<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Hellmann Alessandro Prospettiva editrice
 


Alessandro Hellmann parla del suo
"Storia di nessuno"

Alessandro, come descriveresti il tuo nuovo libro?
Formalmente non è una raccolta di poesie, ma una sorta di “concept album” senza musica. E’ un aggregato di materiali diversi ed apparentemente incoerenti (poesie, canzoni, racconti, pagine di diario, lettere, sogni) concatenati tra loro in modo tale da comporre il racconto della vicenda umana del protagonista.

Mi sembra che anche l’uso del linguaggio assecondi questa impostazione, facendosi a tratti sperimentale...
Sì, ogni elemento parla con la voce che gli è propria. Per rendere la dimensione onirica di alcuni passaggi, ad esempio, ho liberato il linguaggio dalle sovrastrutture della sintassi e della punteggiatura lasciandolo fluire libero, inconscio, quasi a farsi musica ed emozione prima ancora che entità concettuale concreta. Da qui la definizione del libro come un “concept album”.

Cosa ti ha portato alla scelta di questa forma espressiva?
Le mie scelte in questo campo non sono mai consapevoli. Semplicemente lascio che le cose succedano. La parola prende forma in maniera del tutto naturale assecondando l’istinto. La scrittura in genere segue il suo corso senza particolari mediazioni intellettuali e solo a posteriori riesco a comprendere le ragioni per cui una forma ha prevalso su un’altra.

Ti confesso che, dopo averti conosciuto per “La persistenza delle cose”, una raccolta di poesie molto intime e delicate, la lettura di “Storia di nessuno” è stata destabilizzante...
Lo so. Non sei la prima persona che me lo dice. Ad alcuni è piaciuto moltissimo, ad altri non è piaciuto affatto, ma a nessuno comunque è risultato indifferente. Penso sia naturale sentirsi turbati o destabilizzati quando ci si trova di fronte ad un ritratto senza veli tracciato in modo tale da far chiedere a noi stessi se quel ritratto ci somiglia, se questa storia è la nostra storia, se - ed in quale misura - noi siamo “nessuno”. “Storia di nessuno” è l’istantanea di un soggetto in movimento e rappresenta l’anello di congiunzione tra il racconto di “sè” de “La persistenza delle cose” e il racconto dell’”altro da sé” di “Cent’anni di veleno”, il romanzo-inchiesta sul caso dell’Acna di Cengio.

Chi è “Nessuno”?
“Nessuno” è un contemporaneo, figlio dell’era del benessere, che coltiva la propria identità individuale attraverso gli strumenti più immediati che la società gli mette a disposizione (il potere d’acquisto, il progresso tecnologico, la tutela legale, l’indifferenza, le comodità, l’intrattenimento...), rinunciando ad ogni forma di partecipazione sociale e di esperienza collettiva. Attraverso questi strumenti “Nessuno” costruisce il proprio isolamento, del quale si scopre infine prigioniero.

C’è una speranza?
Certamente. La speranza è necessaria. Ad un certo punto del suo percorso, per il protagonista arriva il momento doloroso ma al tempo stesso illuminante e catartico della consapevolezza. Questo si realizza attraverso un progressivo ripiegamento interiore che rende la mente disponibile all’intuizione, ma anche e soprattutto attraverso un confronto con gli altri; nel caso specifico l’occasione del confronto si presenta in maniera del tutto casuale: il passaggio di una manifestazione innesca in “Nessuno” una riflessione, che lo porta a confessare “eppure anche noi, magari per un istante, abbiamo amato quelle parole colorate contro il cielo nero”. In questo modo gli si presenta una differente ipotesi di “divenire”. La presa di coscienza sfocia in un pianto liberatorio attraverso al quale “Nessuno” torna a sentirsi un uomo tra gli uomini.

Hai citato alcuni versi della poesia “Gli altri”, che l’anno scorso fu interpretata dal compianto Sergio Endrigo in occasione del Premio Fitel. Cosa ricordi di quell’incontro?
E’ stato un momento molto emozionante. Endrigo era un grande artista e una persona di una straordinaria umanità e coerenza morale. Un uomo libero. La sua scomparsa è una grave perdita per la cultura italiana.

Il libro si conclude con un punto interrogativo. E’ un caso?
Assolutamente no. La nostra dimensione è quella del dubbio. L’uomo realizza sè stesso innanzitutto nella continua ricerca. L’approdo ad una certezza, per chi ha la fortuna di conquistarla, è un aspetto marginale che in questa fase non mi interessava trattare.

Da chi o da cosa è influenzata la tua scrittura?
Ogni parola che viene scritta è il risultato dell’elaborazione di tante esperienze, ma mi riuscirebbe difficile indicare un’influenza preponderante. Se vuoi qualche nome, posso dirti che tra i poeti amo molto Montale, Ungaretti e Loi. Tra gli scrittori in assoluto Fenoglio. In musica De Andrè e Springsteen. Mi affascina molto anche il teatro di narrazione. E poi sono molto influenzato dai luoghi e dalle sensazioni che essi evocano.