Pamela Marsilii parla del suo
"Le cento storie"

Dividi la tua creatività tra la
pittura e la scrittura. Non sono atttività opposte?
No, assolutamente. Al contrario: si tratta di due espressioni di
uno stesso slancio creativo: si modificano unicamente i mezzi ed
il tipo di linguaggio, ma la matrice è la stessa.
In altre parole, su una superficie bianca (che sia la tela od una
pagina di un quaderno a quadretti) è possibile dare vita
a qualunque cosa possa immaginare la nostra mente, e descriverla
con i mezzi più opportuni: per immagini o con parole. Il
linguaggio parlato è il più semplice: è quello
che ci viene insegnato, in ogni sua più sottile sfumatura,
dalla prima infanzia all’ultimo anno scolastico. E sappiamo
che è quello più facile per comunicare con gli altri.
Il linguaggio per immagini, invece, è molto più difficile
da decifrare per la nostra cultura, poichè solo in rari casi
si sceglie un percorso di studi che ne analizzi tutti gli aspetti
e potenzialità. Per la maggior parte di noi un quadro di
arte contemporanea può essere sì affascinante ma assolutamente
incomprensibile, se non si viene forniti degli strumenti adatti
per leggerlo.
Questo dualismo comunicativo è
presente anche nel tuo libro... anzi, tutto il lavoro è una
interazione dialettica tra opposti.
Sì, ciò che mi interessava maggiormente affrontare
era non solo un determinato argomento, ma proprio il metodo di approccio
al problema. In maniera fluida ed immediata, perchè mi piace
parlare ai ragazzi; ma ho voluto mettere in evidenza come una stessa
situazione possa essere vista in (almeno) due modi diversi, diametralmente
opposti, e che solo così sia possibile avere un quadro completo.
Una sola voce è sempre parziale ed incompleta, ...una sola
storia non è mai abbastanza.
Un libro educativo, insomma.
Non avevo una pretesa così ampia, per carità. Anche
perchè è stato scritto diversi anni fa e solo ora
mi sono decisa a provare a pubblicarlo! Comunque, rileggendolo a
distanza di tempo, mi sono accorta che sono rimasta fedele ad una
stessa filosofia che considero fondamentale, nel corso della vita:
nulla ha una sola spiegazione, e solo attraverso il confronto si
può arrivare alla conoscenza. Anche delle cose più
piccole ed in apparenza semplici.
Ho descritto come mi sono immaginata la crescita in simbiosi di
due ragazzini completamente diversi, giocando con i loro personaggi
ed i loro pensieri. E creare attorno a loro un mondo fantastico
è stato.. estremamente divertente.
Allora come si scrive, un libro di fantasy?
Come qualunque altro, suppongo, e come si dipinge un quadro: il
momento in cui “si butta giù” qualcosa è
solo l’ultimo, dopo molto tempo passato a studiare il problema
che si vuole affrontare, a decidere il come si vuole farlo e per
quale motivo. Ogni autore ha naturalmente i suoi metodi... Io, figlia
della generazione di Guerre Stellari e Star Trek ed in parallelo
i romanzi di Frank Herbert e Tolkien ho un’impronta cinematografica:
grazie anche alla mia fertile immaginazione - che tanti problemi
mi ha creato - sono in grado di ‘vedere’ le scene delle
mie storie, e immagine dopo immagine si crea una sequenza, un racconto,
una vita fantastica.
Una volta abbozzati i personaggi (che a volte paiono spuntare dal
nulla, in cerca di autore) basta inserirli nel contesto: è
un gioco! Dopodichè si muoveranno da soli.... a me sarà
sufficente procurarmi i pop-corn, sedermi davanti allo schermo della
mia fantasia e godermi lo spettacolo.
Il lavoro che ne verrà fuori infatti ha una narrazione molto
cinematografica: come io ne vedo le immagini così desidero
che chi mi legge abbia le stesse senzazioni, oltre ad accontentare
il mio bisogno sempre presente di dare colore alle parole e viceversa.
Ma perchè questo bisogno di un
perenne confronto dialettico?
Perchè dal confronto nosce ogni cosa. Tutto il nostro mondo,
così come lo vediamo, è la sintesi di un confronto
tra opposti: bianco e nero, vuoto e pieno, prima e dopo, maschile
e femminile. Vita e morte. Nessuna di queste cose può esistere
senza la coscienza dell’altra, e nelle loro mediazioni variabili
si forma l’esistenza. Sembra un concetto complesso ma è
semplicissimo, come in fondo sono semplici tutte le cose di tutti
i giorni che ci riguardano da vicino. Così ho scelto una
storia semplice – intrecciata a cento altre - di cui mi sono
divertita a raccontarne una parte in modo particolare (che esprimesse
ancora più chiaramente la mia ricerca), che affrontasse tali
temi e in qualche modo ne sciogliesse i nodi, per ricrearne subito
nuovi altri, complessi ed interessanti. Come l’adolescenza,
la crescita, il conflitto tra tecnologia e natura, ignoranza e ricerca,
potere e libertà di pensiero. Non è assolutamente
detto che i lettori più giovani non possano provare curiosità
per tali argomenti, ed anzi sono convinta che ne siano estremamente
affascinati (come lo ero io).
Quindi, scrivere per gli altri.
No, mai: in primo luogo per se stessi. Che poi si è il proprio
lettore più severo e critico. Solo dopo che si è ottenuto
un lavoro che si giudica buono, si può pensare ad una eventuale
pubblicazione. Ma scrivere solo per pubblicare è una strada
senza uscita.
E poi non si decide mai di scrivere così, a freddo.... si
comincia a pensare ad una storia, nei momenti più diversi
della giornata; si tessono le prime trame, si incrociano i personaggi,
capitano i primi imprevisti: così, quasi all’improvviso,
si è formato il primo canovaccio di base e quasi senza accorgersene
il racconto è lì, già bell’e pronto che
aspetta solo di essere ‘fotografato a parole’ sulla
pagina.
Tutto questo non può avvenire se si è troppo concentrati
sulla pubblicazione.
E ora? Si sta formando una nuova storia?
...sì, può darsi... percepisco già i primi
singulti creativi.
Ho lasciato alcune cose in sospeso: sapevo che non sarebbero rimaste
zitte ancora a lungo.