<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Domenico Lombardini Prospettiva editrice
 


Domenico Lombardini
parla del suo libro
"Si vive alla giornata"

 

Perché la poesia?
Perché non è individualismo. Tutto è per così dire "allestito” per l’esaltazione di un sé individuale, senza possibilità di trovare corrispondenze con l’altro: non importa molto sapere il motivo, ma è un fatto. Credo che ogni forma di comunicazione presupponga invece del narcisismo: la voce deve essere certa, anche se prega, anche se è tremante per coscienza di caducità, deve credere comunque in ciò che dice, deve innamorarsi di sé. Così è possibile che diverse individualità si incontrino, ciascuna portatrice di un narcisismo particulare, e l’incontro sarà fecondo.

Alcuni hanno definito la tua poesia come "poesia civile": non pensi che oggi il termine si presti a un eccesso di retorica?
Non si sceglie a priori di fare poesia civile: sarebbe altrimenti un atteggiamento, una posa. Ci sono motivi ben più profondi, nel mio caso ricercabili nella vita familiare e nella psiche: in poesia dico che solo chi ha la carne segnata può gridare civilmente. A tutto questo aggiungerei che i motivi più profondi, per me solo intuibili, sarebbero disbrogliati e decodificati dalla psicanalisi. Intuisco che un ruolo importante rappresenti per me l'esperienza di una certa emarginazione, risalente all’infanzia. Trovo che purtroppo molta della poesia contemporanea indulga in eccessi di egotismo e di intimismo, e a volte anche in un'ideologia ipertrofica della poesia: non parlo ex cathedra, ma sembra che questo sia sintomo di decadenza.

Le tue letture fondamentali: chi sono i tuoi punti di riferimento?
Tutto il decadentismo, Dostoevskij sopra tutti, ha inciso profondamente. Nella poesia, Campana, Caproni, Montale e Pasolini, e altri. Seguo la varia poesia italiana contemporanea nei blog letterari e ho le mie preferenze che però non dico. Per quanto riguarda la poesia straniera, i simbolisti francesi, e alcuni cantautori tra cui Brassens e De André. Amo anche Allan Poe, soprattutto nei racconti, e altri autori anglofoni.

Trovo che usi molto spesso termini scientifici: c'entra naturalmente la tua formazione.
Sì, ma non voglio che sia una semplice cooptazione lessicale come avviene ad esempio in Zanzotto: la nostra vita, il nostro modo di pensare sono cambiati profondamente negli ultimi due secoli anche grazie alla scienza, che non è solo tecnologia. Vorrei, per così dire, tentare di unire mondi che, specie in Italia, sono stati separati, ma che hanno tuttavia una radice, un'ascendenza comune, che è la richiesta di verità: cambiano i mezzi, il metodo, non le domande. E nessuna scienza come le scienze della vita ha posto domande così importanti sul piano esistenziale. Da rimarcare una cosa: tutta la conoscenza, scientifica e no, tende a un progressivo ridimensionamento dell’essere umano nell’universo verso una nuova umiltà, e non è vero che se si svela il meccanismo alla base di un fenomeno naturale esso perde di bellezza, anzi ne guadagna in quanto il vero mistero è che tutto è infondo spiegabile.

Che la poesia quindi per te abbia un ruolo compensatorio, per bilanciare una forma mentis che sarebbe altrimenti "troppo” razionale?
Probabilmente sì, ma non solo. Credo che io debba fare poesia, e parlo solo per me, senza credere di produrre nulla che mi sopravviverà, senza tentare di entrare per la porta, piccola, di un'eternità. Voglio scrivere accettando la mia finitudine, fisica e letteraria.