Fabio Musati
parla del suo libro
"Il confine"
"Dall'intervista fatta da Luisa Lana all'autore, pubblicata sul Corriere Valsesiano del 30 Novembre 2007."
Scrivono in tanti; in tanti si definiscono scrittori. Che cosa ci vuole, invece, per esserlo veramente?
Al PremioTeramo dell’anno scorso mi hanno definito ‘un buon artigiano della scrittura’. Mi riconosco appieno in questa definizione. Sono uno che ama la parola, il suono che genera, le immagini che fa nascere nella mente. Ci vuole rispetto per la parola, capacità di mettersi in gioco in ciò che si scrive, abilità di tirarsi fuori perché il lettore deve sentire che c’è l’autore ma non trovarlo mai.
Poi non bisogna avere paura di tagliare, eliminare, asciugare il testo. In qualche caso di buttare via o accantonare. C’è differenza tra l’essere scrittori e essere
grafomani…
Ti sei scoperto scrittore o ti hanno scoperto?
Può sembrare curioso, ma io mi sono sentito scrittore da sempre, anche prima di aver scritto una sola pagina. Credo che noi sappiamo sempre chi siamo, spesso però non l’accettiamo o non abbiamo il coraggio di assumerne le conseguenze.
Da qualche anno ho deciso che era venuto il momento di essere quello che ero, di fare ciò che amavo, di mettermi in gioco. Ci sto ancora lavorando, ovviamente.
Rileggendoti, ti piaci subito? sei indulgente con te stesso o pignolo, severo?
Devo dire che il più delle volte mi piace subito quello che scrivo, anche perché scrivo solo quello che mi piace. Non sono troppo pignolo e severo, e questo è un mio limite. Per questo mi avvalgo di quattro/cinque persone di fiducia che mi leggono in bozza, mi aiutano a vedere dove ci sono eventuali problemi di comprensione o imperfezioni stilistiche o refusi. Alla fine quasi sempre amo i miei racconti.
E' vero che per scrivere bisogna essere ispirati (da un ricordo, da un fatto, da una donna, da una musica, da un odore eccetera) o è soltanto la scusa di chi vorrebbe saper scrivere ma non riesce a esprimersi sulla carta?
Si scrive perché si ‘ha bisogno’ di scrivere, altrimenti diventa un esercizio anche professionale ma non artistico. Il bisogno può essere generato da uno stimolo interno o esterno: da qualcosa che abbiamo in pancia e dobbiamo tirar fuori o da un’immagine, una sensazione forte che cogliamo all’esterno e che sentiamo l’esigenza di catturare, di fare nostra.
Le mie cose che più amo nascono in genere dall’incontro tra due stimoli, apparentemente indipendenti: un ricordo e l’immagine di una casa abbandonata, il rumore della ruota di un criceto e l’ossessione di una persona per i libretti di istruzione, un’ombra sul fondo della piscina e il peso del corpo di una persona obesa… Quando c’è l’incontro succede qualcosa che non controllo pienamente e della quale sono il primo a essere sorpreso. La storia si fa protagonista della mia scrittura e io sono al suo servizio. Quando avviene quella magia, mi commuovo mentre scrivo. A volte, addirittura, piango.
Leggi molto?
Ho letto molto, soprattutto classici. I miei ‘maestri’ comunque sono Borges, Cortazar e Kafka. Sto leggendo tutto Simenon. Il libro più bello letto recentemente è stato ‘Brucia Troia’ di Sandro Veronesi. Lo consiglio vivamente.
Credo che leggendo un libro sia bello (e necessario, se si vuole prima capirlo e poi amarlo) anche «vederlo»: l'ambiente, i personaggi; «sentirlo»: i suoni, i rumori. Un po' come se fosse un film. Sei d'accordo?
Non c’è da essere d’accordo o meno, in quanto non è una scelta razionale, piuttosto qualcosa che succede nella nostra testa e che ci porta là, dove avviene la storia. E’ il senso stesso della narrativa e se questo non avviene significa che non c’è un buon scrittore oppure che non c’è un buon lettore. C’è simmetria tra la scrittura e la lettura, che non è, non deve essere un fatto passivo, ma il frutto di una complicità. Un libro è pubblicato in mille copie uguali, ma si trasforma nei mille libri dei mille lettori.
Come nascono i tuoi racconti? La trama (compresa la fine) ce l'hai fin da subito, o si dipana scrivendo?
Ne abbiamo parlato prima. Nascono da un’urgenza di ‘passare’ al lettore un’emozione. Questa si concretizza gradatamente in personaggi che cominciano ad agire e da lì si tesse una trama che, come dici bene, si dipana scrivendo. I racconti che mi piacciono di più sono quelli il cui finale mi sorprende, come se fosse stato immaginato da un altro. Quando avviene sono soddisfatto e mi dico: oggi ho fatto qualcosa.
Hai vinto parecchi premi, anche molto importanti. Te l'aspettavi?
Diciamo che ho perseguito degli obiettivi con tenacia e insistenza. Le cose non arrivano mai per caso. Se ti riferisci al Teramo, mi ha molto sorpreso. Non mi aspettavo di vincerlo quest’anno, tra l’altro con un racconto scontroso, dove è quasi impossibile provare empatia per il protagonista. E’ un racconto che adoro, ma spesso i miei racconti più ‘letterari’ sono quelli che piacciono meno. Al Teramo guardano invece alla cifra letteraria e stilistica del testo, e ‘La gabbia’ è un meccanismo molto curato, frutto di un paziente lavoro di incastro.