<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Daniela Attilini Prospettiva editrice
 

 

 

Giampaolo Giampaoli

Quando hai scoperto la tua predisposizione per la poesia?
In qualche modo la poesia ha sempre fatto parte di me. Ho iniziato a scrivere a quindici anni. Lo facevo semplicemente perché sentivo che i versi erano uno strumento per esprimersi. Ognuno comunica agli altri le proprie sensazioni nel modo verso cui si sente maggiormente predisposto. Poi ho alimentato questa mia “abilità” con il costante studio letterario.


Però hai aspettato ben oltre l’adolescenza per dare alle stampe la tua prima raccolta, perché?
Non penso che il fine di un poeta sia indispensabilmente la pubblicazione, almeno non lo è sul momento. Si scrive per fare ordine nei pensieri, per scaricare delle emozioni intense, per raccontare anche solo a se stessi la propria esistenza. La pubblicazione viene in un secondo tempo. Anzi: a volte è possibile che pubblicare non sia nemmeno necessario. Realizzando la mia raccolta “Diario di poesia” ho tenuto presente questa direi congrua filosofia letteraria. Nel libro sono confluite le opere maggiori, scritte in lungo arco di tempo, ma ne esistono altre a cui sono ugualmente legato, che però credo non darò mai alle stampe.


Attraverso quale metodo si procede per selezionare?
Nella letteratura, come in qualsiasi altra forma di espressione artistica, il metodo assoluto non esiste. Al massimo posso raccontare la mia esperienza. Per la pubblicazione ho ristretto la scelta ad alcune opere su cui ho riflettuto a lungo, a mio avviso meritevoli soprattutto da un punto di vista comunicativo. Altre, maggiormente introspettive, ho ritenuto che dovessero restare nel cassetto, ma non sono meno intense.


Cos’è, a questo punto, la poesia per te?
Non è facile rispondere a questa domanda. In parte l’ho già fatto, ma forse è indispensabile trarre una conclusione. La poesia è la compagna che ho sempre desiderato, pronta a contenere tutte le mie emozioni, anche quelle che non avrei voluto provare, a volte traditrice, quando mi rivela l’indelebile nostalgia della vita, ma costantemente presente, accanto a me, agli altri, per sempre, anche dopo la vita.


Cos’è la cosa più bella che si può fare scrivendo versi?
Rivelare agli altri quanta poesia esista nelle cose di tutti i giorni, che possono essere viste in maniera ben diversa dal consueto. Come voleva fare Montale negli “Ossi di seppia”, cercare la reale natura delle cose al di là della comune apparenza, osservando in profondità.


Scrivi molto?
Sì, anzi moltissimo. È principalmente una necessità “fisiologica” e quotidiana. Come per tutti, le vite (la mia e quelle degli altri) mi ruotano intorno, si svolgono in modo imprevedibile e a tratti inconsueto. È improbabile che non rimangano nell’animo e nella mente dell’uomo i segni di questo inarrestabile fluire. Il falegname testimonia il passare del tempo attraverso un mobile, il poeta scrivendo versi. Non importa se piacevoli o no, non tutti vedranno la luce in una raccolta, tanti resteranno parte di vita vissuta.


Cosa c’è nel tuo futuro?
Il futuro è incerto e si ha sempre la puerile speranza che sia felice. Aspetto di laurearmi e questo per me significherà già molto. A livello artistico progetto di tornare a pubblicare per i tipi della Prospettiva Editrice. Anche stavolta sarà una raccolta realizzata selezionando tra le tante opere scritte giornalmente. Ma più che altro, spero di non smarrire mai l’irriducibile nostalgia insita nell’animo umano, fonte perenne dell’ispirazione poetica.