Cos’è che la muove a scrivere?
Ho sempre detto che per me lo scrivere è come
una cura psicanalitica. Lo confermo. Io scrivo perché sento
la necessità di tirar fuori quello che ho dentro, se vogliamo
dirlo in maniera brutale. Quando io scrivo un romanzo, non faccio
altro che scrivere me stesso. Con questo non voglio dire che parlo
di cose autobiografiche, per lo meno nei fatti, ma esprimo quanto
c’è nel mio subconscio. E’ per questo che i miei
scritti non riesco a controllarli emotivamente, ma nemmeno tecnicamente,
tanto che partito da un’idea, mi posso benissimo trovare a
descrivere cose a cui non avevo pensato nemmeno lontanamente.
C’è un punto di riferimento
letterario nei suoi scritti?
Non credo. Semmai un punto di riferimento culturale in senso lato
può darsi, ma non saprei inquadrarlo. Del resto le mie letture
sono sempre state le più vaste e disparate, dai classici
russi ai francesi, agli italiani, da Dostoiewski a Baudelaire a
Pavese, da Bukowski alla letteratura nordica, dall’americano
Philip Roth a Don De Lillo, da Hemingway a Dos Passos, a Steinbeck,
da Kafka a Marquez, dalla Kristof a Simenon, da Sepulveda a Paasilinna,
da Saramago a Jorge Amado, a Tabucchi, a Pontiggia, a Hrabal, da
Mutis a Marias, a Mc Evan e così all’infinito con letture
varie ma valide. Per non parlare della poesia. Ma quello che ha
influito in me, è stato, a mio avviso, anche il contatto
che ho avuto con l’arte pittorica e con i suoi misteri.
Il mistero. Quello che appare specie nel
suo ultimo romanzo?
Direi di sì. In “Maledettamente mia” in particolare,
certe situazioni sono avvolte in un’atmosfera forse più
surreale che misteriosa. La decifrazione di questo mistero è
demandata al lettore che dà la sua chiave di lettura che
è valida come le altre chiavi di lettura che vengono date
dagli altri lettori.
Spesso si riconosce alla sua prosa il
carattere cinematografico. Perché?
Anche questa caratteristica, se è vera, è dovuta alla
mia passione per il cinema, passione che ho coltivato sin da ragazzo.
E’ chiaro che dentro mi sarà rimasto qualcosa. Una
passione che continua tutt’oggi e in cui sono impegnato culturalmente
scrivendo sul quotidiano “La Nazione” anche di cinema
oltre che di arte, e dirigendo il periodico cinematografico “La
linea dell’occhio”.
Si devono a questa passione allora i riferimenti
cinematografici che sono stati trovati nel suo ultimo romanzo?
Penso di sì. Comunque è avvenuto tutto a livello inconscio.
C’è chi ha trovato riferimenti a film di Ferreri, a
quelli di Bunuel, di Peter Brook, della Wertmuller, addirittura
di Bergman. E giustamente, perché, fatti questi accostamenti,
mi sono reso conto che erano indovinati.
Quanto ha influito la sua attività
giornalistica nella forma della sua prosa?
Forse in parte. Quando si fa un articolo bisogna essere chiari e
concisi. Ora nel romanzo credo che la mia prosa sia abbastanza chiara
e in ceti punti anche concisa. Ha influito certamente nella maniera
di descrivere i fatti.