<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Limoli Marcello Prospettiva editrice
 


Marcello Limoli
parla del suo libro
"Sogno della città"

 

Perché  “Sogno della città” narrando una storia di emigrazione?
So che molto è stato scritto su questo problema, tuttavia mi interessava raccontare questo itinerario umano dal punto di vista della pulsione interiore, oltre che da quello delle motivazioni economiche. Per il giovane contadino protagonista non è la costrizione economica la molla che lo spinge ad emigrare, ma un desiderio imperioso che lo porta fino alla rottura dolorosissima col padre.

Quindi tra i motivi che ti hanno spinto a scrivere c’è il tentativo di sondare i moti dell’anima che spingono ad abbandonare il noto per l’ignoto?
La mia sensazione profonda, anche per esperienza diretta, è che alla radice di questo moto interiore vi sia un dolore, una ferita dell’anima (il protagonista della storia è profondamente segnato dalla morte precoce della madre) che poi genera un’immagine mitica numinosa in grado di permeare di prospettive sublimi gli itinerari  del futuro. Penso che questo perenne viaggio che ha portato l’umanità, partendo dall’Africa, ad esplorare, scoprire e in seguito a conquistare anche i luoghi più inospitali del mondo, sia generato da una forza incoercibile connaturata all’essere umano.

Quale letteratura ha influenzato il tuo percorso di scrittore?
Anzitutto ci tengo a precisare che non mi ritengo uno scrittore: sono un operaio e con un certo orgoglio di appartenere a quello che in tempi ormai preistorici veniva definito “proletariato”. Tuttavia, con la coscienza di chi sa di essere “un nano sulle spalle di giganti”, ho cercato di ispirarmi ai grandi autori della mia terra: Pirandello,  in primo luogo quello de “I vecchi e i giovani” citato espressamente nel mio libro; e poi Verga, De Roberto, Calvino, Vittorini, Sciascia . Tra gli autori odierni, Vincenzo Consolo (per me un maestro inarrivabile di stile), Tabucchi, Camilleri (anche se qualche suo romanzo, come “La presa di Macallè” mi ha profondamente deluso). Ma il gigante tra i grandi resta per me, assieme a Tolstoj, Dostoevskij.

La voce narrante della tua storia è quella di un vecchio, sorta di via di mezzo tra Virgilio  e Caronte. Perché questa scelta?
Ad un certo punto della stesura (durata, tra varie revisioni, oltre un decennio) ero come ossessionato dall’immagine di un vecchio che, da un’altura dei miei luoghi natii, osservava le vicende che narravo con uno sguardo corrucciato e molto triste. Era come se una sorta di anima collettiva del paese chiedesse di essere ascoltata. In effetti, tutte le digressioni storiche del romanzo, fino alle radici arabe dei miei luoghi, sono state inserite per le pressioni di questa “voce”.

Un romanzo storico, quindi?
No. Per me tutte le divagazioni storiche hanno avuto solo il significato di fare i conti col mio passato, pur non essendo il mio un romanzo autobiografico. In ogni luogo mi sono sempre sentito straniero e avevo bisogno di capire le cause interiori di questa “estraneità” che è poi della stessa sostanza di quella forza incoercibile che spinge all’emigrazione.

Poi la voce del vecchio deve farsi da parte, o forse è spazzata via, dalla corrente della modernità.
Sì, è come se la parola pregna di leggende e fantastico, cedesse il posto alle immagini  di quella che Jean Baudrillard, in un suo breve ma denso saggio del 2005, ha chiamato “realtà integrale”, una sorta di “miraggio perfetto... una ultra-realtà che mette fine insieme alla realtà e all’illusione” che, quindi, non ha più bisogno di nessuna immaginazione. Il mio protagonista s’immerge nella fascinazione di questo mondo dove tutto è determinato dalla fantasia pubblicitaria che cattura in una ragnatela sensi e desideri.