Fabrizio Pizzuto

Fabrizio Pizzuto, scrittore debuttante,
studioso d’arte, appassionato di cinema e di musica contemporanea;
quali sono le influenze che più si sentono nella tua opera?
Si tratta, almeno nelle intenzioni, di fornire, comunque sia, un interpretazione,
più o meno sentimentale, della percezione; la storia, il luogo
della narrazione, è spesso semplicemente un pretesto. Certo
il mio rapporto con l’arte è molto forte, l’idea
che un racconto possa essere forte e incisivo come un dipinto mi alletta,
mi rendo conto che spesso sacrifico la narrazione, la scorrevolezza
della storia, all’immagine, ma in questo momento è così
che intendo procedere, l’idea si sviluppa, ma il mio taglio
deve apparire nella forma estetica della frase.
L’immagine, nelle tue storie, mi sembra però
spesso l’immagine cinematografica… l’idea della
presenza di una telecamera, di una ripresa, sembrano importanti, in
alcuni racconti...
Sì, è vero, ma in realtà quello che a me più
preme sottolineare è la capacità dell’immagine
di essere testimonianza e quindi già, di per sé, malinconia;
l’intenzione è quella di far salire le immagini da un
groviglio indisciplinato che è la narrazione e trasformarle
in attimi emotivamente rilevanti… poi quest’immagine può
anche non essere solo un bidimensionale immobile, ma anche un immagine
in movimento. Nel saggio che la rivista Prospektiva mi ha pubblicato
nel numero 23 nomino molti degli studiosi che mi hanno influenzato
in proposito.
Le tue ricerche, quindi, non sono solo prettamente letterarie,
ma che anche le altre arti, o gli studi di certi semiotici ti hanno
influenzato?
Sì, ma vorrei sottolinearti che anche molti degli scrittori
che più ammiro erano innanzitutto acuti osservatori e studiosi
di percezione o di arte, lo stesso William Burroughs sosteneva che
la letteratura fosse indietro nella sperimentazione rispetto alle
arti visive e che andasse rimodernata, Baudelaire stesso era un fine
critico d’arte.
Anche tu credi che la letteratura vada rimodernata?
Non lo so, è un momento molto difficile da interpretare, e
comunque non credo di essere in questo momento così lucido
da poter dire io cosa serve… come in ogni epoca, comunque, nell’underground,
c’è anche adesso gente effettivamente molto valida che
prova a sperimentare e osare qualcosa in più degli altri.
Quali sono gli scrittori che ti hanno più influenzato?
Difficile dirlo, sono molti, sono un divoratore di libri, le teorie
di Burroughs mi hanno sempre affascinato, così come quelle
di Kerouac, del resto sono finito nella collana On the road…
però, sai, è difficile parlare dell’influenza
di qualcuno… come dice anche Andrea Giannasi, il mio editore,
se vai a scavare, finisce che non passa giorno in cui non trovi un
autore valido… a volte scrivendo mi salta in mente lo stile
di un autore che avrebbe reso quello che voglio magari meglio di me
e provo un po’ ad imitarlo per qualche rigo, o addirittura lo
cito, lo altero, sono un convinto sostenitore della sensatezza del
détournement e del cut up… ma sono tanti… e anche
molti che apparentemente non c’entrano nulla con me, per il
solo averli letti in certo periodo o in una certa maniera finiscono
per avere un ruolo che travalica di molto la semplice citazione…
per nominarne alcuni grandissimi, direi che ho avuto un rapporto molto
forte con la lettura dei libri di Ballard, di Ellis, di Farmer, di
Manuel Scorza, di Ondaatjie, ma anche di Kafka e Hemingway per nominare
qualche vecchio grande classico.
Non hai nominato italiani.
Ce ne sono diversi di molto validi, ma forse sono ancora un po’
troppo legato ai vecchi classici, Pirandello e Verga.
Del resto sei siciliano...
Non è un luogo comune quando ti dicono che la sicilianità
te la porti addosso, lo straniamento, il senso della terra, questa
sorta di malinconia del presente, il senso dell’alterità
e dell’ipserità, la solitudine, l’ipocrisia della
vita, in Pirandello c’è già tutto, è difficile
da spiegare, siamo tutti i popoli che ci hanno colonizzato e siamo
noi stessi, ma detto così e parecchio limitativo, ci vorrebbe
un'altra intervista…
Di nuovo la malinconia, nel presente...
Forse nel mio caso è una specie di logos, non è solo
una cosa che ha che vedere con la mia terra, o con la conoscenza di
determinati scrittori… nel mio caso è anche un’idea
prettamente letteraria, o meta letteraria: detto in breve, è
come se sentissi la realtà molto inferiore all’immaginazione,
o all’arte, all’estetica perfetta che, pure, a volte,
è presente nella realtà… mi piace pensare a dei
personaggi che vivono in una bellezza, magari anche contorta, o sofferente,
ed è come se sapessero che tutto questo non è vero…
Quali sono i rimproveri che più frequente vengono
mossi alla tua opera e come reagisci?
Qualcuno mi ha detto che spesso è incomprensibile, ma a questo
faccio molta fatica a rimediare, visto che sono, come ti ho detto,
così tanto legato alla bellezza della frase più che
alla sua chiarezza, del resto, per me, è sensato anche lasciare
un piccolo margine di ambiguità… qualcun’altro
ha sostenuto che spesso scendo di gusto, divento un po’ volgare
o gratuito, ma io non credo che sia gratuito, mi interessa la tenerezza
tanto quanto la volgarità, un po’ come dire il sonno
e la veglia, quel luogo di intersezione tra la nostra rabbia, il nostro
io animalesco e il suo sciogliersi in lacrime, la differenza di potenziale
che c’è tra una carezza e uno schiaffo, per intendersi,
ma anche viceversa tra uno schiaffo e una carezza…
Quali invece i pregi?
Quasi tutti hanno amato i passaggi più lirici, le descrizioni,
non so, certe frasi… dopotutto credo sia scritto abbastanza
bene, se me l’ hanno pubblicato…
Parli quasi sempre in prima persona, oppure descrivi
le inquadrature, è una scelta?
Certo, credo che la prima persona possa facilitare i processi di identificazione…
del resto sono comunque ruoli giocati e sacrificati al racconto; le
descrizioni invece dovrebbero ritrasformarti in spettatore…
ovviamente l’io narrante non ha sempre il mio carattere e il
mio comportamento… ho spesso scritto anche diversamente ma continuo
a sentire una specie di freddezza che m’interessa di meno, almeno
adesso… non posso escludere evoluzioni.
Per terminare, pensi che tutti i tuoi libri tratteranno
gli stessi temi?
Solo nel senso che passi tutta la vita a dipingere lo stesso quadro,
cioè a parlare di te, ma anche il tuo io è in evoluzione,
questa è una verità semplice, perciò i prossimi
parleranno ancora di me, ma diversamente… sempre meglio, ovviamente.