Sasha Perugini parla del suo
"Intimo abbecedario"
L’abbecedario è un libro
attraverso cui si impara è leggere e scrivere e tu hai riscritto
un dizionario personale e personalizzato in cui dai le tue definizioni
di 29 parole. Perché proprio un abbecedario?
Inizialmente, le definizioni che avevo scelto di scrivere
avevano un ordine alfabetico, come negli abbecedari, ma nel tempo
mi sono resa conto che quella struttura mi stava stretta. Ho deciso
comunque di tenere il titolo perché le parole del libro hanno
un filo che le collega, quello della copertina, fatto di parole
e, in fondo, è lo stesso filo di ogni abbecedario.
Un abbecedario molto intimo però
in cui, mettendoti a nudo porti il lettore, con forza, dentro al
tuo mondo che poi è il mondo di ognuno di noi. Non hai avuto
paura a spogliarti così?
Quando ho iniziato a scriverlo, otto anni fa, lo scrivevo
per me. Erano principalmente riflessioni e sfoghi. Si inizia tutti
così. E’ vero che non si scrive mai solo per se stessi,
ma quanto meno scrivevo per la me lettore, la me futura, la ma che
cercava nelle parole quello che non trovava nella realtà.
Vomito dell’anima, l’ho chiamato per tanto tempo. Mai
avrei pensato alla pubblicazione. La paura è arrivata solo
dopo. In effetti questa domanda me l’hanno fatta in tanti.
Si, a volte crea disagio mostrarsi senza abiti, soprattutto alle
persone che non mi conoscono intimamente però adesso non
posso tornare indietro, mi sono fatta la mia bella depressione post
partum e ora cerco solo di ricordare a chi mi legge di non confondermi
con il mio libro.
E invece la pubblicazione è
arrivata. E’ stato difficile?
Devo confessare che è stato più facile
di quanto pensassi, con mia totale sorpresa. Ho iniziato a mandare
il manoscritto senza criterio a qualche casa editrice che mi piaceva
ed ho avuto subito risposte positive, o quanto meno risposte, che
a me sembrava già tanto. Poi, all’improvviso, è
arrivato il contratto della Prospettiva a cui sono immensamente
grata.
Felice?
La prima reazione è stata di felicità,
poi però, quando ho visto il libro “in carne ed ossa”—ci
sta proprio bene--con copertina e prezzo mi è presa una crisi
d’insicurezza. Non mi sembrava abbastanza buono. E allora
ha seguito un periodo di bulimia letteraria, perché mi sembrava
di dover imparare ancora tanto e poi, adesso, un digiuno totale
e forzato dalle letture, perché mi sono accorta che leggere
era una scusa per non scrivere.
A proposito del confronto con altri
autori, nel libro ci sono molte citazioni, nomi famosi, brani di
canzoni… ostentazione o reverenza?
Anche questo me l’hanno fatto notare…
Ossequio riverenziale decisamente. Riconoscimento della paternità
di pensieri non miei. Una forma di prostrazione letteraria. Un allievo
che cita il maestro con rispetto e per ricordasi i suoi insegnamenti.
E comunque quello che si legge rimane dentro, è un carico
anche quello che va quantomeno digerito e la scrittura è
sicuramente una forma di digestione.
Digestione, sangue, graffi, croste.
La tua scrittura è molto corporea, scrivi soprattutto per
e con i sensi. Un libro da odorare e guardare più che da
leggere. Come mai questo rapporto così fisico con le parole?
Suppongo perché le parole lo sono. Ogni parola
lascia una traccia e ogni sensazione si trasforma in parola soprattutto
quando c’è bisogno di comunicare e sentirsi ascoltati
o, nel mio caso, letti.
C’è una parola dell’abbecedario
che avresti voluto scrivere e non hai scritto?
Vecchiaia. Ma anche Malattia. Carezza. Verità,
paura, integrità, superbia… Le scriverò suppongo,
forse in altre forme, ma le scriverò.
E una che hai scritto e non avresti
voluto?
No. Ci sono cose dell’abbecedario che non amo.
Forse ora aggiungerei alcune cose e ne toglierei altre, del resto
la forma del libro lo permette, non c’è fine, alle
parole che ci abitano.
E non a caso “parole” è
la prima definizione che dai. Quanto contano le parole?
Tanto perché do tanto valore al silenzio, momento
in cui nel libro, finalmente, l’io autobiografico si cancella
e mi libera dalla scrittura. Il cerchio si chiude e rende alla prima
parola del libro—parole—il suo posto d’onore.