Antonio Manca
Perché scrivi?
Ritengo che l’irrefrenabile passione che io nutro
per la scrittura e la lettura, sia giunta a me con i geni ereditari
trasmessimi dai miei avi. È, infatti, un fatto storico per
la città di Sassari che colui che rappresenta il capo stipite
della mia nobile casata nel frattempo che governava la città
qualche secolo or è, badò a leggere, riordinare e catalogare
per materia le numerosissime e preziose carte che giacevano in un
caos indescrivibile nell’archivio comunale. Indice del quale
si servirono in seguito molti e illustri scrittori.
La passione del narrare e verseggiare probabilmente mi è stata
trasmessa dal babbo e dal nonno materno. Ricordo ancora le umide e
fredde serate d’inverno, quanto riuniti a semicerchio attorno
al gran camino, quasi trasognati e in un silenzio perfetto si stava
ad ascoltare le favolose storie che questi narravano; le descrizioni
di luoghi stupendi ora distrutti dai roghi dolosi, popolati di razze
animali ormai estinte. Ciò era prerogativa del nonno che amava
la poesia e non disdegnava cimentarsi in quell’estemporanea,
cantata e accompagnata dal suono della chitarra e dell’organetto,
sui sagrati delle chiese delle quali si festeggiavano i patroni: forse
è da lui che ho preso la passione per quest’arte protetta
dalla musa Polimnia.
Rimane la saggistica che ritengo molto affine alla polemica e questa
mi è stata contagiata dal nonno paterno. Spirito arguto e mordace
che era stuzzicato di proposito per ricevere delle risposte caustiche:
era il terrore dei disonesti e in particolare di coloro che amministravano
i beni pubblici. In tutti i casi non c’era alcuno scritto privato
in paese che non fosse vergato dalla sua mano.
Perché sei stato definito “un profondo
e fedele cantore della Sardegna”?
La risposta mi appare in parte già scontata,
perché ciascuno di noi ama la propria patria e la mia è
la Sardegna (terra di millenari nuraghi, d’arcane tombe di giganti,
di domus de janas e di pozzi sacri; avara e generosa, vecchia e pur
sempre giovane, ricercata e ripudiata, scrigno dai mille segreti…)
che io, forse, ho maggiormente radicato in me, anche se essa, talvolta
– mi è stata matrigna (sin da quando da lei dovetti fuggire
alla ricerca di più opulenti lidi …).
Inoltre perché ritengo di conoscere a fondo il carattere del
suo e mio popolo, gli usi, i costumi, la storia che non è insegnata
nelle scuole; i pregi e le virtù delle sue genti che vorrei,
prima che essi periscano soffocati dal modernismo, di loro rimanga
almeno il ricordo.
Non soltanto di queste stirpi io ho cantato, ma anche d’altre
regioni, vicende di persone semplici, laboriose e oneste, di poche
parole e di molto costrutto e in loro si rispecchia il mio modo di
scrivere che, da un autorevole critico letterario, è stato
definito nella lettera che leggo in parte:
“ … Credo che il denominatore di tutti i suoi scritti
sia la quantità d’informazioni affascinanti, che riesce
a comunicare al lettore, affidandolo ad un linguaggio semplice, esauriente,
composto con un equilibrio di sintassi narrativa che dà una
compattezza corale della lettura.. Le sue opere sono d’origine
autobiografica ed interessano perché gli elementi di cui sono
costituite sono sofferti, non nella loro accidentalità cronachista
o aneddotica, ma come condizione spirituale dotata di un’infinita
apertura: la Sua tensione è volta a cercare un chiarimento,
non nella rappresentazione di dati in qualche modo obiettivi, ma in
un’inserzione del proprio sentimento e quindi a confrontarsi
con altri. Nei Suoi libri, perciò si sente una presenza viva,
di una persona non fittizia, esistente e riconoscibile, che affida
alla prosa e alla poesia l’amarezza di un tempo vissuto e la
felicità della memoria …”. Milano, 26 novembre
1997. Fulvio Aglieri. – giornalista e direttore editoriale.
Come mai allora, date le sue peculiarità, non
ha ancora raggiunto una maggiore notorietà come queste meriterebbero?
Aggiungerei alla domanda i lusinghieri successi di critica
ed i numerosi ed importanti premi letterari conseguiti.
Forse dipende dal fatto che le mie vicissitudini mi hanno tenuto lontano
dagli ambienti letterari e perché no? Politici, che indubbiamente
possono favorire scrittori meno dotati di me, ma baciati da maggiore
fortuna. Oltre alla quinta elementare non ho scaldato banchi scolastici;
i miei insegnanti sono stati i libri e tutta la carta scritta che
mi è capitata fra le mani, le aule sono state le strade pubbliche
e le palestre, i campi: sono, infatti, un autodidatta.
Ciò che io sono riuscito a pubblicare non è stato curato
e diffuso come si doveva. Eppure qualche grossa soddisfazione io sono
riuscito ugualmente a coglierla, quale quella che una mia opera è
stata adottata come testo integrativo della cultura sarda, trascurata
dagli organi pubblici d’istruzione in una scuola media statale.
La stessa opera, dopo qualche anno dalla sua “uscita”
è rimasta la più letta in una biblioteca comunale di
un’importante città della Sardegna.
Ora pare che qualcuno – addirittura a livello accademico –
si sia accorto di me, grazie al Prof. Neuro Bonifazi, già Ordinario
dell’Università di Urbino, al quale giunga tutto il mio
sentito ringraziamento per avermi citato nella Sua Storia della Letteratura
Italiana Contemporanea, nonché al Prof. Paolo Puddinu dell’Università
di Sassari che mi ha concesso l’onore di scrivere la prefazione
della mia opera La Chiesa dei Ricchi e di due Presidenti della Repubblica
nella quale si ridimensionano alcuni notevoli personaggi pubblici
e che sta conseguendo un considerevole successo, specialmente locale.
Infine, al Dr. Antonio Piroddi, medico di base dell’A.S.L. sassarese
che mi ha redatto la prefazione di La Bestia Nera, anche questa edita
dalla Prospettiva Editrice.
Previsioni per il futuro?
Ho superato la settantina e poiché l’esistenza
è nelle mani di Dio o della Natura, indubbiamente non posso
prevedere una mia vita letteraria a lunga durata, ma un fatto è
certo: non mi dichiarerò mai domo e proseguirò imperterrito
sin che potrò. In tutti i casi, una previsione io m’azzardo
a formularla: quella d’essere sul punto di compiere un gran
balzo in avanti nel campo della notorietà con un’opera
scritta con Berto Ventura, prefazione di Natascia Pane, che Prospettiva
sta per pubblicare.
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