<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Daniela Attilini Prospettiva editrice
 

 

UNA SERA D’ESTATE CON PETRA ECKSTEIN

Di Luciano Bernardini

Non chiedete a Petra di parlare di libri.
I suoi non ve li racconta, non ve li svela, e magari fa anche bene.
Certo, quando il discorso li sfiora, uno pensa che potrebbe almeno non parlarne male, non sminuirli, per lei sono sempre “piccole cose”, immancabilmente “indescrivibili”, non perché ridurre in poche parole un pezzo della propria vita è un’operazione da non fare, ma perché il suo atteggiamento disincantanto vorrebbe suggerirti che ti stai avventurando in qualcosa che forse non vale la pena di affrontare.
Che cosa se ne dice in giro? Come reagiscono i lettori che incontra nelle librerie in cui va a presentare i suoi lavori, con un sacrificio e un’agitazione che non si possono descrivere?
Sguardo dissacratore, spallucce, un imbarazzo che ti imbarazza e poi una risata, “quella” risata roca che sdrammatizza tutto e ti porta da un’altra parte.
Niente da fare, Petra di sé non dice.
“Parliamo dei libri che hai letto?”
Petra per un attimo si rilassa, il discorso si allontana dai “suoi” libri, da quelli che ha scritto, ma appena realizza che cerchi di arrivare a lei attraverso i libri che legge, ti accorgi subito che non li considera meno “suoi”… e i muri si rialzano.
Sì, perché la timidezza che si nasconde dietro un aspetto apparentemente deciso non svanisce quando cerchi di avvicinarti per scoprire chi è davvero l’autrice di “Cancro ascendente scorpione” e “Come il domopak sul formaggio” e alla prima domanda diretta, il più possibile generica, “quali sono le tue letture preferite”, un silenzio spaurito ti fa sentire immediatamente in colpa come se le avessi rivolto la più indiscreta delle domande.
Petra si sforza di regalarti qualche titolo ma le sfugge anche quello del libro che ha finito di leggere la sera prima, e tu ti sforzi di trovare una domanda di quelle facili, alle quali si può rispondere senza esporsi.
Ed è a questo punto che lei ti regala una risposta tanto vera quanto spiazzante, proprio una delle sue.
“Il primo libro che ho letto, il primo che ricordo, è stato “Piccole donne”, il più ovvio dei classici per l’infanzia, una condanna inevitabile se sei una bambina bionda, buona e carina. Dopo quell’esperienza, non so come ho fatto a continuare a leggere. Avrei dovuto smettere per sempre. Ancora oggi non riesco a pensare a niente di meno adatto a me, e di meno adatto ad una bambina con un po’ di cervello”.
Grande Petra, finalmente ridiamo e si allenta quella tensione che gravita sulla nostra chiacchierata libraria, l’aperitivo un po’ squallido che prendiamo in uno dei posti più belli della sua città allevia il calore di un pomeriggio torrido, ma le noccioline rinsecchite che ci portano non le vogliono nemmeno i piccioni che ci svolazzano intorno affamati.
Arriva inaspettata un’altra risposta, e capisco che Petra non si sta sottraendo alle domande, semplicemente non getta via le parole, riflette sempre, non vuole raccontarmi cose non vere, non butta lì dei titoli per fare bella impressione, per costruire un’immagine di sé che possa piacere.
“Ieri sera ho finito di rileggere, e mi è ripiaciuto moltissimo, “Una stanza tutta per gli altri “ di Alicia Gimenez-Bartlett, una scrittrice spagnola che amo immensamente, non ho potuto fare a meno di citare il suo “Vita sentimentale di un camionista” nel mio “Come il domopak sul formaggio”, un omaggio del quale lei non saprà mai, ovvio, ma sentivo di doverlo fare. E’ proprio nelle mie corde, ho adorato tutte le avventure irresistibili dell’ispettore Petra Delicado, il personaggio inventato dalla Bartlett, ed ho ammirato la sua capacità di esplorare nuovi territori con la storia basata sul diario di Nelly Boxall, cuoca per quindici anni in casa della mia grandissima e fondamentale Virginia Woolf”.
Mantieni la calma, sii imperturbabile, non tradire la benché minima emozione: se Petra si accorge che stai esultando per la straordinaria quantità di informazioni su di sé che ti ha regalato in poche parole, è chiaro che si blocca e inizia a pensare che forse doveva dire qualcos’altro, che magari ha detto, chissà perché, delle sciocchezze.
Dunque: Petra legge e rilegge i libri che ama, li cita, li incamera, li interiorizza. E poi: il personaggio della sua scrittrice preferita si chiama… Petra? Vogliamo credere ad una coincidenza? E Virginia Woolf?
