Stefano Donati parla del suo
"Cinema e conversazione"
"Cinema e conversazione":
un nuovo libro su come capire il cinema. Ce n'era bisogno?
I miei obiettivi sono in un certo senso più
modesti: non si tratta di un libro su come capire il cinema, ma
di una teoria sul modo in cui lo
spettatore riesce ad interagire con un racconto cinematografico
al fine di ricostruire la storia narrata. La domanda è: se
per capire un romanzo
occorre conoscere la lingua in cui esso è scritto, occorre
forse conoscere una "lingua del cinema", per comprendere
un film narrativo? Dopo la
fioritura di studi semiotici degli anni '60 e '70, questioni del
genere sono state lasciate cadere, non perché risolte, ma
con un quasi nulla di fatto.
Il mio libro cerca di fornire risposte plausibili.
Mi pare che, al contrario, oggi si
parli molto di "linguaggio cinematografico".
Sì, oggi si parla moltissimo di "lingua
del cinema" o di "linguaggio cinematografico", ma
lo si fa in modo del tutto impressionistico e
metaforico. Sotto queste locuzioni vengono rubricati fenomeni del
tutto eterogenei: dai procedimenti squisitamente tecnici, alle scelte
stilistiche
dei singoli cineasti. E' vano cercare, laddove oggi si parla di
"linguaggio cinematografico" una vera teoria della comprensione
filmica: la situazione,
a questo proposito, è ancora al punto in cui l'aveva lasciata
Christian Metz negli anni '70.
Il suo libro intende quindi proseguire
le ricerche di semiotica del cinema di Metz?
Sì e no. Da un lato, i problemi cui ho cercato
di rispondere sono gli stessi cui cercava di rispondere la vecchia
semiologia del cinema;
dall'altro, mi sono valso di acquisizioni più recenti della
filosofia del linguaggio. La teoria che ne esce è qualcosa
di nuovo, rispetto alle
posizioni tradizionali della semiologia del cinema.
All'inizio lei parlava di "un
obiettivo modesto"; adesso mi pare che, al contrario, il suo
obiettivo sia molto ambizioso.
Parlavo di un obiettivo più modesto rispetto
a quello, molto più inclusivo, di "capire il cinema".
Diciamo che ho scelto una delimitazione
del terreno d'indagine. Ma, all'interno di questo terreno, il mio
obiettivo non è modesto: penso che il libro possa offrire
una promettente direttrice
di ricerca.
Ritiene che l'opera sarà accolta
bene?
Sinceramente no. Per due motivi: intanto in essa espongo
una teoria chiara, che quindi presta il fianco alle critiche più
di qualsiasi teoria
che si nasconda dietro fumosità verbali. In secondo luogo,
mi sono trovato, infine, a muovere critiche ad autori ancor oggi
molto influenti, elogiando
invece le intuizioni di autori scomparsi - e, si sa, questa può
non essere una buona politica...