<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Aldo Quarta Prospettiva editrice
 


Aldo Quarta
parla del suo libro
"Il custode"

 

“Il custode” è il suo terzo libro di narrativa. Perché lo ha scritto?
Perché scrivere è come tornare ai tempi del corteggiamento, quando l’amore per la donna che si ama s’incrocia con i rischi d’una relazione incontrollata. Scrivere un romanzo è come un atto d’amore, sofferto e piacevole, che può durare a lungo ma può anche risolversi in tempi brevi. Questo romanzo, d’altronde, è uscito nella collana “I ridotti” e ha dovuto circoscrivere il suo sviluppo entro le cento pagine.

Un romanzo come atto d’amore. In che senso?
Nel senso normale del termine: come un incontro sessuale, organizzato da persone che non disdegnano di fare l’amore anche in piedi, soffrendo un pochino di più, ma comunque felici di varcare i confini dell’abituale, specialmente quando la vita quotidiana non genera scosse particolari. Naturalmente, dopo i cinquant’anni è giusto andarci cauti.

Insomma, la narrativa come atto d’amore, in senso sessuale?
Non dico questo, per carità. Essendo laureato in materie letterarie e giornalista, non oso tanto. E’ certo, però, che l’autore vive il rapporto con i vari personaggi in modo strano e complicato… qualche volta ci scappa l’innamoramento e qualche altra un vero e proprio atto sessuale. E’ la stessa cosa che può capitare al lettore: i personaggi vivono se il lettore li ama e se li accetta nel suo bagaglio intellettivo. L’atto sessuale, in fondo, è un rapporto armonioso tra ragione e fantasia; come la vita e come l’umano pensiero.

I critici letterari, gli editori, i venditori di libri, i premi letterari in che rapporti vivono con la letteratura?
Questa è una domanda – trabocchetto. Mi risulta difficile coinvolgerli tutti in questo rapporto d’amore, sessuale ma anche materiale, spirituale, morboso, mercantile, comunque non religioso. La letteratura non esisterebbe senza questi protagonisti, soprattutto quando s’immagina di dover fare i conti con la socializzazione del libro e di uscire dall’idea personale del racconto come risultato dell’incrocio tra linguaggio, pensiero e conoscenza.

Perché richiama l’attacco terroristico alle torri di New York?
Perché è un episodio cruciale, di cui gran parte della gente non dà più eccessiva rilevanza. E’ come se fosse stato rimosso, in questo tritacarne d’informazioni e di avvenimenti che si inseguono a livello planetario. Tutto sembra rispondere a precisi obiettivi, che la gente comune non sa spiegarsi e che i potenti inquadrano in logiche di potere imposte senza indugio. Il titolo fa proprio riferimento a tutto questo: il custode altro non è che il sacerdote di un segreto che va protetto ad ogni costo. Come il Santo Graal o come il senso vero della vita. Non è un caso che il protagonista del romanzo, al termine, riprende il cammino nel centro storico di Lecce, “percorrendo la via dei Templari”.

Quindi il custode chi è?
Sono io stesso, ma può esserlo anche lei o uno qualunque dei lettori potenziali del libro. Basta volerlo. Dipende tutto dal senso che si vuole dare alla propria esistenza: se si accetta di vivere secondo le verità codificate, non c’è più nulla da scoprire; ma se si accetta di vivere distinguendo il bene dal male, cercando sempre la verità e ricorrendo alla conoscenza come strumento di progresso e di convivenza civile, allora tutto cambia e il valore della vita acquista un sapore autentico. Come un atto sessuale che può generare la vita.