Marco Franco d'Astice parla di sé

Cos’è per lei la poesia?
Per favore, possiamo darci del tu.
Bene. Che cos’è per te la
poesia?
Quello che ho appena detto; darsi del tu, intendo.
Tutto qui?
E’ ogni cosa, credimi.
Non occorre altro?
Bisogna essere tendenzialmente sinceri, il resto lo si può
imparare.
Dai libri?
Anche.
Quali sono allora i tuoi punti di riferimento?
Nord, sud, est....
Seriamente, da chi e da cosa senti di
essere stato maggiormente influenzato nel tuo percorso letterario?
In un modo o nell’altro, da tutto, partendo dai lirici greci
fino ad arrivare all’etichetta dell’acqua minerale che
ho bevuto cinque minuti fa.
Cosa intendi precisamente per “In un modo o nell’altro?”
Voglio dire che si è segnati dalla bellezza quanto dall’orrore;
è umano, si rincorre l’una e si tenta di fuggire l’altro
con ogni mezzo, ma entrambi bisogna conoscerli per non rischiare
di finire con un piede in fallo.
Per esempio?
“Il dolore” di Ungaretti e il “Poema paradisiaco”
di D’Annunzio, non potrei mai rinunciare ad alcuno di questi
libri.
Se ti dico Ginsberg, Kerouac, Pasolini, Bukowsky, Ferlinghetti,
Patchen, Corso, O’Hara, sono lontano dalla verità?
Sì, per i motivi che ti dicevo prima. Il fatto è che
le parole sono come indumenti; vedi, io indosso un maglione, una
camicia e una maglietta, benché tu non riesca a scorgere
che questa giacca di pelle nera; bisognerebbe saper andare più
in profondità.
Andiamoci dunque, fammi un paio di nomi.
E’ una cosa che non ha senso. Dovresti porre maggiore attenzione
alle mie risposte.
Vuoi aggiungere qualcosa?
Qualcosa.
Dimmi almeno il libro che hai sul comodino e l’ultimo
disco acquistato.
Beh, la Bibbia e In A Silent Way di Miles Davis.
Agli antipodi.
Ti sorprenderesti di quante cose hanno in comune; comunque si, in
generale sono attratto dagli estremi quando li sento depositari
di una qualche eccellenza.
Da bambino, cosa sognavi avresti fatto crescendo?
Lo spazzacamini o il venditore di palloncini nelle fiere di paese.
E oggi, cosa sogni di fare da grande?
Lo spazzacamini o il venditore di palloncini nelle fiere di paese.
Non il poeta?
Diavolo, no.
Scusa, non hai appena pubblicato una raccolta di poesie?
Tu sogni di essere un uomo?
No, certo, lo sono da quarantacinque anni.
Dunque...
Un pò presuntuosa come posizione, non credi?
La mia o la tua?
Dicevo se non pensi di essere eccessivamente arrogante
innalzandoti al rango di poeta?
Affatto, credo che ognuno debba riappropriarsi delle sue prerogative.
Ognuno?
Chiunque abbia voglia di misurarsi con una faccenda del genere;
spendersi completamente, intendo, senza aspettarsi alcuna ricompensa
e con la certezza che alla prima occasione ti sbatteranno contro
un muro ghignando.
Chiunque, insomma, voglia darsi del tu.
Certo. Non ce n’è tanti però disposti a pagarne
il prezzo.
Sembrerebbe un pò masochistica come scelta.
Beh, ci vuole una certa assurda vocazione; non dissimile comunque
da quella che richiede la vita stessa.
Ognuno, dicevi; ogni scrittore allora sarebbe un potenziale
poeta?
Fai un altro piccolo passo, ci sei quasi.
Tutti, ognuno di noi, dunque, siamo tutti poeti, il
panettiere e l’imbianchino, l’operaia e il becchino;
è così?
Stavolta ci hai visto giusto, amico.
Ma questo significherebbe la morte della poesia.
Ci sono quattro poeti in croce e non esiti a definire viva la poesia,
ce ne fossero 1000 per te sarebbe morta; francamente non capisco
il tuo metro di giudizio.
Sono io che fatico a capire, il tuo modo di ragionare
è un pò... contorto.
Dev’essere l’ora tarda.
Vogliamo concluderla qui quest’intervista?
Amico, sei grande! Ci hai visto giusto di nuovo.