<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Giorgio Piumatti Prospettiva editrice
 


Giorgio Piumatti
parla del suo libro
"Soldati, campi di grano e James Dean"
a cura di Antonina Margeri

 

Così giovane e un libro d’esordio così complesso, leggendo il suo saggio sembrerebbe che lei abbia dedicato molto tempo, non solo a Malick ma al cinema in generale, è stato un lavoro lungo e faticoso? Quanto tempo ha impiegato a scrivere un testo così dettagliato?
Non è stato faticoso, è stato un piacere. La prima fase del lavoro è la ricerca, ti documenti un po’ su tutto e su tutti quelli che prima di te hanno scritto intorno all’argomento. Per me è stato semplice perché il mio saggio uscito ormai nel 2006 era in assoluto uno dei primi testi italiani su Malick e il suo cinema. Poi, di pari passo c’è la visione delle varie pellicole prese in analisi e in ultima istanza inizia la rielaborazione creativa, con la fase di scrittura che è sempre la più piacevole, anche se deve essere precisa e coerente. Quando lei dice un saggio “dettagliato”, probabilmente è la sensazione che se ne ricava perché nel libro, come nel cinema di Malick, non c’è un solo punto di vista, ci tengo a dire che non sono legato a una particolare corrente interpretativa, quello che mi preme, quando scrivo, è dare voce a tutti, andare verso la coincidenza dei contrari.

“…discordia si accorda in stupenda armonia dei contrari.”
Esatto. Eraclito, con la sua teoria della guerra in superficie ma dell’armonia in profondità. Oscuro ma bellissimo. Vedo che ha letto quanto meno il retro della copertina del libro. Bene!

Libro di esordio un saggio, perché?
Perché è stata la prima cosa che ho scritto e che ha avuto fortuna editoriale, e poi perché ci tenevo molto. Penso che un passo alla volta la tenacia venga premiata.

Il suo libro è stato adottato persino dalla celebre biblioteca della Yale University, eppure nessuna biblioteca universitaria italiana ha deciso di adottarlo, come mai secondo lei?
La cosa mi ha fatto molto piacere ma anche incuriosito. Poi ho capito che la Yale University ha una tra le librerie più fornite al mondo ed ha la possibilità di acquistare moltissimi libri, e così nella sezione “film studies” hanno inserito anche il mio.

Non pensa piuttosto che in Italia ci sia poca possibilità per i giovani autori di essere veramente presi in considerazioni e l’indifferenza del mondo accademico sia un chiaro segnale di come un ambiente di cultura, che dovrebbe essere aperto e dare spazio ai giovani, sia in realtà un ambiente ghettizzato e stantio?
Una vecchia polemica, purtroppo con molta verità di fondo. Le grosse istituzioni si muovono in modi diciamo particolari, modi che nel mondo anglosassone sono meno arbitrari e più meritocratici. Per fortuna da noi ci sono ancora tante e splendide singole intelligenze che decidono di rischiare e dare fiducia anche sul nuovo, al giovane che magari non darà un sicuro ritorno commerciale.

Come risponde ad alcuni appunti negativi che ha avuto il suo saggio?
Io non amo la critica che distrugge o che giudica un’opera in termini di categorie. Al centro di tutto voglio mettere l’autore e la sua poetica, la sua personalità. Penso sia molto difficile parlare di un film, di un libro o di un quadro senza conoscerne l’autore. Si può intra-vedere, ed è quello che ho provato a fare. Amo parlare di un’opera allontanandomi dalla stessa, lasciando spazio alla mia creatività, al ripensarla attraverso la mia sensibilità, il confronto, senza dimenticare il sottobosco nella quale nasce. Questo presuppone una grande preparazione e un’adeguata conoscenza dell’argomento che permetta la possibilità di poter spaziare coerentemente e concretamente attraverso l’estetica, la psicoanalisi, la storia, la società e tutte le arti che si incontrano attraverso.
Un’operazione difficile che al primo tentativo può anche presentare ingenuità ed errori.

