<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Agostino Gazzo Prospettiva editrice
 


Agostino Gazzo parla di sé e del suo libro

Iniziamo dal titolo. Come mai walking around?
E’ la chiusura di un cerchio. Per ripartire. Diversi anni fa ho letto la poesia di Neruda che porta questa titolo.
Mi ha dato l’idea di quello che nella vita è il percorso che facciamo ogni giorno. Allora mi ero detto: “se un giorno arriverò a scrivere un libro, avrà questo titolo”. Eccolo.

Perché scrivere?
Octavio Paz diceva che i poeti quando iniziano a scrivere non sanno cosa finiranno per dire. Si scrive “per dire il non detto, e per conoscerlo”. Forse è questo. Forse altro. Se ci penso ci sono diverse buone ragioni per scrivere, ed altrettante per non scrivere. Ma non potrei farne a meno.

Che filo conduttore hanno le poesie di questo libro?
Il tempo. Sono la raccolta di quanto scritto in circa 15 anni. Sono il percorso di questi anni. Sono le parole che dicono delle “cose”. Le “cose” poi, non si limitano a stare in qualche riga. Escono fuori anche dai libri. E noi ne raccogliamo, per la strada, qualche coccio.

Molte poesie evocano immagini e la parola sembra un tramite.
La nostra percezione passa per quello che vediamo. E quello che ci rimane è la terra di confronto delle nostre azioni.
C’è sempre un colore, che accompagna le nostre giornate. Anche se non sempre è quello giusto. Quello che ci vorrebbe, in quel momento. La parola è una forma di religione. Perché ci dice chi siamo. Perché ci fa amare e odiare.
Perché ci libera o ci fa sprofondare. La parola è un tramite per arrivare a noi stessi e, in seconda battuta, agli altri.

Quali sono le sue letture?
Ho iniziato a 12 anni a leggere Lorca e Neruda. Sono stati compagni di un viaggio. Breviario di momenti. E poi Ferlinghetti, Buckosky, Carver, Hemmingway, Montale,Fitzgerald, Pozzani, Barricco. Passando dai Pink Floyd a Bob Dylan, i Doors.

Che vantaggi ha scrivere?
Qualche svantaggio sicuro. Che è quello di stare sulle cose. Di tenersele addosso quell’attimo in più che te le fa dire, scrivere. Quell’attimo che si può dilatare. E questo è anche il bello.