Marco Gianotti parla di
sé e del suo
"Il mondo di Nathan Never"
Perchè senti la necessità
di scrivere?
Scrivere, all’inizio, era un modo per poter dire quello che
mi passava per la testa. Ero un ragazzo timido e quella mi sembrava
l’unica via per potermi esprimere. Col tempo sono cambiato,
e il processo si è modificato, continuo a scrivere per poter
dire qualcosa, certo, ma alla fine lo faccio perché mi piace
e mi fa star bene. Quando una cosa ti fa star bene la fai e basta,
senza tante motivazioni.
Cosa provi quando scrivi?
E’ come tornare bambino… ogni giorno puoi vivere una
storia nuova, libera e staccata dai vincoli della vita, dove le
regole le costruisci da solo e le cose vanno come vuoi tu. In un
certo modo è come tornare a vivere nella beatitudine infantile
con la coscienza adulta.
Che tipo di lettore sei?
Inquieto. Passo da genere a genere, cerco sempre qualcosa di nuovo,
mi riservo il “diritto” di prendere e abbandonare i
libri quando mi va. Devono rapirmi, altrimenti non riesco ad andare
avanti. Quando mi prendono però non mi fermo più,
li divoro e rileggo più volte. Basta un particolare per farmi
amare un libro… lo stile, un personaggio, l’ambientazione…
diciamo che è difficile che un libro non catturi il mio interesse,
ma se succede lo mollo. Forse non ho pazienza, ma leggere è
un piacere supremo, e se questo piacere non lo provi, allora è
meglio passare ad altro.
Quali sono i tuoi autori preferiti?
Stefano Benni su tutti, non c’è nessuno come lui. Quello
che riesce a dire, le cose che riesce a fare con le parole, ma soprattutto
il suo senso dell’umorismo, intelligente, a volte cattivo
ma liberatorio! Benni riesce ad usare il “fantastico”
per descrivere il nostro presente…un maestro. Adoro lo stile
di Baricco, ma anche Daniel Pennac, Jonathan Coe e Joe R. Lansdale.
Non disdegno qualche thriller ben fatto e qualche horror (come molti
della mia generazione ho iniziato a leggere con Stephen King, anche
se poi sono passato ad altri autori del genere), ma la cosa che
più mi piace è provare a “scatola chiusa”
nuovi autori, italiani o esteri che siano non fa differenza, l’importante
è che qualcosa del libro mi incuriosisca.
Cosa rappresenta per te questo libro?
Premetto che non ho mai scritto saggi, di solito scrivo racconti.
L’occasione mi è giunta grazie alla tesi di laurea.
Per la prima volta mi sono confrontato con la scrittura di un saggio,
e devo dire che la cosa mi è piaciuta. Ho potuto dare la
mia interpretazione di un’opera esistente e il mio punto di
vista, cercando di dare tutte le argomentazioni possibili sul tema.
Soprattutto mi è piaciuto il fatto di poter parlare di un
fumetto, forma d’arte spesso considerata di “serie B”
in Italia. Ho provato a far capire alla gente quanto quell’opera
a fumetti nasconda al suo interno argomenti e tematiche degne della
migliore letteratura. Confrontando quel mondo futuro con il nostro
presente, poi, ho avuto l’occasione di poter fare anche una
piccola analisi del mondo che ci circonda. Mi piace dare il mio
punto di vista delle cose, e la scrittura di un saggio ti da questa
grande possibilità.
Cosa si prova a veder pubblicato il proprio
libro?
E’ un piccolo parto… non appena lo vedi presente davanti
a te, solido, vivo… ecco che ti scatta dentro una grande emozione,
il tuo lavoro che prende vita e che diventa fisicamente reale. Poi
passa l’euforia e torna a sembrarti quello che è, cioè
un libro. Ma la soddisfazione rimane!