Christine Kaminski
parla del suo libro
"Senza parole"
Lei scrive romanzi da circa vent’anni, come mai proprio adesso ha deciso di pubblicare una sua opera?
È difficile da spiegare, perché già al sedicesimo anno di età avevo intenzione di esordire come scrittore, in quanto adoro scrivere e al contempo adoro la lingua italiana, ma gli eventi della mia esistenza, vari crocevia in cui mi sono imbattuta, mi hanno condotta ad operare in altri settori, a scrivere nel silenzio, scrivere per me, per ritagliarmi uno spazio fantastico in cui poter provare emozioni pure, forse incontaminate, cose che nella realtà di tutti i giorni sono ben difficili da trovare. Non mi sono mai definita un autore, un narratore fuori campo, bensì una protagonista delle mie storie, le ho vissute nello stesso momento in cui le ho scritte, ho vissuto, gioito e sofferto insieme ai miei personaggi, e adesso, per condividere queste emozioni, per donarle anche agli altri, ho compiuto questo passo, probabilmente perché la maturità, la sicurezza conseguita negli anni, il bagaglio di esperienze e di insegnamenti acquisito, mi ha permesso di esporre me stessa, di mettermi in gioco senza paura e chissà, forse anche rimettermi in discussione, iniziare una nuova crescita, o meglio, una nuova nascita.
Quindi intende pubblicarli tutti?
Volentieri, questo però dipende se troveranno riscontro nell’editore, se accetterà d’intraprendere questo percorso con me. Spulciando tra tutti i miei manoscritti, di cui alcuni sono incompleti nei dettagli ed altri tracciati soltanto nei capitoli, ne ho contati più o meno una trentina, certo, sarà lunga come strada, ma attualmente ho già la fattibile intenzione di pubblicare venti di essi. Ho inserito l’elenco di quelli che certamente pubblicherò, nel mio sito personale www.christinekaminski.com, nella sezione books.
Dalla sua biografia emerge che ogni sua opera contiene un messaggio, cosa s’intende con questo?
Ogni romanzo include un insegnamento che mi è stato donato dalla vita e che si racchiude sinteticamente nel titolo e si potenzia nel sottotitolo dell’opera, che poi viene sviluppato nella trama dell’opera stessa. Non mi erigo ad insegnante di vita, assolutamente, ecco perché non scrivo saggi, non sono né una psicologa né un maestro spirituale, il mio intento è di trasmetterlo attraverso la raffigurazione di storie immaginarie, semplici ma emozionali, che risultino gradevoli e pulite, e che diano letizia per poter continuare a sognare. Ciò non toglie, comunque, che numerose esperienze vitali rappresentate in queste storie, non sono il frutto di pura invenzione, ma vissute direttamente, nel mio reale percorso esistenziale, e in genere soltanto il teatro di sfondo è immaginario.
Le sue sono tutte storie d’amore, predilige anche nelle sue letture questo tipo di opere letterarie?
In linea di massima sono una persona piuttosto sentimentale, quindi sì, tendenzialmente mi piace dilettarmi in questo genere di lettura, pur nonostante i miei interessi letterari si estendono ad ogni tipo di contenuto, dalle letture degli scrittori classici greci con le loro massime intramontabili, alla narrativa degli scrittori dell’800 di cui adoro lo stile, mi affascina la psicologia di Jung e Fromm, e spesso mi oriento alle letture per così dire, esoteriche, sulle misteriose energie dello spirito e sulla reincarnazione, nel caso specifico Carlos Castaneda è il mio autore preferito. Mi annoiano i thriller ed i libri in cui c’è azione e poca riflessione, questo genere di storie lo vedo solo al cinema.
A tal proposito, si rileva che nei suoi romanzi non vi è una dettagliata rappresentazione estetica e architettonica dei luoghi, lascia molto più spazio alle riflessioni dei personaggi. Non ritiene che questo criterio di scrivere possa divenire noioso, rallentando l’attenzione e pertanto la lettura?