 Quando parla di lasciare uno spazio alla creatività del critico intende che l’opera critica possa essere definita opera d’arte letteraria?
Difficilmente, anche se ci sono alcuni casi in cui la critica ad uno spettacolo è più spassosa dello spettacolo in sé. Detto questo, sostengo che un saggio deve avere una sua utilità nella misura in cui apre nuovi orizzonti d’osservazione, deve offrire al pubblico nuovi occhi con cui guardare l’opera d’arte da un punto di vista desueto. Così abituati come si è oggi ad assumere un punto di vista veicolato, siamo assuefatti a percepire la realtà attraverso l’obbiettivo traente, che offre solo una visione frontale e di superficie. Il saggio dovrebbe essere uno spaccato prospettico, una spirale verso il cielo che porta all’arte.

In che senso?
Nel senso che il saggio che ho scritto ha più livelli di lettura e chi si vuole accostare alla lettura ed esplorare anche solo un aspetto lo può fare. Nel libro si parla di musica, di generi cinematografici, di letteratura, ognuno può decidere di approfondire anche solo uno di questi aspetti in base alla sua indole e alle sue preferenze. Mi piace esplorare il bello e per questo motivo percorro più strade. Spero che chi si accosti al mio libro abbia in sé lo stesso spirito esplorativo.

Sembra che la sua passione per il cinema americano sia indiscussa, ritiene che questo cinema sia in un certo senso superiore a quello europeo?
La verità è che la storia del cinema americano non ha avuto pause, ha sempre saputo trasformare in oro una crisi apparente. In america il cinema è un ottimo affare, è un’industria che macina soldi e piace. In più l’America è una terra vastissima che ha delle eccezionali storie da raccontare, soprattutto sono maestri nel fondere la magia delle storie personali con la grande Storia.

Quindi secondo lei in Italia mancherebbero macro-storie da raccontare?
In un certo senso sì. Da noi si ironizza sul malcostume politico e sociale, sulla crisi di coppia e ogni tanto sulle problematiche del lavoro e dei giovani. In fondo in America, l’11 settembre, nonostante sia stata un tragedia indiscutibile, è stato, in maniera altrettanto indiscutibile, un nuovo slancio vitale per il sistema cinema. Gli americani hanno anche il grande merito di aver saputo, in molti casi, anticipare la realtà, proponendo nuovi mondi e creando sogni.

Uno sguardo al futuro, contrariamente al cinema Italiano che si ferma al presente quando non si ripiega sul passato? Speranze future per il cinema italiano?
Le belle storie vanno ricercate nel privato, vanno scovate però. Appartengono a singoli individui, dove ognuno si può identificare e dove ci si può riconoscere in quanto collettività. In più se hai i terroristi che ti buttano giù il simbolo della tua nazione il gioco è fatto. Da noi è stato così con il neorealismo. Spero che si ritorni a quella che un tempo era la grande forza del cinema italiano e che rimane sempre una prerogativa del cinema americano: il cinema di genere, Leone, il primo Argento, il poliziesco, la commedia, quella fatta bene, e non il filmaccio di Natale. Mi piacerebbe dal passato recuperare quella forza perduta ma parlare con occhio critico dell’oggi e profetico del domani. Credo i giovani talenti l’abbiamo capito, vediamo se li seguono i produttori e i burocrati.

Ci consiglia un film, un libro e un album musicale.
Il film è Into the wild di Sean Penn. Un romanzo è La strada di Cormac McCarthy e la musica, almeno quella rimane italiana, per tutti Safari di Jovanotti che trovo perfetto con il messaggio del mio libro ma anche Fabri Fibra, mi piace il suo modo di denunciare la realtà. Da Malick a Fibra.

Lasciamoci con la classica domanda. Ha nuovi progetti?
Sul versante cinema sto lavorando sulla coppia messicana Inarritu/Arringa, altri due grandi esploratori narrativi, credo che dedicherò loro il mio prossimo saggio. Poi ho ultimato il mio primo romanzo. Ma non voglio anticipare nulla al momento, anche se posso dire che anche qui ho lavorato sulla multilinearità, su tante storie e su tanti punti di vista che si rincorrono.