<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%>intervista a Pierfrancesco Di Matteo Prospettiva editrice
 


Pierfrancesco Di Matteo
parla del suo libro
"Vuote a perdere "

 

Come è iniziata la tua passione per la letteratura?
I libri sono per me - da circa vent’anni - degli irrinunciabili compagni di viaggio. Sprofondati scomodamente sulle logore poltrone dei treni, sacrificati nelle anguste sedute delle fermate degli autobus a lunga percorrenza, stagliati come le ombre di scomodissime sedie in paglia di fronte antiche dimore, sono anonimi vecchi che raccontano la guerra ai giovani militari che in calde boccate si fumano tranquillamente le ultime ore di congedo, sono padri ansiosi che rimproverano e tediano figli in piena crisi di identità, sono le donne del sud che cantano vecchie nenie, ormai dimenticate, ai bimbi vivaci per farli addormentare. A volte sono mostri disumani che ti mangiano in pochi morsi, ed altre volte sono calde coperte che ti rassicurano e ti scaldano nelle lunghe notti insonni.

Quali sono i tuoi autori preferiti?
Non ho un autore particolarmente caro, cerco di comprendere le ermetiche evoluzioni ed il “gusto” poetico delle liriche di Quasimodo ed entro volentieri nei paesaggi liguri di Montale corrosi della salsedine e da metriche espressive ed evocatrici. Nelle mie onnivore letture - troppo spesso da comodino - passo volentieri da Hikmet a Prevert, scivolando su Beckett e ogni tanto buttando un occhiata a Neruda. Dopo aver letto la poetessa Wislawa Szymborska - autrice polacca, Nobel nel 1996 - credo fermamente che sia lei, con la sua intelligenza semplice ed immediata, una delle ultime vere osservatrici del genere umano; un sano punto di riferimento per tutti: appassionati (sempre meno) lettori ed aspiranti (sempre troppi) scrittori.

Come nasce una tua poesia?
Non saprei dire come nasce una mia poesia, in linea generale, nei periodi della mia vita relativamente poco illuminati, ho solo cercato di stendere sfumature di grigio tra i toni del bianco e del nero. Ritengo comunque di non aver scritto abbastanza (purtroppo o per fortuna) in questi anni per poter dare giudizi di merito, il materiale “poetico” sul quale riflettere è ancora insufficiente; e poi, come diceva Pessoa, “Essere poeta non è una mia ambizione. E’ la mia maniera di stare solo.”

Cosa ne pensi dei concorsi letterari?
Nel 2003 - vincendone uno - ho avuto la possibilità di leggere in pubblico la mia composizione; fu una bella iniezione di fiducia, un piccolo momento di gloria personale, una intensa emozione che auguro a tutti un giorno di poter assaporare.
In generale il business legato ai concorsi è decisamente fuori luogo e per questo, soprattutto all’inizio, consiglierei quelli senza la “tassa di lettura”; inutile e spesso troppo onerosa. Questi ultimi, ed in giro ce ne sono tanti, con poche risorse riescono quasi sempre ad offrire valide pubblicazioni in antologie ed una discreta visibilità.

Finalmente la pubblicazione, come è nata la silloge “Vuote a perdere”?
Il materiale mi sembrava buono e così lo inviai alla Agenzia Letteraria Interrete. Dopo esser stato selezionato per la promozione “Dal foglio bianco alla presentazione in libreria”, ci sono voluti quasi due anni di lavoro. Prima la selezione delle liriche più importanti, poi una intensa attività di traduzione ed infine - come omaggio ad un giovane artista della mia città - l’inserimento di alcune grafiche all’interno del volume. In tutto questo percorso, fondamentale è stata la cura dell’editing da parte della Prospettiva Editrice.

Quale sono i tuoi prossimi progetti?
Per ora, in sinergia con la casa editrice, c’è la promozione del volume e poi in questi ultimi mesi c’è stato, se così si può dire, un cambio di marcia. Ho messo da parte per un po’ la poesia iniziando a scrivere un lungo racconto. Alcune parti sono già pronte, altre da rivedere; quello che probabilmente sarà il primo capitolo è stato recentemente pubblicato all’interno della Rivista Letteraria Prospektiva.