<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Paolo Mazzocchini Prospettiva editrice
 


Paolo Mazzocchini
parla del suo libro
"L'anello che non tiene ed altri racconti"

 

L’anello che non tiene è una raccolta di racconti apparentemente piuttosto variegata: esiste un filo conduttore sotterraneo che lega insieme i vari pezzi?
La varietà risente un po’ dei tempi diversi in cui i racconti sono stati scritti: Il predicatore, Maschere di carnevale e  La morte di Lazzaro risalgono infatti, nella prima stesura almeno, a oltre vent’anni fa, anche se sono stati ultimamente rivisti e rimaneggiati; tutti gli altri invece sono più recenti. E tuttavia un denominatore comune profondo esiste e risiede nella fondamentale tragicità (nel senso più antico, direi greco, del termine) del destino e della condizione umana. Un po’ tutti i personaggi si confrontano infatti con un evento che permette loro di scoprire se stessi e il senso (o il non senso) della loro vicenda esistenziale.

Le citazioni di autori classici spesseggiano nelle epigrafi e nel testo stesso: come mai questa predilezione?
Sono filologo classico e insegno da venticinque anni in un liceo. La cultura greca e latina (anche se non solo quella) sono il mio pane quotidiano. Ritengo che questo nutrimento, dello spirito e del pensiero – intendo - e non tanto delle forme letterarie della civiltà antica, manchi oggi nel background formativo di molti scrittori moderni; e che ciò costituisca, sul piano artistico, un impoverimento, non certo un elemento di originalità o di emancipazione dalla tradizione.

Da quali realtà vissute e da quali modelli letterari ha particolarmente tratto ispirazione?
I miei grandi modelli letterari sono ovviamente i classici; tra essi, primo fra tutti, il più moderno degli autori latini, cioè Lucrezio. Ma fondamentale è stata anche, per scrivere questi racconti, la mia familiarità con il teatro antico, la tragedia in particolare. Tra i moderni metterei in prima fila Leopardi e Kafka; e poi i grandi russi, soprattutto Gogol e Cechov. Sul piano stilistico credo di aver imparato qualcosa da scrittori italiani fra loro molto diversi come Bassani, Gadda e Calvino. Quanto alle realtà vissute, il mondo della scuola è certamente molto presente nei miei racconti, e così anche (ma più limitatamente) l’esperienza storica e politica degli anni settanta (quelli della mia giovinezza); ma si tratta, direi, di elementi esterni, di una cornice familiare attorno a quadri che tendono per lo più a rappresentare le profondità dell’animo umano in termini assoluti e universali, non propriamente storici né autobiografici.

I suoi personaggi appaiono spesso antieroi solitari e malinconici: non le sembrano un po’ inattuali?
Se si intende la letteratura come specchio immediato dell’attualità, non faccio fatica a riconoscere che essi sono inattuali, lontani dal vitalismo cieco, un po’ frenetico e banalmente ottimista della nostra società. Ma, ripeto, la letteratura più autentica è quella che trascende la contingenza storica e realizza paradigmi universali. Diversamente si tratta di letteratura di facile consumo, di istant- books destinati ad essere consumati e gettati.

Come mai le poche figure femminili appaiono infide, traditrici, crudeli?
Non sono le figure femminili ad essere crudeli ed infide, ma quelle maschili ad essere o troppo fragili, o troppo ingenuamente sicure di se stesse, o troppo egocentriche. La donna in questi racconti funge da catalizzatrice della crisi dell’uomo, da dèmone tragico che conduce per mano il protagonista maschile fino all’agnizione della rovina o della verità. Direi, con la psicanalisi, che la donna incarna il principio di realtà, mentre l’uomo il principio del sogno (illusorio) della felicità e del successo. Perciò l’uomo è destinato alla sconfitta: per il suo proprio e irrimediabile limite, non per colpa della donna.

Il suo è un esordio narrativo a 51 anni: come mai una ‘conversione’ letteraria così tardiva?
In realtà si tratta solo di una pubblicazione tardiva dei miei scritti, concepiti ed elaborati (come dicevo sopra) in tempi diversi da circa 25 anni a questa parte. La scrittura creativa è stata infatti per me un’attività sporadica, anche se molto coinvolgente; quasi un fenomeno carsico affiorante nelle parentesi concessemi di tanto in tanto dal mio lavoro di insegnante e di studioso. Conto tuttavia, nel tempo che mi resta, di coltivare più estesamente il genere narrativo, tanto che ho in progetto di scrivere un romanzo, ancora ambientato nel mondo della scuola ma ancora indirizzato a scandagliare grandi problematiche umane ed esistenziali.