<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Guido Pagliarino Prospettiva editrice
 

 

Guido Pagliarino

 

Che scrittore è Guido Pagliarino e come ha iniziato?
Sono saggista, narratore e poeta. A parte qualche verso adolescenziale, ripudiatissimo, cominciai una trentina d’anni fa con la tesi di laurea, Storia Economica e Sociale, pubblicata nel 1974 sulla rivista “Economia e Storia” per iniziativa del relatore Mario Abrate, uno dei miei due maestri, facoltà di Economia e Commercio, in discipline filosofico-sociali e storiche; l’altro era stato Carlo Cipolla. Seguirono articoli su riviste di varia umanità mentre, inaspettatamente, tornavo a scrivere poesia; il mio primo libro di versi fu “Per amore della società aperta”, 1979, composto su influsso filosofico del Popper. Nel 1981 altra raccolta, “La speranza possibile”, Rebellato. Entrambe furono recensite, fra l’altro, su “La Stampa – Tuttolibri” e “il Giornale”, allora diretto da Indro Montanelli; ma entrambi i libri presto rifiutai, non più contento se non di alcune poesie che, nondimeno variandole, solo vent’anni dopo avrei ripubblicato sul mio portale internet www.pagliarino.com , insieme ad altre nuove, anni ’90, a tutt’oggi inedite a stampa: in tutto, poche decine di liriche. Nel frattempo, verso la metà degli anni ’80 avevo deciso di non scrivere più, e francamente senz’alcun dramma. Volevo poter leggere maggiormente, e il tempo difettava: non si deve smettere di raccomandare ai nuovi scrittori: leggete, leggete… e scrivete, se proprio vi è necessario, un’opera ogni cento lette. Ormai ultraquarantenne, nel 1990, miracolo! ecco giungermi improvvisa tanta ispirazione quanta mai prima. Scrissi un poema epico sociale, “Centro storico”, stampato nel 1993 dal torinese Centro Studi Cultura e Società; negli anni si sarebbero aggiunti alcuni poemetti, da me lasciati inediti. Intanto, avevo scelto d’essere scrittore a tempo pieno. Avevo steso il mio primo romanzo, “Un’indagine del ‘500”, e diversi racconti; erano seguite opere di genere, un romanzo e quattro racconti giallo-polizieschi nonché altri di fantascienza, lavori che, non essendo ancora pienamente soddisfatto, avevo lasciato nel cassetto, a parte un paio di racconti pubblicati dalla Montedit in un libriccino, per un suo premio-pubblicazione. Avrei nel tempo rivisto molte volte quelle opere, che finalmente mi sembrano a punto; ed ecco un altro consiglio modesto: riscrivere, riscrivere, il primo getto raramente è l’ottimo, basti vedere quante volte i classici siano tornati sui loro lavori. Eppure, c’è tanta supponenza in giro. Quando, anni ’90, ero divenuto editor per alcune piccole editrici e per la media Tracce di Pescara – eh, già, dopo oltre cinque anni di silenzio ero ormai uno sconosciuto nello smemorato mondo delle lettere, e avevo dunque provato a farmi riconoscere anche così – ebbene, quante necessarie varianti in testi di autori che, pur di base valendo, non avevano provato a rileggersi per migliorarsi; e qualcuno, invece di ringraziare, se n’era pure risentito.


Ci ha fatto nascere una curiosità. Ha detto d’essere scrittore a tempo pieno: davvero lei riesce a vivere di penna?!
Neanche in sogno. Fino al 1991 avevo lavorato in altri campi, due professioni parallele che m’avevano consentito, nel tempo, di risparmiare l’occorrente per vivere. Così, d’accordo con mia moglie, in quell’anno avevo fatto il salto, una scelta che comunque era, e continuo a ritenere, coraggiosa: dalla penna, reddito tendente a zero, a parte i due milioni di lire del Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri assegnatomi nel 1996 per le mie pubblicazioni fino a quell’anno, e qualcosetta come editor e/o prefatore; quindi, se non avessi accumulato prima, nemmeno avrei potuto pensarci, d’essere semplicemente scrittore, anche perché la pensione, se arriverà, è ancora relativamente lontana.

