UNA SERA D’ESTATE
CON PETRA ECKSTEIN
Di Luciano Bernardini
Non chiedete a Petra di parlare di libri.
I suoi non ve li racconta, non ve li svela, e magari fa anche
bene.
Certo, quando il discorso li sfiora, uno pensa che potrebbe almeno
non parlarne male, non sminuirli, per lei sono sempre “piccole
cose”, immancabilmente “indescrivibili”, non
perché ridurre in poche parole un pezzo della propria vita
è un’operazione da non fare, ma perché il
suo atteggiamento disincantanto vorrebbe suggerirti che ti stai
avventurando in qualcosa che forse non vale la pena di affrontare.
Che cosa se ne dice in giro? Come reagiscono i lettori che incontra
nelle librerie in cui va a presentare i suoi lavori, con un sacrificio
e un’agitazione che non si possono descrivere?
Sguardo dissacratore, spallucce, un imbarazzo che ti imbarazza
e poi una risata, “quella” risata roca che sdrammatizza
tutto e ti porta da un’altra parte.
Niente da fare, Petra di sé non dice.
“Parliamo dei libri che hai letto?”
Petra per un attimo si rilassa, il discorso si allontana dai “suoi”
libri, da quelli che ha scritto, ma appena realizza che cerchi
di arrivare a lei attraverso i libri che legge, ti accorgi subito
che non li considera meno “suoi”… e i muri si
rialzano.
Sì, perché la timidezza che si nasconde dietro un
aspetto apparentemente deciso non svanisce quando cerchi di avvicinarti
per scoprire chi è davvero l’autrice di “Cancro
ascendente scorpione” e “Come il domopak sul formaggio”
e alla prima domanda diretta, il più possibile generica,
“quali sono le tue letture preferite”, un silenzio
spaurito ti fa sentire immediatamente in colpa come se le avessi
rivolto la più indiscreta delle domande.
Petra si sforza di regalarti qualche titolo ma le sfugge anche
quello del libro che ha finito di leggere la sera prima, e tu
ti sforzi di trovare una domanda di quelle facili, alle quali
si può rispondere senza esporsi.
Ed è a questo punto che lei ti regala una risposta tanto
vera quanto spiazzante, proprio una delle sue.
“Il primo libro che ho letto, il primo che ricordo, è
stato “Piccole donne”, il più ovvio dei classici
per l’infanzia, una condanna inevitabile se sei una bambina
bionda, buona e carina. Dopo quell’esperienza, non so come
ho fatto a continuare a leggere. Avrei dovuto smettere per sempre.
Ancora oggi non riesco a pensare a niente di meno adatto a me,
e di meno adatto ad una bambina con un po’ di cervello”.
Grande Petra, finalmente ridiamo e si allenta quella tensione
che gravita sulla nostra chiacchierata libraria, l’aperitivo
un po’ squallido che prendiamo in uno dei posti più
belli della sua città allevia il calore di un pomeriggio
torrido, ma le noccioline rinsecchite che ci portano non le vogliono
nemmeno i piccioni che ci svolazzano intorno affamati.
Arriva inaspettata un’altra risposta, e capisco che Petra
non si sta sottraendo alle domande, semplicemente non getta via
le parole, riflette sempre, non vuole raccontarmi cose non vere,
non butta lì dei titoli per fare bella impressione, per
costruire un’immagine di sé che possa piacere.
“Ieri sera ho finito di rileggere, e mi è ripiaciuto
moltissimo, “Una stanza tutta per gli altri “ di Alicia
Gimenez-Bartlett, una scrittrice spagnola che amo immensamente,
non ho potuto fare a meno di citare il suo “Vita sentimentale
di un camionista” nel mio “Come il domopak sul formaggio”,
un omaggio del quale lei non saprà mai, ovvio, ma sentivo
di doverlo fare. E’ proprio nelle mie corde, ho adorato
tutte le avventure irresistibili dell’ispettore Petra Delicado,
il personaggio inventato dalla Bartlett, ed ho ammirato la sua
capacità di esplorare nuovi territori con la storia basata
sul diario di Nelly Boxall, cuoca per quindici anni in casa della
mia grandissima e fondamentale Virginia Woolf”.
Mantieni la calma, sii imperturbabile, non tradire la benché
minima emozione: se Petra si accorge che stai esultando per la
straordinaria quantità di informazioni su di sé
che ti ha regalato in poche parole, è chiaro che si blocca
e inizia a pensare che forse doveva dire qualcos’altro,
che magari ha detto, chissà perché, delle sciocchezze.
Dunque: Petra legge e rilegge i libri che ama, li cita, li incamera,
li interiorizza. E poi: il personaggio della sua scrittrice preferita
si chiama… Petra? Vogliamo credere ad una coincidenza? E
Virginia Woolf?
