Fabrizio Gabrielli
parla del suo libro
"L'inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso"
La prima domanda è prevedibile… perché questo titolo, “L’inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso”?
Il titolo, come spesso accade, è stata un’invenzione dell’ultima ora, o quasi. Anche se il senso sotteso aleggiava da subito, in nuce, in ogni singolo racconto, lo shining è scattato solo nel momento in cui ho scritto “3 secondi (loosin’ memory)”, al quale ho assegnato l’arduo compito di aprire la raccolta e, in un certo senso, fornirne la chiave interpretativa.
Ad un essere come il pesce rosso, dotato di un’autonomia di memoria limitata, appena tre secondi, il mondo deve apparire meravigliosamente incomprensibile – oppure disarmantemente scontato –, ricordo d’aver pensato. In tre secondi può succedere tutto ed il suo contrario. Gli ordini di grandezza e le priorità si dilatano in un tempo mitico: citando Ezra Pound, si potrebbe dire che “c’è tempo, in tre secondi, per decisioni e ripensamenti che in tre secondi verranno capovolte”.
E poi m’affascinava quella parola, Weltanschauung, così ampollosa ed autorevole, che è anche un esempio cristallino di economia semantica: un concetto come quello della “visione del mondo” racchiuso in una sola etichetta. Una parola che, sebbene poco conosciuta, esprime l’attività intellettual-culturale più comune: interpretare ciò che ci succede attorno. Ed io ne ho voluto fornire un’istantanea, anzi più di quaranta.
Ne esce uno spaccato variegato, tale che se ogni racconto si fosse chiamato “La visione del mondo di…” avremmo potuto passare in rassegna lo studente, la vedova, l’allenatore ed il tifoso, la cuoca, il precario…
Questo è il vero effetto spiazzante che si ha, nel leggere i racconti. Ci si chiede dove sia tutta la complicatezza sulla quale quella parola lunga ed impronunciabile aveva costruito la sua architettura di aspettative. In realtà, come dicevo, una Weltanschauung cell’ha pure la casalinga, con rispetto parlando per le casalinghe, ovviamente.
Ho cercato di affrontare situazioni quotidianissime da angolature diverse, sic et simpliciter. Un po’ come il reverse angle dei replay di Champions League,che quell’azione – a vederla così – ti sembra sempre un po’ “altra”.
C’è una stratificazione sociale che riflette da vicino quella nella quale viviamo immersi. Un aiuto a tal proposito m’è venuto dai mesi passati dietro un front desk d’albergo. Per rendicontare meglio l’epopea di una società, Boccaccio insegna, devi stare a contatto con quella realtà multiforme. Lavorando al banco dei Bardi, come fece lui. O in una reception d’hotel, come me.
Tra le tante polaroid s’affaccia anche un panegirico alla precarietà, intesa come male sociale e modus vivendi angosciante, perché questo è, ma che può anche essere affrontato senza particolari patemi d’animo. Che a pensarci bene, poi, alla fine anche ognuno dei racconti della raccolta è un po’ come un contratto a termine. Oggi cento parole, domani quattro pagine. Poi una pagina bianca. E back again. Vivi con l’ansia perenne per un agognato rinnovo.
Li definisci “quaranta e più racconti brevi-anzi-brevissimi”. Da dove viene questa predisposizione per la short story?
Le influenze sono le più disparate. La mia éducation sentimentale letteraria, a pensarci bene, è infarcita soprattutto di racconti più che di romanzi. Julio Cortàzar, su tutti. E poi il surrealismo di Istvan Orkeny, il “fantastico” che trasuda da Poe, il calcio raccontato da Osvaldo Soriano. I racconti di Benni e le navi in bottiglia di Romagnoli, le atmosfere classicheggianti di Theophile Gautier e l’Amazzonia selvaggia di Horacio Quiroga. Tutte emozioni che ho assunto in pillole del formato di un racconto breve. Brevissimi sono invece i divertissement in cui provo ad evocare situazioni usando solo cento parole, modulazioni stilistiche quasi à la Queneau, edonismo scrittoriale di quelli più estremi, vera e propria scrittura per la scrittura, anzi a volte metascrittura.
In più, c’è la formazione da blogger che mi ha portato a fare di necessità virtù, perché in poche righe cerco di catturare un frammento di mondo, proprio come uno snapshot fotografico, dietro il quale – come diceva Cartier-Bresson – si annidano mille altri mondi possibili, le cui vicissitudini pre e post scatto sta al lettore intuire.
Dei tuoi racconti dici di vederli bene come sbocconcellamenti letterari… E poi ti piace darti dell’ assaggiAutore. Quanto di questa vena gourmet permea i tuoi racconti?
AssaggiAutore, neologismo del quale rivendico fortemente la natalità, mi sembra la parola più appropriata per definire chi, come me, ama passare dalle papille ai polpastrelli e viceversa. Quando scrivo sull’onda emozionale scatenata da un profumo, da un sapore collegato magari a ricordi d’infanzia, non sono impegnato solo in un processo creativo, ma rinnovo il miracolo quotidiano della sinergia tra chi mangia e chi è mangiato, tra sinapsi e papille gustative, un vero e proprio gesto di creazione d’identità culturale. Chiaro che molto di me si rifletta nei racconti quando si parla di profumi, sapori, ingredienti e preparazioni. Mi piace pensare che – così come ha fatto Alejo Carpentier con il Caribe in molti dei suoi romanzi – il lettore possa immaginarsi un po’ del mio quotidiano attraverso la condivisione di un effluvio, di un retrogusto. Feuerbach diceva che “siamo ciò che mangiamo”, ed io spesso “scrivo ciò che mangio”. Dal lettore m’aspetto solo che voglia “mangiare ciò che scrivo”.
I profumi e gli odori che racconti sono inevitabilmente anche quelli della tua città, Civitavecchia, alla quale dedichi un’epigrafe dell’Achmatova definendola “città pur non natale, ma da ricordarsela per sempre”…
Mi angustia l’idea di sentirmi uno scrittore locale o peggio ancora localistico. Però molti tratti della civitavecchiesità m’hanno indubitabilmente forgiato. Cresciuto a cavallo tra la campagna dell’Alta Tuscia, dove ero un pesce fuor d’acqua così lontano dall’epopea del bambino ruspante che corre per tutto il giorno e torna a casa la sera sempre con un ginocchio sbucciato, e Civitavecchia, dove per lungo tempo mi sono sentito come un ruminante fuor di pascolo – per dare continuità alla metafora, ho imparato a scorgere, in questo paesotto di sessantamila anime che c’ha il porto più importante del Mediterraneo, una caratteristica unica. E’ un prisma attraverso il quale si rifrange la luce dei luoghi comuni, uscendone amplificata. Ogni vizio o virtù dell’animo umano viene elevata a potenza, fino allo stremo, fino all’inverosimile. Eppure, nonostante molto spesso volevano essere righe di condanna, ho realizzato che l’immagine che ne esce è quella di una città che, smemorata tra le smemorate, smarrita tra le smarrite, in realtà vuole solo cercare sé stessa, e meglio ci riesce scandagliando in ciò che è stato più che in ciò che sarà.
E che sarà di te, del mondo intero, del pesce rosso?
Que serà, serà.