Certo, se eseguito in maniera troppo prolissa e monotona, ma ciò che fondamentalmente m’interessa è di entrare nello spirito del personaggio, preferisco rappresentare ogni protagonista nel particolare, un individuo comune nelle sue fantasie e nelle sue congetture, nelle sue ansie e nelle sue paure, piuttosto che un semplice luogo in cui si svolgono le sue vicissitudini che comunque può essere facilmente immaginato, perché solo in questo modo riesco ad entrare in lui, viverlo e vivere con lui, trasmettere la sua essenza e di conseguenza anche la mia. Voglio descrivere l’anima, non il posto in cui vaga.
Alcuni termini che adotta nella scrittura non sono di uso comune della letteratura contemporanea e talora risultano impropri nel significato, soprattutto nei dialoghi dei personaggi. C’è una ragione in particolare?
Sì, in alcuni passi impiego una terminologia poco attinente al nostro tempo, o talvolta perfino impropria, ma personalmente ritengo che, benché i termini usati in maniera inesatta possano essere ritenuti errori, bisogna considerare anche la licenza letteraria, poter adattare la lingua al proprio essere, chiaramente nei limiti, e francamente preferisco leggere un romanzo in cui ci si sbizzarrisca con vocaboli anche insoliti e un po' impropri, ma che possono divenire ironici e singolari, che diano colore, anziché un romanzo scritto in modo tradizionale e piatto, che sinceramente non mi trasmette né emozioni, né calore, né divertimento. Il mio stile è miscelato tra presente e passato, non intendo impiegare uno stile usuale, imposto, voglio conservare la mia individualità creativa, non per vanto, ma unicamente perché nel rileggere le mie narrazioni desidero ricevere emozioni, ed è questo per me l'aspetto più importante, ovverosia non ridurre i miei romanzi a dei semplici oggetti commerciali, ma impiegarli come veicolo umano per comunicare agli altri ciò che ho dentro.
Qual è la critica che più teme nella valutazione delle sue opere?
Non ho timore delle critiche, ognuno di noi ha i propri difetti e le proprie mancanze, nessun uomo è perfetto e pertanto non può essere perfetto nemmeno il prodotto del suo ingegno, ciò che temo sostanzialmente è che non si riesca a carpirne il senso, cosa voglio trasmettere, ciò che è racchiuso in esso, o peggio ancora che venga valutato in superficie, ovvero come una semplice storia d’amore irreale o esageratamente romantica, un mero sogno ad occhi aperti.
Come nasce un suo romanzo?
È un input, mi basta una frase o un’immagine per scatenare la mia immaginazione, e il più delle volte non riesco a starle dietro, mi accade addirittura che mentre scrivo una storia, la mia mente ne partorisce un’altra, quasi di prepotenza, e per trattenerla, per non perderla, sono costretta ad abbandonare il romanzo attuale per memorizzare immediatamente l’altro, talvolta è stata una fatica, infatti mi è successo di desiderare, ridendoci anche su con me stessa, di avere una mente che funzioni come un computer, che possa registrare e salvare i miei pensieri prima che volino via.
Quindi la sua, è una sorta di “assuefazione”?
Credo di sì, credo di essere nata per questo, finalmente ho trovato, anzi, ho riconosciuto la mia strada.
Da ciò si deve evincere che quella di scrittore diventerà la sua nuova professione?
Non proprio, svolgo già una professione che mi gratifica, la quale mi favorisce anche nell’elaborazione delle copertine che saranno realizzate tutte da me, per poter rendere, nel visivo, il messaggio integrale, e poi non voglio vivere di questo, cioè, che diventi un lavoro vero e proprio con cui potermi materialmente sostentare, perché inquinerebbe le basi per cui scrivo. La motivazione originaria che mi spinge a divulgare le mie storie, è di dare qualcosa di me che possa essere utile e piacevole, di emozionante, altrimenti non avrei mai deciso di pubblicarle, le avrei tenute per me, avrei seguitato a donare unicamente a me stessa, nel silenzio.