<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Mario Rocchi Prospettiva editrice
 


Mario Rocchi parla di sé

Cos’è che la muove a scrivere?
Ho sempre detto che per me lo scrivere è come una cura psicanalitica. Lo confermo. Io scrivo perché sento la necessità di tirar fuori quello che ho dentro, se vogliamo dirlo in maniera brutale. Quando io scrivo un romanzo, non faccio altro che scrivere me stesso. Con questo non voglio dire che parlo di cose autobiografiche, per lo meno nei fatti, ma esprimo quanto c’è nel mio subconscio. E’ per questo che i miei scritti non riesco a controllarli emotivamente, ma nemmeno tecnicamente, tanto che partito da un’idea, mi posso benissimo trovare a descrivere cose a cui non avevo pensato nemmeno lontanamente.

C’è un punto di riferimento letterario nei suoi scritti?
Non credo. Semmai un punto di riferimento culturale in senso lato può darsi, ma non saprei inquadrarlo. Del resto le mie letture sono sempre state le più vaste e disparate, dai classici russi ai francesi, agli italiani, da Dostoiewski a Baudelaire a Pavese, da Bukowski alla letteratura nordica, dall’americano Philip Roth a Don De Lillo, da Hemingway a Dos Passos, a Steinbeck, da Kafka a Marquez, dalla Kristof a Simenon, da Sepulveda a Paasilinna, da Saramago a Jorge Amado, a Tabucchi, a Pontiggia, a Hrabal, da Mutis a Marias, a Mc Evan e così all’infinito con letture varie ma valide. Per non parlare della poesia. Ma quello che ha influito in me, è stato, a mio avviso, anche il contatto che ho avuto con l’arte pittorica e con i suoi misteri.

Il mistero. Quello che appare specie nel suo ultimo romanzo?
Direi di sì. In “Maledettamente mia” in particolare, certe situazioni sono avvolte in un’atmosfera forse più surreale che misteriosa. La decifrazione di questo mistero è demandata al lettore che dà la sua chiave di lettura che è valida come le altre chiavi di lettura che vengono date dagli altri lettori.

Spesso si riconosce alla sua prosa il carattere cinematografico. Perché?
Anche questa caratteristica, se è vera, è dovuta alla mia passione per il cinema, passione che ho coltivato sin da ragazzo. E’ chiaro che dentro mi sarà rimasto qualcosa. Una passione che continua tutt’oggi e in cui sono impegnato culturalmente scrivendo sul quotidiano “La Nazione” anche di cinema oltre che di arte, e dirigendo il periodico cinematografico “La linea dell’occhio”.

Si devono a questa passione allora i riferimenti cinematografici che sono stati trovati nel suo ultimo romanzo?
Penso di sì. Comunque è avvenuto tutto a livello inconscio. C’è chi ha trovato riferimenti a film di Ferreri, a quelli di Bunuel, di Peter Brook, della Wertmuller, addirittura di Bergman. E giustamente, perché, fatti questi accostamenti, mi sono reso conto che erano indovinati.

Quanto ha influito la sua attività giornalistica nella forma della sua prosa?
Forse in parte. Quando si fa un articolo bisogna essere chiari e concisi. Ora nel romanzo credo che la mia prosa sia abbastanza chiara e in ceti punti anche concisa. Ha influito certamente nella maniera di descrivere i fatti.