<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Daniela Attilini Prospettiva editrice
 


Pamela Marsilii parla del suo
"Le cento storie"

Dividi la tua creatività tra la pittura e la scrittura. Non sono atttività opposte?
No, assolutamente. Al contrario: si tratta di due espressioni di uno stesso slancio creativo: si modificano unicamente i mezzi ed il tipo di linguaggio, ma la matrice è la stessa.
In altre parole, su una superficie bianca (che sia la tela od una pagina di un quaderno a quadretti) è possibile dare vita a qualunque cosa possa immaginare la nostra mente, e descriverla con i mezzi più opportuni: per immagini o con parole. Il linguaggio parlato è il più semplice: è quello che ci viene insegnato, in ogni sua più sottile sfumatura, dalla prima infanzia all’ultimo anno scolastico. E sappiamo che è quello più facile per comunicare con gli altri. Il linguaggio per immagini, invece, è molto più difficile da decifrare per la nostra cultura, poichè solo in rari casi si sceglie un percorso di studi che ne analizzi tutti gli aspetti e potenzialità. Per la maggior parte di noi un quadro di arte contemporanea può essere sì affascinante ma assolutamente incomprensibile, se non si viene forniti degli strumenti adatti per leggerlo.

Questo dualismo comunicativo è presente anche nel tuo libro... anzi, tutto il lavoro è una interazione dialettica tra opposti.
Sì, ciò che mi interessava maggiormente affrontare era non solo un determinato argomento, ma proprio il metodo di approccio al problema. In maniera fluida ed immediata, perchè mi piace parlare ai ragazzi; ma ho voluto mettere in evidenza come una stessa situazione possa essere vista in (almeno) due modi diversi, diametralmente opposti, e che solo così sia possibile avere un quadro completo. Una sola voce è sempre parziale ed incompleta, ...una sola storia non è mai abbastanza.

Un libro educativo, insomma.
Non avevo una pretesa così ampia, per carità. Anche perchè è stato scritto diversi anni fa e solo ora mi sono decisa a provare a pubblicarlo! Comunque, rileggendolo a distanza di tempo, mi sono accorta che sono rimasta fedele ad una stessa filosofia che considero fondamentale, nel corso della vita: nulla ha una sola spiegazione, e solo attraverso il confronto si può arrivare alla conoscenza. Anche delle cose più piccole ed in apparenza semplici.
Ho descritto come mi sono immaginata la crescita in simbiosi di due ragazzini completamente diversi, giocando con i loro personaggi ed i loro pensieri. E creare attorno a loro un mondo fantastico è stato.. estremamente divertente.

Allora come si scrive, un libro di fantasy?
Come qualunque altro, suppongo, e come si dipinge un quadro: il momento in cui “si butta giù” qualcosa è solo l’ultimo, dopo molto tempo passato a studiare il problema che si vuole affrontare, a decidere il come si vuole farlo e per quale motivo. Ogni autore ha naturalmente i suoi metodi... Io, figlia della generazione di Guerre Stellari e Star Trek ed in parallelo i romanzi di Frank Herbert e Tolkien ho un’impronta cinematografica: grazie anche alla mia fertile immaginazione - che tanti problemi mi ha creato - sono in grado di ‘vedere’ le scene delle mie storie, e immagine dopo immagine si crea una sequenza, un racconto, una vita fantastica.
Una volta abbozzati i personaggi (che a volte paiono spuntare dal nulla, in cerca di autore) basta inserirli nel contesto: è un gioco! Dopodichè si muoveranno da soli.... a me sarà sufficente procurarmi i pop-corn, sedermi davanti allo schermo della mia fantasia e godermi lo spettacolo.
Il lavoro che ne verrà fuori infatti ha una narrazione molto cinematografica: come io ne vedo le immagini così desidero che chi mi legge abbia le stesse senzazioni, oltre ad accontentare il mio bisogno sempre presente di dare colore alle parole e viceversa.

Ma perchè questo bisogno di un perenne confronto dialettico?
Perchè dal confronto nosce ogni cosa. Tutto il nostro mondo, così come lo vediamo, è la sintesi di un confronto tra opposti: bianco e nero, vuoto e pieno, prima e dopo, maschile e femminile. Vita e morte. Nessuna di queste cose può esistere senza la coscienza dell’altra, e nelle loro mediazioni variabili si forma l’esistenza. Sembra un concetto complesso ma è semplicissimo, come in fondo sono semplici tutte le cose di tutti i giorni che ci riguardano da vicino. Così ho scelto una storia semplice – intrecciata a cento altre - di cui mi sono divertita a raccontarne una parte in modo particolare (che esprimesse ancora più chiaramente la mia ricerca), che affrontasse tali temi e in qualche modo ne sciogliesse i nodi, per ricrearne subito nuovi altri, complessi ed interessanti. Come l’adolescenza, la crescita, il conflitto tra tecnologia e natura, ignoranza e ricerca, potere e libertà di pensiero. Non è assolutamente detto che i lettori più giovani non possano provare curiosità per tali argomenti, ed anzi sono convinta che ne siano estremamente affascinati (come lo ero io).

Quindi, scrivere per gli altri.
No, mai: in primo luogo per se stessi. Che poi si è il proprio lettore più severo e critico. Solo dopo che si è ottenuto un lavoro che si giudica buono, si può pensare ad una eventuale pubblicazione. Ma scrivere solo per pubblicare è una strada senza uscita.
E poi non si decide mai di scrivere così, a freddo.... si comincia a pensare ad una storia, nei momenti più diversi della giornata; si tessono le prime trame, si incrociano i personaggi, capitano i primi imprevisti: così, quasi all’improvviso, si è formato il primo canovaccio di base e quasi senza accorgersene il racconto è lì, già bell’e pronto che aspetta solo di essere ‘fotografato a parole’ sulla pagina.
Tutto questo non può avvenire se si è troppo concentrati sulla pubblicazione.

E ora? Si sta formando una nuova storia?
...sì, può darsi... percepisco già i primi singulti creativi.
Ho lasciato alcune cose in sospeso: sapevo che non sarebbero rimaste zitte ancora a lungo.