Petra non ha esitazioni e non si ferma, mi spiega che la Woolf è per lei un riferimento basilare, rappresenta l’esperienza più profonda della sua carriera di lettrice, “Una stanza tutta per sé” ha caratterizzato tutta una fase della sua esistenza, “Orlando” è la fantasia inarrivabile, “Gita al faro” è uno di quei libri che non si possono non leggere, ma del resto Petra, di Virginia, ha letto qualsiasi scritto, perché lei fa così, di chi ama deve sapere tutto, leggere qualsiasi cosa, anche i memo della spesa…
Siamo incredibilmente passati dal silenzio alle confessioni più profonde in pochi secondi, e allora spingiamo sull’acceleratore e osiamo il tutto per tutto, adesso o mai più.
C’è una relazione di qualche tipo, fra i libri che ama e le sue storie d’amore?
Petra sorride e questa volta non ha esitazioni: “Teresa Batista stanca di guerra”, di Jorge Amado, è il libro che più di tutti mi diverte, lo leggo quando non ne posso più della vita normale, della burocrazia, del cielo grigio, di timbrare il cartellino… leggendolo ho capito che non potevo più stare con una persona triste, ed ho cambiato radicalmente la mia vita, tanto tempo fa… E poi con “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, di Louis Sepulveda, ho avuto la conferma che non vale proprio la pena di vivere senza un romanzo d’amore in testa, e di conseguenza…”.
Petra si rabbuia di colpo: “C’è anche un libro che leggo ogni volta che ho voglia di essere triste, quando ho la gola stretta e non riesco a piangere, è “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, mi fa diventare triste per la sua fine, perché nel momento in cui sembra che le cose comincino a girare bene un incidente fa finire tutto, ed è… proprio tristissimo, no?”.
Fra i vicoli della città vecchia, alla ricerca di una pizzeria che ci ricorda un’allegra cena fra amici qualche tempo prima, fra i racconti della sua recentissima ed esaltante vacanza in Scozia, spuntano qua e là altri autori ed altri titoli, tutti con un ruolo preciso nella storia di Petra.
“La coscienza di Zeno” di Svevo è il libro con cui Petra “si racconta” meglio, Calvino e Camilleri sono “gli irresistibili”, quelli ai quali lei non sa dire di no, Pennac e i suoi adorabili anti-eroi le fanno addirittura venire voglia di vivere in un sobborgo di Parigi, e poi c’è l’adorato Forster, “Camera con vista” e “Maurice” su tutti: ambienti e dialoghi perfetti, l’anticonformismo che convive con il tè delle cinque... illuminante, ecco, Forster è illuminante, per lei.
Petra ti travolge come un fiume in piena, adesso che hai smesso chiederle dei titoli…
Divoriamo una pizza, scherziamo e ci raccontiamo qualche sogno e parecchie paure, la serata è quasi terminata e tra non molto ci saluteremo, sento che adesso posso chiederglielo, adesso posso anche rischiare.
“Ma tu perché scrivi?”.
Petra mi regala uno sguardo dal quale capisco di aver conquistato la sua fiducia e con una spontaneità che soltanto poche ore prima era impensabile, risponde sicura.
“Non per me, non credo a quelli che dicono di scrivere per sé. Io lo so, che ci sono già tanti libri e forse non sarebbe il caso di aggiungerne altri, ma per me il bisogno di dire, di esprimersi… è incontenibile. Io sto sempre attenta a quel che succede intorno a me, osservo in continuazione le persone, le relazioni che si instaurano, immagazzino tutto nella mia testa, rubo frasi e situazioni, poi rielaboro… Non lo so se si capisce, ma una delle cose che volevo trasmettere con i miei primi due libri era proprio la stupidità dei pregiudizi che soffocano, la relatività del concetto di diversità, il mio primo libro è basato sulla “diversità” di due donne che stanno assieme”, il secondo racconta di una donna che “tradisce” l’ambiente omosessuale in cui vive innamorandosi di un uomo… sono idee scontate, lo so, niente di nuovo, d’accordo, ma queste sono le storie che ho raccontato perché è questo che oggi mi coinvolge, i ribaltamenti delle situazioni, l’assurdità dei confini e degli stereotipi, il coraggio di essere se stessi sempre, comunque e nonostante…”.
Siamo ritornati al parcheggio in cui ci siamo incontrati, cento ore fa, la serata è proprio finita, l’ultima risata roca di Petra è una specie di sfida: “Cosa cazzo tirerai fuori da questa conversazione?”.
Proprio niente, hai detto tutto tu, Petra.
Noi abbiamo soltanto capito che per farti parlare di libri non bisogna chiederti di parlare di libri.