Rox Marocchini parla del suo
"Ambenele"
Rox, perché hai iniziato a scrivere?
Non lo so. È come chiedere a un calciatore perché
ha iniziato a correre dietro ad un pallone, o ad un giocatore perché
scommette alle corse. Mi è venuto spontaneo, fin da quando
ero ragazzino, e mi ha aiutato il sottile piacere che mi prende
ogni volta che l’inchiostro fluisce dalla mia penna, senza
pormi il problema se quello che sto scrivendo finirà mai
sotto gli occhi di qualcuno.
Perché proprio “Ambenele”?
Sono stato sempre affascinato dalle tematiche misteriose, dai sottili
orrori che non riusciamo a vedere, ma che premono intorno a noi,
o forse dentro di noi. “Ambenele” è il figlio
naturale di questa predisposizione. È l’inquietudine
che viaggia all’interno di questa storia, e assume la forma
di un’entità paranormale, un concetto che riprendo
spesso anche in altre mie opere.
In che genere collocheresti, quindi, “Ambenele”?
Io direi che va benissimo la definizione “fantanoir”,
perché la trama attinge in egual misura dai prototipi del
genere poliziesco come dalla tradizione horror.
Progetti futuri?
I miei progetti vanno dove li porterà il vento. La mia speranza
è che dopo “Ambenele” mi sia permesso di mandare
in stampa il mio secondo romanzo, già pronto, che poi è
una sua ideale prosecuzione. Altrimenti pazienza, io, ad ogni modo,
continuerò a scrivere. Mi piace.
Altri interessi?
Il blues, ed il lavoro che mi consente di mantenermi. Sono un vigile
del fuoco.