Pio Favia parla
del suo libro
"Nel buio del silenzio"
Parliamo del suo nuovo romanzo “Nel
buio del silenzio”. C’è una continuità con
il precedente? Oppure è del tutto differente?
L’una e l’altra. Vede, come per tutte le
cose che scrivo, siano esse poesie, racconti o romanzi, quello che
è importante per me è la continua scoperta dell’uomo.
La centralità dell’uomo rispetto a tutto ciò che
lo avvolge e sovrasta. In “Bugiarda solitudine” ho cercato
di analizzare le umane reazioni al dolore e come esso può essere
vissuto com maggiore o minore intensità. Nel romanzo “Nel
buio del silenzio, invece, ho voluto porre l’accento sulle spinte
umane che in taluni momenti della nostra vita possono farci rimanere
coinvolti in eventi Storici.
Ci può spiegare meglio?
Quando si è giovani è difficile che ci si tira indietro
davanti a riflessioni sulla propria convenienza, se una causa la si
crede giusta la si persegue con coraggio. Durante la maturità
è differente. Si pondera tutto secondo la propria situazione
contingente. Si calcola, cioè, il meglio e il peggio secondo
la collocazione che ci si è voluta dare nell’ambito della
società e delle circostanze in cui si vive. In vecchiaia, poi,
è ancora differente. Si cerca tra i ricordi almeno un particolare
che ci dia la convinzione di non essere vissuti inutilmente.
Cosa l’ha spinta a scrivere il romanzo
"Nel buio del silenzio"?
Ha detto bene, è stata proprio una spinta. E’ stato quando
oltre a non poter fare più a meno di chiedermi i perché
e i come, mi sono anche voluto misurare con le domande che mi ponevo.
Cos’è che si è chiesto in particolare?
Guardi, per prima cosa il come è potuto accadere che si fosse
disperso nel nulla quel capitale di rabbia, partecipazione e protesta,
che una generazione intera aveva predicato. In seconda analisi, invece,
dove era finita la voglia di fratellanza, giustizia, libertà
e uguaglianza, tanto osannata dai sessantottini.
Quindi secondo lei quel periodo è stato un fallimento?
No, non ho detto questo. Dico che molti di coloro che sono oggi classe
dirigente hanno militato o comunque simpatizzato fortemente col movimento
d’opinione d’allora. Alcuni erano nei gruppi, altri solo
nel movimento studentesco, ma oggi se non sono dimentichi di questo
li troviamo addirittura schierati dall’altra parte. Poi ci sono
coloro che erano la base di allora e che sono ancora oggi la base,
peccato che hanno perso la lucidità di analisi, o si sono rilassati
sull’auto o l’appartamento di proprietà che hanno
messo insieme e che difendono coi denti contro i poveracci che un
tempo volevano aiutare.
E a questo riguardo Lei come si è scoperto?
Colpevole. E’ per questo che ho voluto scrivere il romanzo.
Sa, quando si scrive si compie una sorta di auto analisi. Rivivendo
nei personaggi di cui si vuole disporre si comprende meglio se stessi.
Bene, torniamo al romanzo “Nel buio
del silenzio”. A noi è risultata chiara la sua intenzione
di rimanere distaccato e imparziale. Ci dice in due parole come ci
è riuscito?
Ho fatto ruotare tutto intorno al conflitto generazionale iniziato
negli anni sessanta. Fedele a quanto ho detto all’inizio, poi,
ho fatto analizzare gli eventi del nostro paese che vanno dal dopoguerra
a tangentopoli da padre e figlio, protagonisti della storia, che li
ricordano a distanza di molti anni e da punti di vista diametralmente
opposti, cercando di spiegare ad una bambina adolescente, rispettivamente
figlia e nipote, il perché dei loro comportamenti.D: Un progetto
ambizioso, non c’è che dire.R: Spero di essere riuscito
ad essere chiaro nell’esposizione della storia del nostro paese
attraverso le vicende personali di una famiglia. Anzi, dai primi ritorni
che ho sembra proprio di sì. Ma vi assicuro che non è
stato facile sdoppiarsi al punto di colpevolizzarsi sapendo di essere
dalla giusta parte, oltretutto poi, lasciare l’onore delle armi
della coerenza alla parte opposta.