<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Daniela Attilini Prospettiva editrice
 


Attilio Fortini

Che cosa è per te la scrittura?
Io ho due passioni: la filosofia e l’arte, o anche: l’arte e la filosofia. Senza preminenza tra le due cose, perché entrambe mi risultano due modi che rispondono in ugual modo al mio bisogno di capire. La scrittura s’inserisce perciò in questo discorso: è un modo per farmene una ragione. Scrivendo si comunica con gli altri, ma anche con se stessi, questo non tanto per dirsi delle cose, ma per cercare, appunto, di comprenderle.

La tua scrittura ambisce quindi ad una qualche forma di scienza?
Bisognerebbe prima intendersi sul termine, perché se per scienza riteniamo la capacità di determinare quanto accade nel mondo, ossia l’ambito delle cosiddette scienze esatte, decisamente no! Se invece intendiamo l’attenzione nei confronti dell’irripetibilità di ogni evento (è del resto anche in quest’ambito che s’inseriscono le condizioni del nuovo e dell’arte), se è questo che intendiamo come scienza: allora sì! la mia scrittura ha quest’ambizione.

Potresti chiarire un po’ meglio questo legame tra nuovo e arte, ma anche poi, tu, come lo concretizzi?
Io intendo un’opera d’arte l’antitesi di un manuale d’istruzioni, ossia, se il manuale ha un valore nella relazione che ha con noi, per quello che ci serve, un’opera, viceversa, lo ha per il grado di autonomia che è riuscita ad ottenere per sé. Sostanzialmente il suo grado d’inutilità. Credo che un’opera non debba servire nemmeno all’autore; essa deve porsi invece come elemento dialettico, come specchio, e proprio per far ciò essa deve anche essere qualche cosa di diverso da noi, perché solo in questo stato essa può anche dirci qualche cosa che prescinda da quello che noi pensiamo o vogliamo. Un’opera non deve rinforzare le nostre convinzioni, ma tutt’al più stravolgerci, porci invece delle questioni. Il suo grado di novità ha questa funzione: non essere noi! ma qualcosa che rifletta, che ci rifletta, per capire, per capirci. Da ciò si può notare che, tornando alla domanda iniziale, io non posso concretizzare nulla, tutt’al più se riesco a distaccarmi da quell’opera alla quale in un certo senso dò vita, al non volere essere a tutti i costi in quella, allora in questo caso è l’opera stessa che si concretizza per proprio conto.

E la bellezza? E' superflua?
No, certamente non è superflua, ma comunque non è nemmeno l’unica cosa che va ricercata. Bello è ciò che piace; nessuno ama ciò che non piace; ma è anche assodato che la verità non sempre è anche bella. E allora, cosa fare? Io credo che per questo sia importante dire qualche cosa di bello, quando anche la verità è bella, viceversa dire qualcosa di brutto, quando anche la verità è tale. Insomma, non falsificare le carte solo perché nessuno ama ciò che non piace, o anche perché qualche d’un altro, forse anche solo per spirito di contraddizione, ama solo ciò che è orribile. Questi motivi, quelli che poi creano anche i gusti di genere, non sono i motivi che più mi stanno a cuore. Ciò che m’importa è invece l’uso dell’immaginazione, ma per comprendere; comprendere principalmente il significato di ciò che comporta esistere. Questo sì che m’interessa, ed è questo che io cerco di ottenere, anche con qualsiasi mezzo, o meglio, anche con qualsiasi medium, scrittura compresa.

E il lettore che funzione pensi debba svolgere?
Lettore, innanzi tutto, se vi sono i requisiti che prima dicevo, lo diviene anche l’autore stesso, perché se non vi è più nessun legame di dipendenza tra opera e autore, quest’ultimo non è più nemmeno l’unico depositario sulla verità di quella. Di conseguenza il lettore diviene quindi l’unico che può aprire un testo ai suoi significati, nessun altro. Questa è l’importanza del lettore, il quale è pertanto investito anche della responsabilità che un’opera possa “parlare”. La sua è perciò una funzione centrale, ma solo dopo, ossia quando l’opera c’è, dato che prima può essere solo pensata, immaginata. Quest’incarico solo l’autore può svolgerlo… certo, senza dubbio, assieme anche al suo piacere di farlo