<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Gentilozzi Danilo Prospettiva editrice
 


Danilo Gentilozzi parla del suo
"Con questi miei occhi"

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Che cosa credi di aver imparato da loro?
La maggior parte degli scrittori odierni di racconti dirà, e mi associo pienamente, che il maestro è Ernest Hemingway. Avrò divorato più di due volte il libro dei “Quarantanove racconti”, scoprendovi ogni volta nuovi aspetti, stili e dialoghi magistrali, da appuntare su un quaderno. Altri scrittori che mi hanno influenzato sono Calvino, Silone, Auster, Saramago e Pirandello. Da ogni autore che leggo, imparo la difficoltà dello scrivere bene, di dare al lettore un appiglio per distrarsi e, nel frattempo, lanciare segnali alla società che spesso trascura valori importanti. Questo l’ho notato nel Silone di “Fontamara” e nel Saramago di “Cecità”, due libri che avrei voluto scrivere. Da Calvino ho appreso il piacere di scrivere, elemento da non sottovalutare per chi si dedica ad una attività del genere.

Esiste un elemento comune ai racconti della tua raccolta?
Tutti i racconti della raccolta parlano di uomini alle prese con le piccole avversità della vita: una vita misera, un desiderio di amicizia, una rivalità, un bambino non voluto, un assurdo desiderio di primeggiare. I miei racconti parlano di quello che succede nella vita di ogni giorno e che spesso tendiamo a mettere in secondo piano. Importante è non sottovalutare che ogni momento è vita, qualunque cosa facciamo.

Pensi che la Letteratura italiana stia vivendo un periodo d'oro o di decadenza?
Te ne accorgi entrando in una libreria. Libri del mese, novità, successi sono sempre e solo di scrittori stranieri, essenzialmente americani. È lo stile di vita che è diverso. In Italia non puoi vivere di scrittura, in America ci sono corsi di scrittura a non finire, una vastità di pubblico e di critica, e puoi vivere facendo lo scrittore. Non voglio dire che la letteratura italiana sia in crisi, ma che c’è bisogno di nuovi scrittori coinvolgenti e, specialmente, di un’affluenza maggiore di pubblico. Se dico che la nostra letteratura è in crisi, lo dico perché in Italia è basso il desiderio di leggere. Bisognerebbe coinvolgere le masse.

L'attenzione alla realtà concreta e alla vita quotidiana nei tuoi racconti, pensi che possa togliere spessore alle tematiche profonde da te trattate?
Tutt’altro. Approfondendo la realtà concreta ho modo di trattare tematiche profonde e dare il mio personale punto di vista, che si può condividere o rifiutare, sempre con motivazioni appropriate. Non credo molto alla imparzialità dello scrittore; prima o poi, in qualche riga o paragrafo, si potrà leggere il pensiero di chi scrive su una tematica che sfiora o approfondisce con un dialogo o una riflessione. È un bravo scrittore chi nasconde maggiormente questa “parzialità” naturale.

Come mai racconti e non un romanzo?
Essenzialmente per questione di tempo. Essendo studente universitario e lavoratore, scrivo la sera e nei momenti morti. Lo dico senza mezzi termini: non ho tempo per scrivere un romanzo, anche se le idee non mancano...

Scrivi di getto?Ci sono situazioni particolari che ti hanno fornito maggiore ispirazione rispetto ad altre?
Come dicevo, i racconti li scrivo in due o tre ore, quando sono complessi ci metto anche più di tre giorni, non di più. Tutto dipende dalla storia e come questa si sviluppa. Quando mi metto alla scrivania ho bisogno di silenzio assoluto e un po’ di tempo per dare l’input decisivo, poi la storia si snoda da sola. Tutti i racconti della raccolta sono frutto di esperienze più o meno dirette, di cronache lette su giornali, di storie tramandate. Assorbo ogni informazione e la custodisco nel petto, comincio a ragionarci, la storia si sviluppa già nella mia testa e arrivo ad un punto in cui devo per forza scriverla per non perderla e per poter dormire sonni tranquilli. Così sono nati almeno sei racconti dei nove della raccolta.

Quanto e in che modo i tuoi racconti ti riguardano da vicino?
Rispetto alla prima raccolta (“I due mondi”), sono meno assorbito dalla storia, ovvero non sono io che scrivo quello che ho fatto, quanto io che scrivo quello che è successo ad altri, staccandomi completamente dal narrato. Sotto questo aspetto sono cresciuto, sono meno coinvolto, il coinvolgimento era una critica amica che non riuscivo a superare. Questi nuovi racconti sono il frutto di una analisi attenta allo stile descrittivo e dialogato. Ho letto tantissimo prima di cimentarmi con questa nuova prova e per questo li sento molto personali. Hanno caratterizzato due anni della mia vita, non posso descriverli come qualcosa a me estraneo. Posso dire che mi identifico sempre in almeno uno dei personaggi e che con i racconti esprimo anche l’uomo che avrei voluto essere. Senza essere scontento di quello che sono. Chiamatemi scemo, o fantasioso, come vi piace.