Ha ricevuto un premio ambito, quello della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Altri riconoscimenti letterari?
La prima silloge di poesie fu finalista per l’opera prima all’importante “Premio Biella” 1980; questa e la seconda raccolta ebbero alcuni primi premi, peraltro secondari, e una ventina tra secondi, terzi e via scendendo; anche “Centro storico” ebbe riconoscimenti; ma a parte il Premio della Presidenza del Consiglio, che per inciso m’era giunto veramente inaspettato, io tengo sempre e solo agli ultimi; in questo momento, a quelli assegnatimi per libri pubblicati con la Prospettiva editrice.

Come ha conosciuto Prospettiva?
Internet. Un buon incontro, per il quale tre miei saggi sul Cristianesimo, stesi fra il ’97 e il ’99, hanno trovato finalmente, nel dottor Giannasi, un editore coraggioso. Bisogna fare qualche passo indietro. Avevo inviato questi testi a editrici specializzate, la San Paolo, l’ElleDiCi e altre minori, ricevendone da tutte tanti complimenti e un netto rifiuto, insieme ai dattiloscritti di ritorno. Avevo spedito quindi a editori laici, e stavolta neanche un rigo di risposta. Avevo allora provato con una nota agenzia letteraria di Firenze che, avendo apprezzato le tre opere, aveva contattato la cattolica Piemme e la laica Mondadori che aveva appena inaugurato una collana sulle religioni: niente. Forse ne so il perché: di lì a non molto erano usciti da quelle stesse case libri di autori famosi sui medesimi argomenti, anche se da ottiche diverse dalla mia.

Ecco, secondo quale ottica lei scrive di Cristianesimo? e come mai s’è interessata a quest’argomento, lei ch’era nota in passato come liberale gobettiano agnostico?
Ora non più, sono cristiano; ma i miei saggi non hanno un’ottica catechistica: un conto è studiare il Cristianesimo, conoscenza utile a tutti, e un altro, essendo credenti, approfondirne poi il catechismo. Il mio è un approccio storico-critico, quello stesso appreso all’università, per altri campi della Storia ma applicabile pure al Cristianesimo. Intendo rivolgermi sia a credenti, sia ad agnostici. Nei miei anni sabbatici, tra l’85 e il ’90, avevo incontrato, doni di mia moglie, alcuni testi sul Cristianesimo che m’avevano indotto a indagare; m’ero detto: “La cultura occidentale non si basa solo su Omero ma anche sulla Bibbia, e hai dunque soltanto una mezza cultura. Studia!”. Lessi testi, seguii corsi e conferenze, proseguendo la ricerca negli anni ’90, ormai tornato alla scrittura. Nel ’97 avvertii, senz’averlo prima programmato, d’essere pronto a scrivere un saggio sul Cristianesimo, un approccio storico-divulgatico alle sconosciute figure di Cristo e dei primi evangelizzatori: “Gesú, nato nel 6 ‘a.C.’, crocifisso nel 30”. Seguì una seconda opera, “L’eterno corpo umano”, pubblicata poi, come la precedente, dalla Prospettiva, sotto il diverso titolo “La vita eterna”; infine scrissi il saggio “Cristianesimo e Gnosticismo: 2000 anni di sfida”, pure uscito per i tipi di quest’editrice. Va anche precisato che, essendomi interessato fra l’altro al fenomeno dell’Inquisizione, ne era già venuto il romanzo “Un’indagine del ‘500”, mentre il Cristianesimo aveva fatto capolino in qualcuno dei miei racconti. I tre saggi hanno dato fastidio a cattolici integristi, ne ho avuto lettere ed e-mail di rimprovero; invece, hanno destato interesse presso cattolici post-conciliari e non credenti. Un teologo docente di religione m’ha detto d’aver citato più volte il mio saggio “La vita eterna” in due sue conferenze, raccomandando il libro, l’autore e l’editore. Grazie professore, anche perché, se ho ben capito, ha trovato nell’opera concetti innovativi in campo teologico, ad esempio sul perché dell’incarnazione di Cristo; e pensare che teologo io non sono, pur avendo letto diversi libri di quei corsi; per inciso, il non esserlo m’aveva danneggiato in campo editoriale, ché in tanti circoli culturali italiani ci vuole la patente per essere considerati. Non per la Prospettiva editrice, finalmente.