<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista Bartolomeo Di Monaco Prospettiva editrice
 

 

Bartolomeo Di Monaco

 

Quali sono i temi dei tuoi romanzi?
La memoria del passato e la proiezione verso il futuro attirano le mie emozioni e la mia fantasia. Dentro queste nicchie di ispirazione, mi muovo a ripercorrere, pur dentro una storia oggettiva, per quanto ciò sia possibile ad un autore, le esperienze interiori del mio passato. Devo confessare, invece, che tutte le volte che ho cercato di superare il presente per disegnare nei miei racconti una visione di ciò che ci attende, ho provato molta delusione e tristezza. È un pessimismo proprio di quelli che hanno raggiunto la mia età, forse, e che hanno congiunto indelebilmente la propria giovinezza con il meglio della realtà vissuta.


Perché hai scritto anche dei gialli?
Per la verità, i miei sono gialli insoliti, che ho voluto affiancare ai miei romanzi per la curiosità di indagare il nostro animo da un punto di vista diverso, ossia penetrare lo sguardo dentro di noi nel momento in cui qualcosa di irreparabile è accaduto.
Comportamenti, menzogne, paure, stupore, rabbia, invidia, odio, e così via, assumono in questi casi una dimensione più acuta e meglio osservabile. La stessa realtà che circonda i protagonisti ne viene contagiata. Ho evitato, tuttavia, di giungere a conclusioni pessimistiche e irreversibili, e i miei gialli hanno nei due protagonisti principali - il commissario Luciano Renzi e il suo collaboratore Alessandro Jacopetti - una coppia molto simpatica, con la quale i lettori, sono sicuro, non possono che trascorrere momenti di divertimento indimenticabili.
Ma i gialli – tutti, mi pare di ricordare – ruotano intorno ad un concetto che ritengo importante: ossia che accanto ad una verità, ce n’è sempre un’altra che le assomiglia. Le sorprese finali dei miei racconti sono lì a testimoniarlo. Questo assunto – nato nella mia fantasia al servizio di un gioco e di una burla pensati per il mio commissario – si è rivelato alla fine il risultato più notevole delle mie storie poliziesche.


Lucca fa da cornice a tutte le tue opere. C’è una ragione speciale?
Quando qualcuno dice che è la città più bella del mondo, sono portato a credergli. Non posso dire di esserci nato, purtroppo, poiché mia madre, trovandosi in tempo di guerra (sono nato il 14 gennaio 1942), andò a partorirmi dalla nonna, a San Prisco, un paese a due passi da Caserta e da Santa Maria Capua Vetere. I miei genitori abitavano già a Lucca. Mio padre (anche lui di San Prisco come la mamma) vi prese la cittadinanza il 29 ottobre 1930. Mia madre vi giunse sposa nel 1939. A quei tempi, dopo il parto, la puerpera doveva attendere quaranta giorni, prima di muoversi. Così venni condotto a Lucca appena trascorsa questa specie di quarantena. Che i miei genitori abitassero già a Lucca, è stata per me una fortuna. Me ne sono reso conto a mano a mano che crescevo. Negli anni ’50, monelli come eravamo allora, avevamo l’antica e bella città tutta a nostra disposizione per i nostri giochi. Si conoscevano le strade e le logge a menadito, e andavamo a nasconderci nei punti più vari e reconditi. Rare le automobili, al punto che oggi appare incredibile quando racconto che in quegli anni, di sera, correvamo coi pattini ai piedi lungo tutta la circonvallazione, allegri e spensierati.
Poiché credo molto alla importanza della realtà che ci circonda per la stessa storia e fisionomia interiore dei personaggi, ho voluto legare questi ultimi alla città, fiducioso di riuscire a costruire una simbiosi molto simile, se non proprio identica, a quella che unisce me alla città nobile e antica.
Spero di esserci riuscito.


Dicci qualcosa sul tuo stile, in cui si avverte molto forte la tua toscanità.
Giungere ad appropriarsi di uno stile proprio, ossia riconoscibile dal lettore, è una delle mie ambizioni, non lo nego. L’essere poi toscano alimenta questa mia velleità.
Ho imparato molto dai toscani e una riconoscenza particolare la devo a Mario Tobino. La lettura del suo “L’angelo del Liponard” costituì la linea di demarcazione tra il mio primo modo di scrivere e il dopo.
Quando leggo un autore, ovviamente mi interessa la storia che racconta, ma di più il modo di raccontarla, e la costruzione del periodo, ancor più della tessitura del romanzo, è l’aspetto che osservo quasi maniacalmente.
Lo stile, nel quale si inserisce il linguaggio, è, a mio avviso, il più importante veicolo di comunicazione di uno scrittore. Ossia, i fatti che sono narrati assumono il loro risalto in rapporto allo stile. Se poi, a costruirsene uno, è un toscano, credo che l’interesse vada ben oltre lo stesso autore, giacché è noto che inventiva e gusto, da centellinare e tramandare, non mancano ai figli di quella ancor oggi fulgida Toscana che, invidiata e amata, fu madre a molti geni dell’arte, e delle belle lettere in particolare.



Che cosa significa per te la lettura?
Leggere equivale all’andare a bottega da un maestro, come si faceva una volta per imparare le arti e i mestieri. Si deve anche ammettere che tutto (o quasi: lasciamoci qualche probabilità ancora) è stato scritto ormai. Le storie che si raccontano sono già state in qualche modo raccontate. La lettura ci insegna soprattutto questo e ci ammonisce a non essere presuntuosi. Ma una cosa ci fa capire: che, collocati noi in un tempo e in un luogo diversi da quelli rappresentati dalle nostre letture, possiamo offrire il “nostro” particolare risultato costruendolo da un altro e nuovo punto di osservazione tra i tanti (forse infiniti) che la realtà ci offre. È per questo che non smetteremo mai di raccontare.


Perché ultimamente senti il bisogno di recensire i libri che leggi?
Nella mia vita ho letto molti libri. È successo che di essi mi è rimasta ormai soltanto un’impressione lontana. Così ho capito che non era più sufficiente per me limitarmi alla sola lettura, e che dovevo fare qualcosa di più. Da qualche tempo (e davvero mi dispiace di non averlo fatto, prima, coi miei autori preferiti: Dickens, Hardy, Zola, Balzac), mentre leggo, prendo degli appunti al computer che tengo sempre davanti a me. Finito il libro, mi metto subito a scrivere la recensione. La imposto come se la mia lettura fosse stata un viaggio dentro il romanzo, nel tentativo di rintracciare i percorsi intrapresi dall’autore: di riconoscere, ossia, la tessitura dell’opera, le tracce rimaste dei suoi propositi di avanzare nel racconto o di desistere da un tentativo e/o da certi temi annunciati, e così via. Mi appassiona una tale ricerca, in maniera forse anche troppo esagerata, e mi sono chiesto più d’una volta il perché. La risposta che mi son dato è che probabilmente osservo il racconto nella mia condizione di piccolo scrittore che è vinto dalla curiosità di apprendere i meccanismi che un altro più bravo, magari addirittura consacrato alla posterità, ha posto in essere nel creare la sua opera, nella quale restano sempre i segni indelebili del lavoro creativo che sta a monte. Se si riescono a riconoscere questi meccanismi, le stesse cancellazioni, i percorsi abbandonati, non c’è migliore lezione né miglior apprendimento che possano mettersi a paragone per uno scrittore che desideri migliorarsi.
La recensione, inoltre, a mio avviso, deve essere costruita in modo tale da offrire un’idea di ciò che troveremo nel libro e deve poter offrire, sempre, una chiara, inequivocabile, occasione di riflessione e di confronto.