Quando hai scoperto la tua predisposizione
per la poesia?
In qualche modo la poesia ha sempre fatto parte di me. Ho iniziato
a scrivere a quindici anni. Lo facevo semplicemente perché
sentivo che i versi erano uno strumento per esprimersi. Ognuno comunica
agli altri le proprie sensazioni nel modo verso cui si sente maggiormente
predisposto. Poi ho alimentato questa mia “abilità”
con il costante studio letterario.
Però hai aspettato ben oltre l’adolescenza
per dare alle stampe la tua prima raccolta, perché?
Non penso che il fine di un poeta sia indispensabilmente la pubblicazione,
almeno non lo è sul momento. Si scrive per fare ordine nei
pensieri, per scaricare delle emozioni intense, per raccontare anche
solo a se stessi la propria esistenza. La pubblicazione viene in un
secondo tempo. Anzi: a volte è possibile che pubblicare non
sia nemmeno necessario. Realizzando la mia raccolta “Diario
di poesia” ho tenuto presente questa direi congrua filosofia
letteraria. Nel libro sono confluite le opere maggiori, scritte in
lungo arco di tempo, ma ne esistono altre a cui sono ugualmente legato,
che però credo non darò mai alle stampe.
Attraverso quale metodo si procede per selezionare?
Nella letteratura, come in qualsiasi altra forma di espressione artistica,
il metodo assoluto non esiste. Al massimo posso raccontare la mia
esperienza. Per la pubblicazione ho ristretto la scelta ad alcune
opere su cui ho riflettuto a lungo, a mio avviso meritevoli soprattutto
da un punto di vista comunicativo. Altre, maggiormente introspettive,
ho ritenuto che dovessero restare nel cassetto, ma non sono meno intense.
Cos’è, a questo punto, la poesia per te?
Non è facile rispondere a questa domanda. In parte l’ho
già fatto, ma forse è indispensabile trarre una conclusione.
La poesia è la compagna che ho sempre desiderato, pronta a
contenere tutte le mie emozioni, anche quelle che non avrei voluto
provare, a volte traditrice, quando mi rivela l’indelebile nostalgia
della vita, ma costantemente presente, accanto a me, agli altri, per
sempre, anche dopo la vita.
Cos’è la cosa più bella che si può
fare scrivendo versi?
Rivelare agli altri quanta poesia esista nelle cose di tutti i giorni,
che possono essere viste in maniera ben diversa dal consueto. Come
voleva fare Montale negli “Ossi di seppia”, cercare la
reale natura delle cose al di là della comune apparenza, osservando
in profondità.
Scrivi molto?
Sì, anzi moltissimo. È principalmente una necessità
“fisiologica” e quotidiana. Come per tutti, le vite (la
mia e quelle degli altri) mi ruotano intorno, si svolgono in modo
imprevedibile e a tratti inconsueto. È improbabile che non
rimangano nell’animo e nella mente dell’uomo i segni di
questo inarrestabile fluire. Il falegname testimonia il passare del
tempo attraverso un mobile, il poeta scrivendo versi. Non importa
se piacevoli o no, non tutti vedranno la luce in una raccolta, tanti
resteranno parte di vita vissuta.
Cosa c’è nel tuo futuro?
Il futuro è incerto e si ha sempre la puerile speranza che
sia felice. Aspetto di laurearmi e questo per me significherà
già molto. A livello artistico progetto di tornare a pubblicare
per i tipi della Prospettiva Editrice. Anche stavolta sarà
una raccolta realizzata selezionando tra le tante opere scritte giornalmente.
Ma più che altro, spero di non smarrire mai l’irriducibile
nostalgia insita nell’animo umano, fonte perenne dell’ispirazione
poetica.