Andrea Rebora
parla del suo libro
"Carri Ariete combattono"
Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a scrivere “Carri Ariete combattono”?
Il libro è stato scritto per ricostruire l’avventura umana e militare di mio nonno Pietro Ostellino, attraverso l’esame di quasi 600 lettere e cartoline inviate alla moglie Alma durante la sua permanenza sul suolo nordafricano, tra il gennaio del 1941 ed il marzo 1943. La sua storia s’intreccia inevitabilmente con quella della divisione corazzata Ariete, nei cui ranghi era stato inquadrato come sottotenente di complemento. Con questa unità visse per oltre ventisei mesi consecutivi le alterne e tragiche vicissitudini della guerra nel deserto. Il mio desiderio era quello di valorizzare ed utilizzare la notevole documentazione in mio possesso unendo alla vicenda personale del protagonista il racconto della gesta dei carristi dell’Ariete, dei quali si è scritto sinora troppo poco.
Qual è a tuo avviso il punto di forza del libro?
La ricostruzione dettagliata della vita quotidiana dei carristi è senza dubbio un elemento di novità rispetto alla tradizionale storiografia che si è occupata della guerra nel deserto. Emergono fatti curiosi e spesso divertenti che nel suo epistolario Pietro Ostellino sapeva narrare con grande abilità. Gli eventi bellici fanno inevitabilmente da cornice alla sua avventura umana ma le lettere inviate alla moglie sono soprattutto utili per ricostruire uno spaccato della condizioni dei combattenti impegnati sullo scacchiere nordafricano. Benché un ufficiale carrista qual era godesse di alcuni privilegi che non erano certo appannaggio dei soldati appartenenti alle derelitte divisioni di fanteria, anche lui dovette affrontare i disagi provocati dalla permanenza in uno degli ambienti più ostili del mondo. Il caldo, la sete, la stanchezza, la sabbia, la sozzura, le mosche e la dissenteria: nessuna di quelle che Paolo Caccia Dominioni definì le “sette piaghe” gli venne risparmiata.
Il volume è completato da una notevole appendice fotografica. Qual è la fonte?
La maggior parte delle fotografie riprodotte sono state scattate dallo stesso Pietro Ostellino che, tra l’altro, era stato autorizzato dal Comando Difesa della Tripolitania al porto ed all’uso dell’apparecchio, una Kodak Retina II. Le pellicole ed il materiale necessario alla stampa ed allo sviluppo gli venivano inviati dall’Italia. Le fotografie, tutte di minuscolo formato, venivano poi spedite alla moglie che, al pari delle lettere, le ha conservate con cura. Si tratta di una raccolta di oltre 200 esemplari, alcuni dei quali però di scadente qualità, che rappresentano una preziosa fonte di documentazione. Nel volume sono state anche riprodotte le cartoline illustrate di soggetto militare, opera dal celebre pittore Boccasile, che a volte Pietro inviava alla moglie in luogo della consueta lettera. Oggi sono molto ricercate dai collezionisti.
La valenza storiografica di “Carri Ariete combattono” emerge anche nella ricostruzione di alcuni episodi militari trascurati dalle cronache ufficiali. Quali sono i più rilevanti?
Nel testo sono stati riportati nuovi elementi relativi all’epopea dei carri leggeri L 3, impegnati sullo scacchiere nordafricano nel 1941. Questi corazzati sono sempre stati posti in secondo piano rispetto ai più celebrati, ma soprattutto più efficaci, carri armati M 13 ed M 14. In particolare due capitoli sono stati dedicati agli attacchi contro Tobruk dell’aprile del 1941 ed alle varie fasi dell’abbandono della Cirenaica, avvenuto alla fine dello stesso anno. In quella circostanza l’ultimo plotone di L 3 dell’Ariete, comandato proprio dal tenente Ostellino, venne perduto nel deserto ed il dettagliato resoconto della vicenda è stato rinvenuto in una tasca della giubba della sua divisa dopo oltre 40 anni. Un fatto destinato forse a rimanere sconosciuto per sempre ma che è stato finalmente reso noto anche a beneficio di quanti, in futuro, volesse approfondire queste pagine di storia militare.
In che senso le lettere del tenente Pietro Ostellino dopo quasi 70 anni possono essere ancora considerate attuali?
Per comprendere il reale valore dell’epistolario è necessario collocarlo nell’ambito dei principi e delle regole che caratterizzavano la società italiana, e non solo, nella prima parte del secolo scorso. Pietro Ostellino, come tanti altri giovani della sua epoca, aveva incentrato il suo modello di vita sul dogma Dio, Patria e Famiglia ed i riferimenti a questo trinomio, sacro ed intangibile, sono presenti in tutte le sue lettere. Principi al giorno d’oggi considerati obsoleti, come la figura di questo ufficiale del Regio Esercito che potrebbe apparire ai più come fuori dal tempo: un antenato che in fotografia fa capolino dalla torretta di un carro armato così come a sua volta, qualche avo, era stato raffigurato con lancia ed armatura a cavalcioni del suo destriero. Oggi, a maggior ragione dopo l’abolizione del servizio di leva, molti respingerebbero l’idea di essere chiamati alle armi per andare a combattere in nome di questi ideali. Nel 1940 invece si veniva inviati in Africa Settentrionale ma anche in Russia, in Grecia o in Albania senza che fossero ammesse repliche. Si poteva aderire alla causa nazionale con rassegnazione oppure con entusiasmo ma in ogni caso il dissenso non era ammesso. L’interesse della nazione veniva sempre prima di quello del singolo. All’attualità ciò non sarebbe più possibile. Un eventuale conflitto vedrebbe impegnato esclusivamente un esercito di professionisti, simile per molti aspetti a quelle compagnie di ventura composte da mercenari che l’adozione della leva di massa sembrava aver cancellato dalla storia. Sono gli aspetti di una società moderna che in meno di settant’anni è profondamente mutata nel contesto sociale, nelle relazioni, nei principi, nelle regole e nelle aspirazioni. Non negli ideali perché questi, semplicemente, sembrano non esistere più. Ma è in figure come quella di Pietro Ostellino che occorre cercare le più profonde radici morali e spirituali da trasmettere alle nuove generazioni.