Daniele Gigli
Perchè scrivi e cosa cerchi nel
processo di scrittura?
Come molti della mia generazione, credo, mi sono avvicinato
alla poesia intorno ai 16 anni, con la lettura dei "maledetti"
francesi. Fin da subito mi sono interessato alla poesia come mezzo
espressivo, più che come fine in sé, e questa costante
è forse la sola che mi accompagnato nel corso degli anni. Andando
avanti in realtà sono stato anche io molto vicino a posizioni
di polemica, di riflessione metapoetica sulla lingua ma questo processo
naturale di crescita non ha mai del tutto oscurato il mio obiettivo
originario, che era ed è quello di una poesia comunicativa,
a cominciare da una riconoscibilità minima del codice linguistico.
Mi sembra di capire che il Novecento non ti abbia quindi
offerto molti maestri...
Intanto bisognerebbe smetterla di ridurre tutta l'esperienza
novecentesca alle posizioni nichiliste e autoflagellatorie che hanno
avuto a lungo la meglio. E comunque anche saltare a piè pari
la storia di questa linea come se non fosse mai accaduta sarebbe tanto
stupido quanto poco producente. Come dicevo prima, è impossibile
non farsi affascinare dalle posizioni di poesia negativa, dalle riflessioni
ironiche e decostruttive sul senso del fare poetico. Ciò che
mi sembra importante e che io tento sempre di tenere come lineee conduttrici
della mia scrittura sono il dovere della scelta e il rifiuto
del soggettivismo lirico fine a se stesso. Quindi i miei maestri
alla fine sono più novecenteschi che ottocenteschi: anche se
li ho amati tanto e devo a loro il mio accostamento alla poesia, oggi
trovo francamente un po' illeggibili autori come Baudelaire e Verlaine,
un po' meno Rimbaud e Mallarmé. Dovendo stringere e fare dei
nomi, comunque, direi che a parte una sorta di radice caproniana,
che rimane a fare bordone, gli autori cui oggi faccio maggiore riferimento
sono Giuseppe Conte, Whitman, Eliot, Pound, insieme a certi quadri
immaginifici della poesia sudamericana quali si trovano in Neruda,
Armando Uribe, Ruber Darìo; senza dimenticare Ferlinghetti
e scampoli di beat "minori", come Orlovsky e Shapiro. Tra
gli italiani d'oggi, stimo senza però ricavarne influenza Mussapi,
anche se sono rimasto fortemente deluso dal Racconto del Cavallo
Azzurro.
Dalla teoria alla prassi: parliamo di "Fisiognomica"
Fisiognomica è un libro a doppia germogliatura.
Infatti più o meno metà del libro è frutto esiguo,
ma credo succoso, del lavoro di tre anni, mentre le parti dedicate
alla morte di mio padre sono state scritte nel paio di mesi immediatamente
successivi l'avvenimento, durante un mio soggiorno a Nizza. E' un
libro che sia nella struttura che nei contenuti contravviene in parte
al mio precetto antisoggettivo. Questo mi permette di chiarire che,
come credo di essere riuscito a fare in Fisiognomica, la
mia volontà di annullare il soggettivismo non mira a un'oggettività
impersonale di cui mi interessa poco o nulla, bensì a far sì
che l'Io del poeta si tramuti in Noi. E' il dovere della scelta di
cui parlavo prima, un dovere che impone al poeta di farsi nuovamente
bardo, guerriero, voce collettiva che convogli il dolore naturale
dell'essere umano e offra un barlume di salvezza.