Maurizio Giustini
parla del suo libro
"Serafino Mandolini"
Hai scritto saggi, testi teatrali e adesso un romanzo. C’è un filo conduttore che lega le varie fasi creative?
Sicuramente. All’origine di tutto c’è una lunga esperienza di ricerca sociologica e antropologica sul campo che mi ha dato la materia prima per le diverse forme espressive. Ho lentamente acquisito un’interpretazione dell’identità sociale e culturale del nostro tempo. Da questa vengono le elaborazioni scientifiche dei saggi e quelle artistiche di teatro e narrativa.
Qual è il tema fondante della tua scrittura creativa?
La memoria, individuale e collettiva. In particolare indago sulla frattura storica, sociale e culturale, nata dal passaggio tra la Società contadina e quella urbana. Alterno lavori in cui i personaggi, collocati nel secondo dopoguerra, elaborano l’angoscia del trapasso ad altri, ambientati nell’attualità, dove lo sradicamento è ormai acquisito, con relative conseguenze nell’identità personale.
Come si colloca “Serafino Mandolini” in questa tua duplice modalità rappresentativa?
Fa parte della seconda categoria, quella dei personaggi attuali che nella vita urbana non hanno ancora trovato un’identità alternativa a quella dei padri. Sono immemori, narcisisti, privi di solidi riferimenti. Mi sollecitano uno sguardo non giudicante ma ironico. Direi autoironico, dato che anch’io faccio parte di questa generazione.
Perché hai ambientato il romanzo ad Arezzo?
E’ la mia città, la conosco nella sua natura più intima. Ho l’esigenza di stabilire un solido rapporto tra i personaggi e lo spazio in cui si muovono. Serafino, col suo punto di vista straniato, riferisce comunque di una dinamica tra sé e i luoghi reali dove agita la sua figura. I personaggi si legano ad una percezione dei luoghi che non può essere semplicemente denotativa ma ricca di attribuzioni di senso stratificate nel tempo.
Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
La mia passione letteraria è nel Novecento. Ho sempre presente la lezione di Svevo, Tozzi, Buzzati, Vittorini, Fenoglio e molti altri. Beckett in particolare nel teatro. Woody Allen è il mio punto di riferimento per quanto riguarda l’ironia, non soltanto riguardo al cinema ma anche alla narrativa e al teatro.
Una domanda molto difficile: perché scrivi?
Credo che ciascuno debba farsi questa domanda, senza pretese di imporre ricette agli altri. Per la mia particolare visione delle cose è necessario avere delle cose da dire che non siano pura ripetizione di quanto espresso da altri. I lettori giudicheranno il risultato ma io sento di dovermi fare questa verifica preliminare: hai un’urgenza comunicativa su temi che senti profondamente tuoi? Stai ricercando uno stile con cui esprimerli? Quando, onestamente, risponderò negativamente a una di queste domande mi dedicherò ad altre passioni. Per il momento scrivere mi rende felice.