Che cosa è per te la scrittura?
Io ho due passioni: la filosofia e l’arte, o anche:
l’arte e la filosofia. Senza preminenza tra le due cose, perché
entrambe mi risultano due modi che rispondono in ugual modo al mio
bisogno di capire. La scrittura s’inserisce perciò in
questo discorso: è un modo per farmene una ragione. Scrivendo
si comunica con gli altri, ma anche con se stessi, questo non tanto
per dirsi delle cose, ma per cercare, appunto, di comprenderle.
La tua scrittura ambisce quindi ad una qualche forma
di scienza?
Bisognerebbe prima intendersi sul termine, perché
se per scienza riteniamo la capacità di determinare quanto
accade nel mondo, ossia l’ambito delle cosiddette scienze esatte,
decisamente no! Se invece intendiamo l’attenzione nei confronti
dell’irripetibilità di ogni evento (è del resto
anche in quest’ambito che s’inseriscono le condizioni
del nuovo e dell’arte), se è questo che intendiamo come
scienza: allora sì! la mia scrittura ha quest’ambizione.
Potresti chiarire un po’ meglio questo legame tra
nuovo e arte, ma anche poi, tu, come lo concretizzi?
Io intendo un’opera d’arte l’antitesi
di un manuale d’istruzioni, ossia, se il manuale ha un valore
nella relazione che ha con noi, per quello che ci serve, un’opera,
viceversa, lo ha per il grado di autonomia che è riuscita ad
ottenere per sé. Sostanzialmente il suo grado d’inutilità.
Credo che un’opera non debba servire nemmeno all’autore;
essa deve porsi invece come elemento dialettico, come specchio, e
proprio per far ciò essa deve anche essere qualche cosa di
diverso da noi, perché solo in questo stato essa può
anche dirci qualche cosa che prescinda da quello che noi pensiamo
o vogliamo. Un’opera non deve rinforzare le nostre convinzioni,
ma tutt’al più stravolgerci, porci invece delle questioni.
Il suo grado di novità ha questa funzione: non essere noi!
ma qualcosa che rifletta, che ci rifletta, per capire, per capirci.
Da ciò si può notare che, tornando alla domanda iniziale,
io non posso concretizzare nulla, tutt’al più se riesco
a distaccarmi da quell’opera alla quale in un certo senso dò
vita, al non volere essere a tutti i costi in quella, allora in questo
caso è l’opera stessa che si concretizza per proprio
conto.
E la bellezza? E' superflua?
No, certamente non è superflua, ma comunque non
è nemmeno l’unica cosa che va ricercata. Bello è
ciò che piace; nessuno ama ciò che non piace; ma è
anche assodato che la verità non sempre è anche bella.
E allora, cosa fare? Io credo che per questo sia importante dire qualche
cosa di bello, quando anche la verità è bella, viceversa
dire qualcosa di brutto, quando anche la verità è tale.
Insomma, non falsificare le carte solo perché nessuno ama ciò
che non piace, o anche perché qualche d’un altro, forse
anche solo per spirito di contraddizione, ama solo ciò che
è orribile. Questi motivi, quelli che poi creano anche i gusti
di genere, non sono i motivi che più mi stanno a cuore. Ciò
che m’importa è invece l’uso dell’immaginazione,
ma per comprendere; comprendere principalmente il significato di ciò
che comporta esistere. Questo sì che m’interessa, ed
è questo che io cerco di ottenere, anche con qualsiasi mezzo,
o meglio, anche con qualsiasi medium, scrittura compresa.
E il lettore che funzione pensi debba svolgere?
Lettore, innanzi tutto, se vi sono i requisiti che prima
dicevo, lo diviene anche l’autore stesso, perché se non
vi è più nessun legame di dipendenza tra opera e autore,
quest’ultimo non è più nemmeno l’unico depositario
sulla verità di quella. Di conseguenza il lettore diviene quindi
l’unico che può aprire un testo ai suoi significati,
nessun altro. Questa è l’importanza del lettore, il quale
è pertanto investito anche della responsabilità che
un’opera possa “parlare”. La sua è perciò
una funzione centrale, ma solo dopo, ossia quando l’opera c’è,
dato che prima può essere solo pensata, immaginata. Quest’incarico
solo l’autore può svolgerlo… certo, senza dubbio,
assieme anche al suo piacere di farlo