Paolo del Guercio parla dei suoi libri
Mi parli di Il viaggio di Antonio Vestieri
e Un amore di Danila. Perché li ha scritti?
Penso che un autore dovrebbe parlare il meno possibile dei suoi
libri. Può parlare della sua vita, del suo modo di scrivere,
ma non di quello che vuole esprimere, non deve svelare completamente
i suoi sentimenti e i suoi pensieri. Non deve aprirsi troppo ai
lettori.
Esiste una differenza essenziale tra un saggio di storia e sociologia,
(così come un articolo o un libro scientifico), e un testo
di narrativa. A differenza di un saggio, la narrativa non deve esprimere
certezze personali o difendere una particolare opinione, deve solo
suggerire, parlare sottovoce, far nascere sensazioni e idee nella
mente del lettore. È molto più importante quello che
un lettore risente leggendo un romanzo o un racconto di quello che
un autore ha voluto esprimere scrivendolo.
“Non so cosa posso dirvi di più, è tutto scritto
lì, vi assicuro, non so altro”. Così rispondeva
Anton Cechov a degli attori che gli chiedevano spiegazioni prima
di recitare le Tre sorelle.
“È molto, molto bello…, perfetto! Ma dice tutto,
non lascia nulla agli spettatori…”.Così De Sica
commentava l’opera di un grande regista italiano in un’intervista
rilasciata all’uscita della presentazione del film.
In altre parole, la vera verità di un testo non appartiene
all’autore, ma al lettore. Più che una sola verità
si tratta di multiple sensazioni e verità che ciascun lettore
vi può trovare, l’una forse differente dall’altra,
ma non per questo non tutte vere e sincere.
Mi parli dunque del suo modo di scrivere e di quando ha cominciato
a scrivere.
Scrivo da sempre, dai tempi del Liceo Giulio Cesare di Roma. L’italiano
era la mia materia preferita anche se all’esame di maturità
sono stato rimandato in italiano (l’unica materia). Avevo
commentato dei versi di Dante descrivendo una passeggiata dell’Alighieri
per le strade della Firenze del duecento (fuori tema!).
Per molto tempo sono stato distratto dalla compilazioni di testi
medico-scientifici in inglese, ma alcuni anni fa decisi di far leggere
i miei racconti ai membri della mia famiglia che in gran parte leggono
l’italiano. Ho dovuto così tradurre in vero italiano
testi scritti in un linguaggio multiforme, italiano bastardo, francese
scorretto e espressioni inglesi. Non so ancora se ci sono veramente
riuscito. Devo dire manco dall’Italia da molti anni e che
ho poche occasioni di parlare l’italiano, in famiglia o fuori.
Poi, mia figlia mi ha domandato perché, ora che avevo più
tempo a mia disposizione, non cercavo di pubblicare qualcosa, non
di scrivere solo per me e i miei familiari. Un passo importante!
Cosa che sto facendo, cominciando da due romanzi brevi scritti alcuni
anni fa a mio uso e consumo. Spero ora di pubblicare altri testi
che ho nel cassetto se questi possono interessare un certo pubblico.
Quali sono i suoi autori preferiti?
Molti, troppi per poterli elencare tutti. Posso solo elencare i
più importanti per me, limitandomi all’ottocento e
al novecento. Da Dostoievski, Cechov e Maupassant, a Proust, O’Neill,
Joyce, Beckett (teatro e romanzi) e Musil (troppo poco letto!).
Per gli italiani, da Nievo e De Roberto (un solo romanzo capolavoro
I Viceré, il resto vale poco), a Svevo, Tommasi di Lampedusa,
Cassola, Pratolini e un solo romanzo di Moravia, Gli indifferenti.
Mi permetta di non elencare Manzoni! Ma ripeto, è una lista
molto limitativa.
Devo aggiungere che ho sempre avuto un ritratto di Voltaire sulla
mia scrivania. E lo guardo spesso! Così come leggo e rileggo
tutte le sue opere.
Lei parla di Voltaire… Quale è stato secondo
lei il più gran genio del secondo millennio?
Il primo millennio è stato marcato da grandi movimenti religiosi,
come il cristianesimo e l’islamismo, che hanno dominato per
secoli la cultura occidentale, e che, a mio parere, hanno notevolmente
ridotto il ruolo dell’uomo, le sue capacità di osservare
il mondo, di pensare per proprio conto e di perseguire la propria
verità. Per quello che riguarda il secondo millennio, due
sono le grandi rivoluzioni culturali che hanno positivamente marcato
questo periodo, il rinascimento e l’illuminismo. Movimenti
rivoluzionari perché dopo più di un millennio riscoprono
la filosofia dell’uomo, l’ideale cioè della ricerca
disinteressata della verità.
Il rinascimento è stato sopra tutto il risveglio dell’interesse
per la conoscenza e l’approfondimento della cultura greca,
e ha comportato necessariamente il rigetto della scolastica medioevale
e il rifiuto del distacco dalla vita terrestre esaltato dai mistici
e dagli ordini monastici. Riviene così alla luce l’immagine
dell’uomo artefice del proprio destino, l’essere dalla
curiosità universale (simile a quella dell’uomo greco
ideale), raffinato, colto, esteta (ma non necessariamente virtuoso!),
versato in tutte le arti e le scienze. Leonardo da Vinci (un più
che legittimo candidato al titolo d’uomo del secondo millennio),
ingegnere, pittore, architetto, disegnatore, poeta, matematico,
fisico e anatomista, incarna più d’ogni altro gli ideali
del rinascimento.
Ma è stato l’illuminismo a spazzare per sempre le ultime
vestigia del sistema feudale e gli ultimi bagliori dell’apriorismo,
il classico giro di boa che ha dato vita all’uomo del nostro
tempo. Attraverso la valorizzazione della “ragione”
(vale a dire l’intelligenza attiva) e della “natura”
(vale a dire l’ordine delle cose così come ci appaiono)
l’illuminismo canalizza l’interesse dell’uomo
verso la scienza moderna e la riforma della società. L’uomo
del 1700 non aspetta più una felicità extraterrestre
ma cerca di vivere pienamente la sua esistenza terrena. Stranamente
i pensatori-filosofi francesi del “siecle des lumieres”
non furono né originali né innovatori, ma si contentarono
di divulgare alcune idee già formulate e alcune scoperte
già fatte in altri paesi, specialmente in Inghilterra. Ma
furono così efficaci nel semplificare e propagare, direi
volgarizzare, le idee nuove e attaccare i vecchi concetti, che mai
prima di allora, così come nel futuro, i filosofi furono
così popolari e persuasivi, al punto di rinnovare la cultura
ufficiale e sovvertire le istituzioni dello stato. I loro eroi erano
Bacone, Newton e Locke. Ma è proprio la personalità
dell’inglese Isaac Newton che spicca su tutte le altre. L’uomo
che secondo Albert Eistein ha fatto compiere alla storia del pensiero
umano il più gran passo che un solo uomo possa mai farle
compiere.
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