
le letture che ha fatto. È inevitabile e non è necessariamente
un male, anzi. Come un discepolo che mette in atto gli insegnamenti
del proprio maestro prima di elaborare qualcosa di suo. C’è
solo un modo, a parer mio, per ottenere uno stile puro (ma è
poi veramente possibile? Non ne sono così sicuro, a dire il
vero): continuare a scrivere, e scrivere, e scrivere.
Cosa le piace leggere?
Io amo leggere di tutto. Ho adorato Kerouac, Nabokov,
Hemingway, Poe, ma non è strettamente necessario rispolverare
vecchi (ma eterni!) classici per leggere un buon libro. Ci sono moltissimi
autori bravi anche al giorno d’oggi. Io amo leggere una storia
che sia bella, e ne vengono scritte tutt’ora. E una storia,
per essere bella, deve saper fare quel per cui è nata: evocare
immagini, trasportare il lettore in un altro posto, in un altro tempo.
Allontanarlo dalla realtà durante quelle poche ore in cui è
in treno, quei venti minuti su di un autobus, quei dieci minuti della
ricreazione a scuola.
La scrittura è uno degli strumenti più potenti che esistano.
È una magia immensa, non credete? Io ne sono convintissimo.
Si tratta di magia.