Gilberto Mastromatteo
parla del suo libro
"Quando i media staccano la spina "
Perché hai deciso di scrivere una tesi sul rapporto tra mass media e Brigate Rosse?
Probabilmente perché si tratta di un argomento ancora piuttosto inesplorato. Libri sulle Brigate Rosse ne sono stati scritti tanti, però sono stati pochi coloro che hanno affrontato l’aspetto mediatico dell’eversione rossa in maniera organica. Solitamente questa prospettiva tende a rimanere sullo sfondo rispetto ad altre tematiche, di tipo politico, sociologico o storico. E invece l’atteggiamento di giornali, radio e televisione di fronte all’emergere del terrorismo fu importante. In fondo, il partito armato intendeva servirsi dei mass media per i propri scopi.
Che ruolo ebbero i giornalisti durante gli anni di piombo?
Si trovarono spesso in prima linea nel trattare la violenza politica. E questo da diversi punti di vista. Dapprima commisero errori di valutazione iniziali, dipingendo le Brigate Rosse come “provocatori” di estrema destra. Quindi, a partire dal 1977, quando furono essi stessi a diventare bersaglio conclamato dei brigatisti, iniziarono a prendere coscienza della reale collocazione politica del gruppo e della sua pericolosità. Da quella data in poi, tuttavia, iniziarono gli errori di segno opposto, dovuti alla sopravvalutazione militare del fenomeno eversivo, all’allarmismo e alla spettacolarizzazione. Quel cliché che ha, poi, finito per contraddistinguere le Brigate Rosse sino ai giorni nostri.
Perché qualcuno dovrebbe leggere il tuo libro?
Perché credo possa fornire qualche utile strumento d’analisi a tutti coloro che si occupano di informazione. Ma anche a coloro i quali l’informazione non la fanno, ma la subiscono, quotidianamente, senza avere spesso gli strumenti per separare la qualità dall’immondizia.
Quali sono i tuoi autori preferiti?
Da ragazzo ho amato molto Leonardo Sciascia, Edgar Allan Poe e George Orwell. Poi, ben più tardi, ho scoperto Pier Paolo Pasolini, di cui in pochi mesi ho letto e visto quasi tutto. Da qualche tempo mi piace sfogliare i romanzi di alcuni giornalisti come Tiziano Terzani e Ryszard Kapuscinski. E non disdegno i libri di Marco Travaglio. Quanto alla letteratura storica sugli anni di piombo e, più in generale, sugli anni ’70, invece, le mie fonti sono ben più articolate. Da Sergio Zavoli a Giorgio Galli, passando per Donatella Della Porta, Vincenzo Tessandori e Alessandro Silj. E poi Giovanni Bianconi, Daniele Biacchessi e tutta la “nouvelle vague” degli ultimi anni, con Giuliano Boraso, Giorgio Guidelli e Silvia Casilio.
Scrivi molto? E perché lo fai?
Scrivo parecchio e lo faccio, fuor di ogni retorica, per “mangiare”. Il fatto è che collaboro come cronista per un quotidiano locale. Dunque sono “costretto” a scrivere almeno un paio di cartelle al giorno. Credo sia una delle poche cose che mi riesce bene. E che mi piace. Certo, scrivere un libro necessita di un approccio del tutto diverso dalla quotidiana stesura di un articolo. E, forse, si tratta di un modo di scrivere più stimolante.
Dunque, da “addetto ai lavori”, che cosa ne pensi del giornalismo di oggi?
Credo che sia un mestiere in avanzato stato di decadenza. Ma che, in ogni caso, non può morire. I limiti sono diventati strutturali e l’accesso alla professione è ormai sempre più arduo. Oggi come oggi, soprattutto qui in Italia, per un giovane che aneli a diventare redattore si apre la lunga via del precariato. Le collaborazioni, poi, sono pagate quasi ovunque “a cottimo”, ovvero in base ai pezzi scritti, e le tariffe sono ridicole. Va da sé che, con un tale bottino a fine mese, l’esercito dei precari del giornalismo italiano risulti ricattabile, manovrabile, difficilmente libero di svolgere la professione in ossequio alla sovranità del lettore. E proprio per questo motivo il problema del precariato, associato alla professione giornalistica, rischia di diventare deontologico ancor prima che sindacale.
A questo punto, cosa sogni di fare da grande?
Sembrerà strano, ma mi piacerebbe poter fare il giornalista. E, di tanto in tanto, continuare a dilettarmi negli studi storici. Infine, perché no, magari scrivere qualche altro libro.