Massimo Lerose
parla di sé
Da quanto tempo scrivi?
Direi da sempre. Sin da bambino scrivevo le storielle che poi interpretavo come attore agli scout, a scuola o in giardino con i cuginetti. Nel periodo adolescenziale le poesie davano un senso a una parte di me nascosta a parenti e amici. Dal liceo in poi alterno scrittura per il cinema, per il teatro e la narrativa.
Che genere scrivi?
Non mi do limiti. È come chiedere a un pizzaiolo quale pizza prepara: è ovvio che le cucina tutte, poi magari gli esce meglio la capricciosa piuttosto che la margherita.
Se scrivo per il teatro mi butto più sul comico perché la fisicità dell’attore che interpreta lo scritto lo risalta maggiormente. Per il cinema spazio fra lo storico, il drammatico e la commedia: anche un cortometraggio può riservare grandi sorprese per il pubblico. Con il primo romanzo, APNEA, ho scelto invece il giallo perché mi intrigava la rigidità delle regole letterarie di questo genere. È stata una vera e propria sfida con me stesso.
Tu sei anche un attore e regista. Come hanno influito questi mestieri con quello dello scrittore?
Il regista è più simile al mestiere dello scrittore perché entrambi si trovano “dietro” una barriera, che sia la macchina da presa o la tastiera di un computer; fra loro e il pubblico c’è un contatto passivo. L’attore, come lo scrittore, deve assorbire come una spugna tutto l’assorbibile della gente e del mondo: caratteri, fisionomie, modi di dire e di fare, dialetti. Lo scrittore entra fisicamente in ogni suo personaggio così come fa l’attore, solo che uno lo descrive al pubblico con le parole mentre l’altro lo fa con il fisico.
Quattro libri che ti hanno cambiato la vita.
In riferimento al mio APNEA dico subito Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac: mi ha insegnato che anche un giallo può divertire. Il signore degli anelli di Tolkien mi ha urlato in faccia che tutto è possibile, anche creare letteralmente un mondo: mi ha fatto capire il vero potere dello scrittore. I libri di Calvino, soprattutto Il sentiero dei nidi di ragno, mi hanno fornito la fotografia esatta del passato, che da giovane studente vedevo solo in bianco e nero: Calvino mi ha detto che lo scrittore ha una tavolozza di colori come Dio. L’ultimo libro è la Commedia di Dante; al solo pensiero che un uomo di settecento anni fa abbia concepito un’opera con una tale forza mi sconcerta e al contempo incoraggia: la scrittura è potenza.
Progetti futuri?
Sto ultimando la prima stesura del mio secondo romanzo, Mal’aria. Un giallo che mescola arte, storia, furti e omicidi sempre sullo sfondo della mia Terracina. La provincia italiana è molto importante per non essere raccontata.