Petra non ha esitazioni e non si ferma, mi spiega che la Woolf
è per lei un riferimento basilare, rappresenta l’esperienza
più profonda della sua carriera di lettrice, “Una
stanza tutta per sé” ha caratterizzato tutta una
fase della sua esistenza, “Orlando” è la fantasia
inarrivabile, “Gita al faro” è uno di quei
libri che non si possono non leggere, ma del resto Petra, di Virginia,
ha letto qualsiasi scritto, perché lei fa così,
di chi ama deve sapere tutto, leggere qualsiasi cosa, anche i
memo della spesa…
Siamo incredibilmente passati dal silenzio alle confessioni più
profonde in pochi secondi, e allora spingiamo sull’acceleratore
e osiamo il tutto per tutto, adesso o mai più.
C’è una relazione di qualche tipo, fra i libri che
ama e le sue storie d’amore?
Petra sorride e questa volta non ha esitazioni: “Teresa
Batista stanca di guerra”, di Jorge Amado, è il libro
che più di tutti mi diverte, lo leggo quando non ne posso
più della vita normale, della burocrazia, del cielo grigio,
di timbrare il cartellino… leggendolo ho capito che non
potevo più stare con una persona triste, ed ho cambiato
radicalmente la mia vita, tanto tempo fa… E poi con “Il
vecchio che leggeva romanzi d’amore”, di Louis Sepulveda,
ho avuto la conferma che non vale proprio la pena di vivere senza
un romanzo d’amore in testa, e di conseguenza…”.
Petra si rabbuia di colpo: “C’è anche un libro
che leggo ogni volta che ho voglia di essere triste, quando ho
la gola stretta e non riesco a piangere, è “L’insostenibile
leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, mi fa diventare
triste per la sua fine, perché nel momento in cui sembra
che le cose comincino a girare bene un incidente fa finire tutto,
ed è… proprio tristissimo, no?”.
Fra i vicoli della città vecchia, alla ricerca di una pizzeria
che ci ricorda un’allegra cena fra amici qualche tempo prima,
fra i racconti della sua recentissima ed esaltante vacanza in
Scozia, spuntano qua e là altri autori ed altri titoli,
tutti con un ruolo preciso nella storia di Petra.
“La coscienza di Zeno” di Svevo è il libro
con cui Petra “si racconta” meglio, Calvino e Camilleri
sono “gli irresistibili”, quelli ai quali lei non
sa dire di no, Pennac e i suoi adorabili anti-eroi le fanno addirittura
venire voglia di vivere in un sobborgo di Parigi, e poi c’è
l’adorato Forster, “Camera con vista” e “Maurice”
su tutti: ambienti e dialoghi perfetti, l’anticonformismo
che convive con il tè delle cinque... illuminante, ecco,
Forster è illuminante, per lei.
Petra ti travolge come un fiume in piena, adesso che hai smesso
chiederle dei titoli…
Divoriamo una pizza, scherziamo e ci raccontiamo qualche sogno
e parecchie paure, la serata è quasi terminata e tra non
molto ci saluteremo, sento che adesso posso chiederglielo, adesso
posso anche rischiare.
“Ma tu perché scrivi?”.
Petra mi regala uno sguardo dal quale capisco di aver conquistato
la sua fiducia e con una spontaneità che soltanto poche
ore prima era impensabile, risponde sicura.
“Non per me, non credo a quelli che dicono di scrivere per
sé. Io lo so, che ci sono già tanti libri e forse
non sarebbe il caso di aggiungerne altri, ma per me il bisogno
di dire, di esprimersi… è incontenibile. Io sto sempre
attenta a quel che succede intorno a me, osservo in continuazione
le persone, le relazioni che si instaurano, immagazzino tutto
nella mia testa, rubo frasi e situazioni, poi rielaboro…
Non lo so se si capisce, ma una delle cose che volevo trasmettere
con i miei primi due libri era proprio la stupidità dei
pregiudizi che soffocano, la relatività del concetto di
diversità, il mio primo libro è basato sulla “diversità”
di due donne che stanno assieme”, il secondo racconta di
una donna che “tradisce” l’ambiente omosessuale
in cui vive innamorandosi di un uomo… sono idee scontate,
lo so, niente di nuovo, d’accordo, ma queste sono le storie
che ho raccontato perché è questo che oggi mi coinvolge,
i ribaltamenti delle situazioni, l’assurdità dei
confini e degli stereotipi, il coraggio di essere se stessi sempre,
comunque e nonostante…”.
Siamo ritornati al parcheggio in cui ci siamo incontrati, cento
ore fa, la serata è proprio finita, l’ultima risata
roca di Petra è una specie di sfida: “Cosa cazzo
tirerai fuori da questa conversazione?”.
Proprio niente, hai detto tutto tu, Petra.
Noi abbiamo soltanto capito che per farti parlare di libri non
bisogna chiederti di parlare di libri.